STORIA CONTEMPORANEA n.68: “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa…”– come nasce un assassino. Alessandro Berselli, “Non fare la cosa giusta”

“Ingannevole è il cuore più di ogni cosa…”– come nasce un assassino. Alessandro Berselli, Non fare la cosa giusta, Bologna, PerdisaPop, 2010

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di Giuseppe Panella*

Nel 1989, Spike Lee, regista afro-americano non ancora del tutto affermato, gira Fa’ la cosa giusta,

un affresco delle comunità etniche in conflitto permanente tra di loro nella New York del melting pot – probabilmente uno dei suoi film migliori. Per Alessandro Berselli, invece, quel che conta è l’esatto contrario: non fare la cosa giusta. E’ quello che accade al protagonista del suo romanzo noir. Già intimamente attraversato da una vena abbastanza esplicita di razzismo e di volontà di protagonismo, Claudio Roveri, di mestiere informatore farmaceutico, sposato con Fabiana, un avvocato di successo e padre di Erica, una ragazza che compie diciassette anni nel corso del romanzo, si trova a dover affrontare una serie di scelte che gli impongono di prendere decisioni pressoché definitive, radicali, indiscutibili: tradire la moglie con la dottoressa Ricci che sembra ben più che disponibile ad amplessi furtivi nel suo studio medico, accettare le teorie dello psichiatra Luca Maranesi che lo spinge a dispiegare con forza e determinazione la propria volontà di potenza, agire in maniera forte e con la violenza  contro quel magma multietnico e indistinto di barboni, zingari, albanesi che sembra pressarlo e circondarlo per risucchiarlo al suo interno.

Alla prima opzione risponde di sì: tradisce la moglie con la quale ormai i rapporti sessuali sono sporadici e francamente insoddisfacenti, dà fuoco a un barbone sotto i portici che vanno da via Santa Lucia a via Cartolerie in pieno centro di Bologna, uccide il cane Dog del vicino di casa i cui abbaiamenti notturni da tempo gli impediscono di dormire. Ma un giorno accade la tragedia assolutamente inattesa: mentre sta facendo l’amore con la dottoressa Ricci nel suo studio, il cellulare di Roveri squilla ma lui, ovviamente, non risponde. Era la figlia Erica che chiedeva aiuto e il cui corpo non sarà ritrovato che un paio di giorni dopo il suo omicidio per strangolamento. E se avesse risposto? Comincia così il suo viaggio verso la sede infernale naturale dove è sita la sua angoscia. Dopo giornate trascorse a non far nulla, a guardare televendite insulse su TV locali (ma questo lo faceva già prima, però), dopo aver tracannato alcool a fiumi, Roveri non sa che fare. Crede di aver individuato nel deduttivo professore di filosofia della figlia, un tale Carletti, l’assassino ma la pista, battuta anche dalla polizia, si arena. La moglie lo lascia per tornare dai suoi, poi si impicca. Roveri è solo – gli fa compagnia ogni tanto l’investigatore che è preposto al caso, Martini, ma i loro rapporti non vanno al di là della compassione reciproca (anche il poliziotto è un solitario che è stato abbandonato dalla moglie). Poi fa la scoperta casuale di una pen drive nascosta tra due libri e la rivelazione lo abbaglia: in un file conservato in essa e che egli ritiene utilizzata dalla figlia, lo psichiatra Luca appare completamente nudo in atto di accoppiarsi con qualcuno. Roveri si convince che lo psichiatra è l’assassino della figlia e lo uccide con una pistola che il medico stesso gli ha donato. Ma Martini lo disillude subito: non poteva essere stato Luca a strangolare Erica perché era a New York in trasferta con sua moglie Fabiana di cui egli era l’amante. L’assassino “vero” di Erica non sarà mai scoperto. Il romanzo, dunque, ha un finale aperto. Claudio, razzista, teorico dell’atto gratuito così come gli ha suggerito lo psichiatra Luca, assassino inutilmente convinto della bontà esemplare del suo gesto, finisce in prigione…

Il fatto è, allora, che il romanzo di Berselli non trova il proprio centro in un’indagine poliziesca più o meno riuscita né in un “come va a finire” soddisfacente e pulito, ma proprio nella costruzione di un personaggio folle e scentrato eppure così comune come quello di Roveri: uomo normale, gran lavoratore, annoiato dalle carni stinte della moglie e propenso a trovare la propria vita sociale e i propri interessi mondano-culturali all’interno degli innumerevoli locali che costellano ancora il centro di Bologna. Di quest’ultima, nonostante il contatto letterario si limiti all’enumerazione di qualche strada e di qualche località spesso ben nota anche ai non abitanti della città, si misura l’impatto sul personaggio che, ben lungi dall’essere l’espressione dell’antica ospitalità per cui questa grande città andava famosa (Bologna, Bologna, la bella città / si mangia, si beve e bene si sta! – canta più volte Lazzaro Scacerni nel corso del primo volume del Mulino del Po), ne diviene un difensore esasperato e spesso folle, in preda a dei berserk che lo spingono ad azioni inconsulte.

Ma soprattutto è la sua filosofia della vita a condannare Claudio Roveri a portarsi dietro una rabbia che gli impedisce di vivere la sua vita con serenità. Lo confessa alla figlia ormai morta nel lungo monologo che costituisce il romanzo:

 

«Quando eri piccola ti ho insegnato a non raccontare bugie. A dire sempre la verità. A essere una persona limpida, e sincera nei rapporti con gli altri. A imparare le regole e ad applicarle. Ma allora ero giovane, Erica. Giovane e inesperto. Non conoscevo la vita, la ritenevo una sorta di grande palestra dove ideali e ambizioni avrebbero trovato, quanto prima, la loro completa realizzazione. Quanto ero stupido alla tua età. Erica. Se potessi dirti ora quello che penso della vita, ti direi: “Fai qualsiasi cosa, ma non fare mai la cosa giusta”. Perché siamo esseri insinceri, doppiogiochisti, inclini al tranello e all’imbroglio. E quindi che senso ha imporci quella integrità che non ci appartiene? Tanto vale cedere all’illecito, all’illegittimo, all’immorale, al disonesto, al corrotto, al depravato, al dissoluto, all’indecente, all’ingiusto. Mentire per portare a casa il risultato. Raccontare quello che ci fa comodo e guardarci bene dal rivelare tutto il resto. Così possiamo continuare a essere mariti irreprensibili e buoni padri di famiglia anche se quando ci capita l’occasione facciamo sesso con gente di cui non ce ne frega niente. Perché è questa la vita, Erica. Prendere quello che possiamo quando ci capita e cercare di goderne il più possibile. E pazienza se chi ti sta vicino ti dirà che non è così. Che esiste una morale, una decenza, un decalogo di comportamento e buoni principi a cui attenersi. Chi ti racconta queste cose, Erica, mente. E lo fa sapendo di mentire. Perché la vita è una bugia. Il matrimonio è una bugia. Le fedeltà è una bugia. I buoni sentimenti sono una bugia. Tutto è una bugia, Erica. Tutto» (pp. 119-120).

 

Se tutto è una bugia, non vale più la pena di vivere, di lavorare, di continuare a fingere che valga la pena di provare a essere uomini realizzati, di successo, attaccati alla realtà. Meglio sprofondare nell’abisso dell’inconsistenza dell’angoscia, meglio cercare l’oblio nell’alcool, meglio usare la violenza e la morte come strumenti per tenersi a galla.

La discesa nell’abisso dell’”ingannevole cuore” umano (come ha lasciato scritto Geremia, 17, 9) è il pregio principale di questo romanzo di Berselli, capace di mostrare con densità di scrittura e finezza di analisi come nasce un assassino. La fine di un’epoca dei valori condivisi fino a non molti anni fa viene messa in scena attraverso azioni esemplari tali da colpire l’immaginazione di chi legge. Roveri uccide prima un cane, poi un barbone, poi il supposto assassino della figlia giustificandosi con la necessità di accettare il nichilismo profondo che renda invivibile una società che si fonda ingannevolmente su valori che non condivide, in cui non crede più. Rendendo attivo il nichilismo fino allora rimasto reattivo nel fondo della sua mente, Roveri – come i personaggi dei romanzi di Jim Thompson, ad esempio L’assassino dentro di me del 1952 – rende esplicito l’istinto di morte che cova al fondo della sua nevrosi rivelando in tal modo l’esatta costituzione della sua soggettività. Così l’assassinio corona un percorso che lo accomuna a tanti altri suoi contemporanei e/o concittadini. La morte mette in evidenza il segno di un potere che viene ricercato con rabbia fino in fondo e solo convivendo con essa si può dispiegare la propria esasperata e quotidiana pulsione di potenza assoluta che accomuna gli assassini alle persone normali, proprio quelle che vivono nell’appartamento della porta accanto e di cui si crede di sapere tutto mentre, invece, non si sa nulla affatto…

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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