QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.63: “Encore”. Giovanni Stefano Savino, “Versi col vento. Anni solari VI”

Encore. Giovanni Stefano Savino, Versi col vento. Anni solari VI, Firenze, Gazebo, 2010

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di Giuseppe Panella*


Ancora. Giovanni Stefano Savino rinnova la sua alleanza con la poesia:

«CCXXVI. Non macino ma vengo macinato / con ordinato e minuzioso moto / dal giorno, dalla nuvola, sul pino, / dalla foglia caduta, dopo un giro, / di danza, dalla pentola sul tavolo / e dalla tua caduta sul mattone, / da cui risorgi sempre più a fatica. / Passi in strada, ti aspetto, Buttafuori»

(p. 134).

E’ l’ultima poesia di questa sesta raccolta di Anni solari. Savino si confronta ancora una volta e con la consueta, salvifica ironia, con la Morte (qui emblematicamente detta il Buttafuori). Ma non si tratta dell’unico punto di riferimento che affascina il poeta. La Morte non è nulla se si confronta con la Vita, anche le sue umili ma più significative occorrenze. E’ la vita quotidiana, infatti, a ispirare questa nuova incursione di Savino nel mondo della scrittura poetica che ormai lo attira come un gorgo dal quale solo scrivendo ci si può sottrarre.

«CLX. … e chiedo che si parli di poesia. / Scrivo, sapendo che, chi solo visse, / entra senza risveglio nel silenzio. / Le mie carte finiscono nel vento / o nella fiamma o in strada su un carretto: / un lembo di inespresse figuracce, / tra parentesi un rosso pomodoro / come una seria minaccia di nozze, / perdute arance su riva di mare, / di fiorita finestra vetro rotto, / accantonate immagini in offerta. / A me piace rischiare come viola, / tolta dall’erba da mano di donna, / dimenticata in squinternato libro» (p. 87).

La poesia è in realtà il vero tema della ricerca lirica di Savino. Scrivere della sua poesia e della sua nascita sorgiva come emulazione di canto o surrogato della vita corrisponde a produrla come forma espressiva della sua produzione. Scrivere e vivere sono ormai, per il poeta, la stessa cosa. Anche se sostiene il contrario, il poeta sa che le sue “sudate carte” non finiranno al macero o verranno disperse nel vento e non saranno usate per incartarci la verdura o la frutta o sostituire un vetro fortuitamente fracassato. Pensa, invece, che i suoi scritti saranno conservati come ricordo estremo (la “viola tolta dall’erba da mano di donna”) da chi sarà anche successivamente in grado di apprezzarli. Chi li troverà vorrà conservarli e li riporrà dove li ha trovati come si fa con i fiori secchi o le foglie bene augurali – ricordi del passato che sono ancora vivi nella mente di chi sa farne l’uso migliore. La poesia di Savino nasce allora da questi scarni eventi della vita presente, dal pomodoro “nuziale” che mostra la sua vivida macchia di colore tra gli altri frutti e ortaggi di un carretto di ortolano, dal tondo di arance rotolate giù giù verso il mare, dal viola del fiore che è emblema amatissimo di Firenze. Tutto si fa poesia perché viene accettato come un invito ad aggiungersi ad essa. Scrivere è aggiustare a modo proprio il mondo perché si faccia proposta e progetto di identificazione poetica. Tutto questo, ovviamente, comporta un rischio che è quello dell’oblio.

«CXCV. Parole scrivere per nulla spiace: / cielo precipitato in un cortile. / Ed ogni giorno compio in corridoio / sette volte il tragitto, poi riposo / sfiancato. Sogno la notte, nelle ore / poche, in cui dormo, e il sognare mi dona / pallido esercito di articolati / fantasmi; un volto e un corpo l’esercizio / quotidiano del vivere rispecchiano, / e io in tal modo pareggio il passato. / Non riempie il mio verso la metà / del bicchiere, sul fondo sta, e se bevo / quel dito d’acqua, dopo la mia sete / mi brucerà la gola come il sale» (p. 114).

La poesia serve a Savino a ”pareggiare il passato”. Nella notte dei sogni popolati di fantasmi, si producono gli stimoli profondi che lo porteranno il giorno dopo a scrivere e a de/scriversi, a richiamare alla luce quelle voci, quelle figure, quelle ricordanze dolci e amare che sono il lascito che la vita confida ad ognuno. Quei sogni si fanno parole che non saranno inutili perché trasmetteranno un passato che non deve passare invano. Anche se ciò non basta, anche se il tempo è tiranno e amaro da trangugiare, anche se non tutto meritava di essere riportato a galla, la poesia può compiere il miracolo e recuperare almeno la “metà del bicchiere”. Scrivere non riempie il destino di un senso compiuto ma può contribuire a costruire e corroborare il significato da dargli. D’altronde, lo scrivere accompagna la vita oggi vissuta in silenzio con una continuità che lo rende indispensabile e non revocabile – una forma di verità costruita giorno per giorno:

«CLXXIV. Io non credo al sapere ma al mestiere: / suggerii a me stesso di contare, / di ascoltare la musica del verso / e di lasciare perdere i quadrati / dei contenuti, i triangoli e i cerchi; / parti dall’uomo, dal suo stretto o vasto / orizzonte e non perderlo di vista, / passo passo, dal nascere al morire, / tutto il resto non vale una carota, / sebbene molti lasciano la vita / su quella radica gialla. L’orecchio / sui versi di Virgilio provai a lungo, / di Dante e di Petrarca, e a me basta / la vela della luna sulla conca» (p. 100).

Quella di Savino vuole essere ormai solo una riflessione sulla natura dell’uomo e sulle fasi della sua vita sempre intermittenti e vaghe ma degne di essere scandite dal ritmo del verso. Il vivere, il morire, il nascere, il tragitto dell’esistenza dalla culla alla tomba sono ciò che il verso segna in maniera definitiva e non revocabile – il resto è trascurabile passaggio, insensato trascorrere del tempo. Le sue rabbie e le sue peregrinazioni lasciano il tempo che trovano. Affannarsi per esse “non vale una carota” anche se poi sembra che sia tutto il contrario, invece. Le parole della poesia debbono scandire questo percorso e trasformarlo in qualcosa che valga la pena di essere detto. La grande tradizione poetica del passato, i classici come modello di vita e di versificazione, rappresentano certo qualcosa che si può perseguire con affanno e diletto ma senza appoggiarsi alla vita vissuta e alle sue immagini (anche le più apparentemente scontate) la poesia non si dà o si dà stentata, meccanica, fredda, geometrica, fatta di figure e di astrazioni, non di emozioni vissute e veramente assimilate nella profondità del sé. Il “mestiere” verifica il giorno per giorno, il “asso passo”, ciò che rimane dei sogni di gloria e delle miserie della vita. Il sapere è l’assoluto che si insegue senza mai coglierlo del tutto, è l’aspirazione alla verità e alla conoscenza come fine ma per andare avanti di momento in momento, di gradino in gradino quello che conta è la capacità di misurarsi con i problemi concreti e non fallirli (o volerli fallire in nome di un ideale).

«CXCI. Ma se vivo, non do noia a nessuno / rinchiuso come sono nelle stanze / della mia casa, e le scale a fatica / scendo e salgo, per prendere verdura / e frutti, che mi porta l’ortolano. / Vedo il trascorrere delle stagioni / dalla finestra e scrivo, quando il verso / di tanto in tanto mi fa l’occhiolino. / E che mi legga solo qualche amico / è più che sufficiente al mio lavoro; triste il cammino che non lascia traccia, / triste la voce d’uomo che si ascolta, / triste in giardino l’altalena appesa / a un forte legno, su cui siede il vento» (p. 112).

Scrivere significa contare i giorni e il trascorrere del tempo. Come Esiodo ai tempi della grecità più antica ormai sepolta nel dedalo del cammino dell’umanità, le opere e i giorni sono quelli che sempre articolano la lenta scansione del tempo che passa e ribadisce il suo dominio. La poesia è la descrizione di quel lento trascorrere della temporalità umana che conduce con coraggio alla sua fine imprevedibile e scontata. Solitudine e sentire il tempo che passa ma è anche la consapevolezza che è questo ciò che aspetta tutti declinando i passi che conducono al transito finale. Come l’altalena appesa nel giardino è posseduta dal vento che la scuote, così la girandola dell’esistenza si annoda a quelle altrui e cerca di motivare se stessa. Non riuscendovi per forza di cose a condurre questo compito fino in fondo, si arresta furtiva a guardare e a descrivere ciò che le accade.

Ma non tutto finirà nel vento – qualcosa coesisterà e si lancerà nel mondo insieme ad esso.

La poesia lascia una traccia comunque, nonostante l’abbandono al pessimismo e alla tristezza dettata dalla solitudine. Il lavoro fatto non è mai invano quando non si semina dolore e tempesta. Ereditare il vento è il destino degli uomini – dice la Bibbia mescolando il pessimismo velato dal pianto dell’abbandono con la consapevolezza della necessaria vanità del tutto. Ma il destino della poesia è quello di trovare nel vento e nella nebbia di ogni esistenza mancata una piccola luce che attende alla fine della strada. Ora è notte ma il mattino sorgerà ancora, comunque.

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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