STORIA CONTEMPORANEA n.67: Grazia Verasani, “Vuoto d’aria”

Musica per aeroporti. Grazia Verasani, Vuoto d’aria, Massa, Transeuropa Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

Che cos’è un vuoto d’aria durante una navigazione aerea? Lo spiega Alfredo Roilo alias Alfred Roy, ex-pornoattore un tempo di una certa fama ma ormai invecchiato e spento, alla giovane giornalista musicale Gioia Marani, appena reduce dalla fine di una sua relazione che si sarebbe voluto seria con un pianista jazz e in attesa della partenza di un volo verso Palermo che, però, come al solito, ritarda. E’ la situazione di partenza della breve pièce teatrale di Grazia Verasani, autrice di testi di canzoni, cantante lei stessa, scrittrice di romanzi (è suo il Quo vadis, baby? portato un po’ automaticamente sullo schermo da Gabriele Salvatores nel 2005) e di testi teatrali (il suo From Medea. Maternity Blues già edito da Sironi è allegato in versione filmata nell’edizione prodotta dal Teatro Stabile di Bologna per la regia di Riccardo Marchesini). Allora il “vuoto d’aria” è:

«ALFREDO. Una sospensione, come quella di un aereo quando si sbilancia… Gli aerei sono strumenti per uscire dalla realtà e entrare in un sogno. Lo ha detto Maupassant […] Tecnicamente, un vuoto d’aria diminuisce l’intensità di una corrente e permette un’imprevedibile variazione di quota. Io lo immagino così… Mi segue? E’ come essere sospesi… GIOIA. Lo ha già detto. ALFREDO. … costretti a una pausa di riflessione, a una specie di… tregua, di sosta. E’ la stessa vertigine che si prova davanti a un film giallo prima di scoprire l’assassino… Ha presente? Gioia si sposta su un altro sedile ALFREDO. Insomma, sono momenti dove non sappiamo ancora se la nostra vita cambierà o se resterà tale e quale, proprio come quando si incontra qualcuno…» (pp. 24-25).

 

Anche se Maupassant non si riferiva al volo aereo ma soltanto al viaggio come pratica di vita, è indubbio che “entrare in un sogno” è l’unica possibilità di uscire dalla vita vera quando quest’ultima assomiglia a un “vero” incubo e non si può fare altro per dimenticarsene almeno un poco.

Ma e incontro (fortuito, inconsulto, soprattutto breve) la parola chiave di questa pièce della Verasani. Nel 1945, David Lean aveva girato un film, Breve incontro (con Celia Johnson e Trevor Howard) ispirato a un atto unico di Noel Coward, in cui una giovane signora si concede, quasi per caso, un breve interludio con un passeggero, un medico della sua stessa età, incontrato nella stazione ferroviaria di periferia dove è solita recarsi ogni settimana per andare poi in città per qualche spesa e una matinée cinematografica. La loro “attrazione” non risulterà necessariamente “fatale” e, dopo qualche altro furtivo incontro, la loro relazione rimasta soltanto platonica, si spegnerà senza particolari strascichi se non qualche rimpianto. La situazione dell’opera della Verasani è la stessa – anche se al ristoratore della stazione dell’(immaginaria) Milford Junction viene sostituita la sala d’aspetto di un più moderno aeroporto. Eppure la differenza tra le due situazioni è notevole: Gioia Marani non è sposata e ha il cuore a pezzi perché il suo ex-fidanzato l’ha lasciata a una settimana dalle nozze per un’altra donna (una pianista di pianobar); Alfredo non ha ancora superato il trauma della morte per tumore della sua compagna Laura con cui ha vissuto una parentesi felice d’amore. Il “breve incontro” tra i due protagonisti del testo teatrale, tuttavia, avrà probabilmente lo stesso esito di quello dei due amanti platonici dell’opera di Coward-Lean anche se probabilmente sarà consumato fisicamente in un motel, l’Edelweiss, situato vicino all’aeroporto e lascerà dietro di sé una scia d’amore. Gioia è una donna nel fiore degli anni, carina, desiderosa di avere successo nella vita (lo dice apertamente) ma anche di sposarsi, avere figli, vivere in una dimensione piccolo-borghese i molti anni che gli rimangono. Alfredo cerca solo delle relazioni occasionali in cui dare e ricevere piacere accontentandosi di questo. Il suo linguaggio è volutamente rozzo e provocatorio (invita la sua partner a dire parolacce liberatorie, a confessare le proprie preferenze sessuali, a lasciarsi andare, a farsi penetrare dopo essere stata “schiacciata contro un muro da due mani esperte […] a occhi chiusi, da dietro, con una bella sculacciata “ (p. 37)).

Si presenta, in sostanza, come un esperto in materia sessuale, un uomo in grado di dare piacere senza pretenderlo in cambio, una sorta di gigolò senza pagamento di sovrapprezzi. Gioia è scandalizzata da questi discorsi apparentemente trasgressivi che giudica il frutto di una mania erotica sans emploi, eppure ne è segretamente attratta perché altrimenti eviterebbe la compagnia dell’uomo e non tornerebbe a cercarlo quando, ripetutamente, il suo aereo per Palermo (dove è attesa dalla sorella per il battesimo del terzo nipote) ritarda a ripetizione. Alla fine, deciderà di non prenderlo affatto per seguire l’uomo in un’avventura senza futuro che, al massimo, potrà diventare – come dice Alfredo – une amitié amoureuse (p. 43). La situazione assomiglia, ma più blandamente, anche al breve incontro tra il vedovo Paul (Marlon Brando) e la giovane Jeanne (Maria Schneider) in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972). Della pellicola, certamente cara alla Verasani (il titolo del suo romanzo più noto, Quo vadis, baby?, è per l’appunto una battuta del film di cui nella pièce viene anche citata una battuta di Brando), il testo mantiene una qual certa allure che ovviamente è legata più alle parole che all’azione (come, d’altronde, nonostante lo scandalo suscitato e la sua plateale repressione giudiziaria, avveniva anche nel film).

Ma, a prescindere dal sesso parlato e dalle mosse deduttivamente accorte di Alfredo, il testo della Verasani racconta l’incontro – questo sì reale – di due solitudini. La prima, quella apparentemente composta di Gioia fatta di trasalimenti ricondotti a una razionalità che non vuole più conoscere la gioia e il timore dell’abbandono alla scoperta di un altro essere umano da cui potrebbe giungere un’ulteriore disillusione, si congiunge alla seconda, quella di Alfredo, che declina la sua vita come un’infinita ricerca di occasioni di vita che però, poi, inevitabilmente, ripiegano in un lutto non risolto (e forse non risolvibile). Queste due figure che si incontrano nella notte illuminata dalle luci della sala d’aspetto dell’aeroporto sono tragiche, eminentemente incapaci di trovare uno sbocco alle loro vite che non siano l’Entsagung, la rinuncia al desiderio, o la sua realizzazione come appagamento sempre incompleto, sempre in-finito. Alfredo, nonostante la sua palese ignoranza e la sua utilizzazione strumentale di quel poco sapere che ha (cita un po’ a sproposito Maupassant e poi, alla fine, perfino Seneca facendogli dire il contrario di quello che il filosofo di Cordoba pensava), è una figura intrinsecamente condannata e con poche speranze di redenzione (come il Don Giovanni cui potrebbe essere apparentato se, ovviamente, avesse la consapevolezza ideologica e sociale di quest’ultimo). La sua ricerca del calore di un abbraccio occasionale è la sua unica speranza di sopravvivenza. Gioia, nonostante la sua iniziale avversione e il timore che la sessualità prorompente dell’uomo (da lui equiparata a quella performativa che ha visto sullo schermo della TV di casa sua in una cassetta noleggiata come forma di preliminare un po’ scherzoso al sesso effettivo con il suo partner e che sarebbe seguito), subisce un’attrazione per lui che sembra pur sempre mista a una sorta di pietà per il suo stato di abbandono orgoglioso e insoddisfatto.

Nella pièce, allora, i due si trovano a vivere la situazione di un “vuoto d’aria”, di una sospensione tra cielo e terra, che potrà risolversi in senso positivo o negativo.

Le loro situazioni umane, certo diverse e non equilibrate ma in realtà alla fin fine forse simili, pretendono e prevedono una scelta – continuamente rinviata ma non per questo meno importante.

Il testo teatrale evita la scontatezza di un happy end hollywoodiano come pure il pessimismo scontato di una soluzione definitivamente e tragicamente funerea ma lascia il finale aperto (come nella migliore tradizione di certo “cinema d’autore”). Come nella scena finale di Blade Runner (1982) di Ridley Scott quando Rick Deckard (Harrison Ford) si chiede quanto durerà la sua relazione con la bella replicante Rachel (Sean Young), la risposta anche qui non potrà che essere quella che chiude il film: “ E chi è che lo sa?”.

Il destino delle anime (come quello dei corpi) in attesa della felicità sulla terra – l’unica che finora tutti conosciamo – non può che essere incerto. Come, d’altronde, è giusto e inevitabile che sempre avvenga per ogni essere mortale sotto il cielo.

 

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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