Un «racconto nazionale»: Franco Marcoaldi, “Viaggio al centro della provincia”. Una lettura di Domenico Mezzina

Franco Marcoaldi, Viaggio al centro della provincia, Einaudi, Torino 2009

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di Domenico Mezzina

Conosciuto soprattutto come poeta (ricordiamo fra le altre le raccolte A mosca cieca [Einaudi 1992] e Il tempo ormai breve [Einaudi 2008]), ma già cimentatosi in passato nel genere odeporico con Prove di viaggio [FrancoAngeli 1986], Franco Marcoaldi nel 2007 intraprende un tour in diciassette tappe nella provincia italiana, al fine di redigere una inchiesta a puntate per il quotidiano «la Repubblica»; ne nasce una serie di articoli, sui quali l’autore è poi ritornato successivamente «per ampliarli e, grazie a progressive modifiche, trasportar­li a una forma nuova, ibrida, capace di inglobare l’inchiesta originaria in una scrittura dal passo più narrativo», fino a trasformarli insomma in veri e propri «racconti-reportage».

Nella introduzione al volume (o «Avvio»), Marcoaldi afferma che a fungere da punto di riferimento ovvero da vero e proprio «viatico» per il suo viaggio è stato un libro ormai classico, ovvero il Viaggio in Italia di Guido Piovene, ammirato non solo «per la puntuale vastità dell’inventario» ma soprattutto «per la gri­glia interpretativa che lo sostiene» (ma numerosi spunti e citazioni provengono poi anche da libri di Brandi e di Manganelli). Ora, secondo Marcoaldi la nozione di Piovene che più di tutte è feconda e fruibile ancora nel nostro presente, è quella secondo cui l’Italia sarebbe un paese «“confuso, inconsapevole”» ovvero un paese «attivo» ma la cui azione per così dire «rimane buia», per cui ieri come oggi la vita sociale italiana genera nell’osservatore partecipe una impressione di «amara inanità» («quante volte abbiamo av­vertito un senso di amara inanità, nel constatare che quel che facciamo, per cui ci diamo pena, non concorre ad alcun pro­getto civile generale, chiaro e condiviso? E da che cosa altro discende la nostra confusione, se non da questo vano piétiner sur place in cui ci troviamo intrappolati?»). Ebbene, pur senza nutrire nessuna pretesa sistematica («nessuna sistemati­cità, nessuna volontà di offrire mappature di sorta»), l’autore si accinge al viaggio proprio nel tentativo di «rendere un po’ meno oscuro il paese a se stesso»: solo in questo modo, infatti, è possibile contribuire a costruire quel famoso «racconto nazionale» che per gli Italiani è sempre stato difficile, controverso, incompiuto.

Per l’occasione il poeta-viaggiatore sceglie però di tenersi lontano dalle città maggiori, circoscrivendo la propria ricognizione a quei «luoghi ignoti spesso perfino a chi li abita», ovvero decide di visitare la provincia italiana («il vasto e poco indagato uni­verso della provincia, che continua a rappresentare il vero centro, ancorché sommerso e sommesso, della nostra società»): insomma il fine del suo viaggio sarà quello di «riscoprire il passo, le facce, i tic, i sapo­ri, la luce, le malinconie e gli azzardi di quelle comunità che troppo spesso restano fuori dalle maglie di un resoconto me­diatico ripetitivo, irrelato, e decisamente poco curioso».

Come detto, secondo le parole dello stesso autore i diciassette «racconti-reportage» di cui è composto il libro hanno una natura «puntiforme» e asistematica: eppure, nonostante questo, essi provano testardamente a definire per ciascun territorio visitato un’identità minima, un quid, un genius loci («parlo di quel com­plesso tessuto di nervature sotterranee in cui si stringono as­sieme uomini e territorio, tempo e spazio, opere e credenze. Parlo, in breve, delle fondamenta su cui crescono le diverse comunità»); del resto, secondo Marcoaldi, questa ricerca è oggi tanto più necessaria, in quanto ci troviamo decisamente «nel pieno della stagione più turbolenta e dram­matica che, da svariati decenni in qua, il paese si trova ad af­frontare», per cui, chiudendo il cerchio del proprio ragionamento, egli può ribadire: «ecco perché, ora più che mai, diventa imprescindibile riportare al­la luce quanto solitamente rimane occulto».

Fra i vari strumenti di indagine fruiti dall’autore in questo libro, una grande importanza metodologica è rivestita dall’ottica storica, dal nesso passato-presente, di cui viene ribadita a chiare lettere la effettiva, ineliminabile incidenza sulle vicende umane («il rimando tra un presente proiettato nel futuro e un presente legato al passato. Anche remoto. Addirittura mitico»), in contrasto con ogni ideologia che trionfalmente annuncia ancora oggi la cosiddetta “fine della storia”, e questo perché «malgrado sia sempre più diffusa la scellerata volontà di rompere quella naturale cate­na, è da essa, comunque, che bisogna ripartire» (del resto «anche chi vaneggia e vagheggia la sua rottura, ne rappresenta comun­que un anello: sebbene vissuto nella totale inconsapevolez­za e nella conseguente incapacità di prefigurare il futuro»).

Più nello specifico, chiedendosi finalmente quale sia dunque «la caratteristica principale della nostra provincia?, che cosa sta al fondo della sua anima nascosta?», ebbene egli risponde facendo riferimento ad una qual certa ambivalenza, ad una duplicità di fondo, a sua volta esemplificabile attraverso una serie organica di coppie antinomiche: si tratta cioè della «faticosa convivenza di risentimento e fattiva vi­talità, di cieco egoismo e spassionata dedizione» e, ancora, «di uno stanco mimetismo e di una imprevedibile genialità; di negligenza o, all’opposto, di attenzione amorevole verso le piccole cose; di un ottuso ripiegamento e di una generosa apertura al nuovo, al diver­so; di una ignoranza esibita, che convive accanto a una sa­pienza dissimulata». Ne consegue che lo strumento conoscitivo più idoneo a catturare la vera natura della nostra provincia risulti essere un «doppio sguardo, assieme onirico e fattuale», che a sua volta è incline a tradursi in vocaboli rivelatori come «ambiva­lente», «bifronte», «anfibio», «double face».

Insomma, secondo Marcoaldi, la provincia italiana esiste e resiste, smentendo così i «cantori (peraltro sem­pre più flebili) dell’assoluto appiattimento e dell’assoluta omologazione», e questo perché, «a dispetto di una doxa che tutti e tutto accomuna», di fatto «basta spostarsi di poche decine di chilometri per verificare co­me nella vita concreta delle diverse comunità cambiano re­pentinamente comportamenti e scenari, gusti e convenzioni, lingue e abitudini»: affermazioni dietro le quali, a prescindere dal merito di un giudizio storico più o meno moderato, sembra esserci piuttosto un’esigenza metodologica preliminare e irrinunciabile, il bisogno cioè di instaurare sempre e comunque un rapporto diretto, autoptico con il proprio oggetto di osservazione, la cui visione non deve essere mai condizionata oltre una certa misura da categorie sociologiche-ideologiche di qualsiasi genere, siano pure esse suggestive e pregnanti.

Del resto il quadro complessivo delineato dall’autore nel corso del volume non risulta certo essere idillico e pacificante, come vedremo: in altre parole, più che tragicamente sociologico e antropologico, come aveva a suo tempo indicato Pasolini, secondo Marcoaldi il pericolo che attualmente incombe sulla provincia italiana è di tipo più praticamente politico e culturale-mediatico, è un problema insomma di rappresentanza e di rappresentazione; la provincia italiana, che «non è né più bella né più brutta» rispetto al paese nel suo complesso, è però senza dubbio ogni giorno più lontana «da un discorso pubblico sempre più simile all’Azio­ne Parallela di musiliana memoria», in una separazione fra vita politica e paese reale che ha conseguenze assai concrete, visto che «quanto più quella cre­pa si allarga, tanto più la stessa provincia rischia di scivolare verso un pericoloso imbarbarimento, o di abbandonarsi alla condizione di minorità trascurata»; insomma, ogni comunità è sempre in grado di riaffermare la propria autenticità nella mentalità condivisa e nelle forme di vita concreta, rinnovandosi ad ogni cambio di stagione o passaggio generazionale, ma in compenso l’equilibrio in cui tale autenticità consiste è a sua volta sempre fragile, sempre esposto al rischio di atrofizzarsi e deformarsi, ed è proprio per limitare questa ciclica decadenza che dunque è necessario riaggiornare di continuo il suddetto «racconto nazionale» («se quel patrimonio di eteroge­nee potenzialità, di originarie differenze, non verrà accolto presto in un ‘racconto nazionale’, finirà inevitabilmente per perdersi in una deriva centrifuga e ammutolire»).

Da Vercelli a Rovigo, da Terni a L’Aquila, da Benevento a Trapani, ciascuno dei pezzi di cui è composto il libro si avvale di diversi strumenti: impressioni ricavate dall’osservazione diretta del paesaggio, riflessioni che prendono spunto da vicende di cronaca locale, letture pregresse di storia regionale e, soprattutto, brevi interviste a persone di volta in volta incontrate («vivaisti e arcivescovi, sindaci e ar­tisti, scienziati e giostrai, avvocati e tipografi, storici e im­prenditori, architetti e maestri, magistrati e artigiani»): una nutrita schiera di notabili, imprenditori, intellettuali, con grande attenzione alla tradizione del sapere, del lavoro, dei mestieri che sono presenti su ciascun territorio (e molto interessante è proprio il modo in cui Marcoaldi interroga i propri interlocutori, spesso omettendo di replicare e di commentarne a caldo le parole, un espediente grazie al quale egli fa come interagire fra di loro le diverse voci, portandole dunque a dialogare anche a distanza di chilometri).

La scrittura di Marcoaldi è vivace ma alquanto sorvegliata, garbata, affabile; siamo davvero lontani da alcuni recenti libri di inchiesta sociale-territoriale che, ispirandosi magari in qualche modo al romanzo storico ovvero al new journalism americano, hanno ibridato variamente narrazione storiografica, reportage, fiction, autofiction: anche in questo libro, come si diceva, è presente un «passo narrativo» ben riconoscibile, a sua volta talora accompagnato da un umorismo dal tocco leggero, ma nel complesso il discorso si mantiene entro una struttura piuttosto classica, quella del libro di viaggio inteso come sobrio resoconto di luoghi e di fatti, liberamente intersecato da commenti e osservazioni puntuali; Marcoaldi insomma non vuole occupare la pagina con il proprio io reale o finzionale, con idiosincrasie e sfumature sentimentali continuamente affioranti nel testo, ma al contrario si ritira con grande discrezione per lasciare la parola agli altri.

In ogni caso in ciascun pezzo, oltre a fare per grandi linee il punto della situazione relativamente al frangente economico-sociale-culturale che la comunità in questione attraversa, vi è poi soprattutto, ben riconoscibile, un dichiarato «sen­so della scoperta e della rivelazione», il gusto cioè di lavorare sui margini, sulle zone laterali di ogni territorio, in una ricerca testarda, generosa, volenterosa di luoghi e di costumi altri: ovviamente Marcoaldi è conscio del fatto che oggi la categoria di “identità” sia sottoposta alle rivendicazioni politiche più improbabili e alle mistificazioni più radicali, fra arroccamenti locali molto faziosi e genealogie etniche alquanto sospette, fenomeni cui purtroppo la cronaca degli ultimi decenni ci ha ampiamente abituati; eppure, e nonostante diversi indizi di vario tipo talora facciano propendere il poeta-viaggiatore verso un certo pessimismo, egli resta tutto sommato convinto che per così dire la partita sia ancora aperta, e che, seppure fra mille difficoltà, una valorizzazione non-gastronomica e non-eterodiretta della nostra provincia sia ancora possibile.

Probabilmente a tratti può un po’ colpire la moderazione dell’autore, la sua volontà di non prendere esplicita posizione sul terreno dei problemi sociali-politici, ma, probabilmente ciò è legato al progetto di fondo che sostiene il libro, che non è quello di firmare un racconto decisivo e definitivo, fornendo per così dire una sintesi essenziale che forse è inapplicabile all’oggetto in questione, per natura così disomogeneo e disseminato; semmai, come mostra del resto la stessa formula per cui il viaggiatore resta pochissimi giorni in ciascun posto, lo scopo del libro è un altro: inseguire il particolare, comporre un puzzle di luoghi e contesti, fare insomma un inventario rigoroso ma aperto relativo ad un contesto nazionale di cui, come si è detto ampiamente, non riusciamo ancora ad avere una conoscenza adeguata; e in tale direzione egli si affida soprattutto ad un empirismo obiettivo, paziente, tollerante, ad un vigile spirito civile che sembra volersi costituire esso stesso come possibile baluardo etico rispetto agli eccessi propri della società dello spettacolo ovvero del consumo più sfrenato.

Senza dubbio vi sono molti lettori che oggi preferiscono una narrazione diversa, più ‘epica’, che getta il proprio corpo nel fuoco della lotta e cerca di costruire in modo più diretto e immediato nuove forme di narrazione collettiva, denunciando le storture del sistema e avvalendosi della polemica frontale: la scelta di Marcoaldi è però ben diversa, e in quanto tale va giudicata. Durante il suo viaggio «al centro della provincia» italiana, egli assume semmai la maschera dell’osservatore arguto ma conciliante, a tratti esibendo quasi un candore elusivo e politicamente corretto; anche in questo caso però, a parte le preferenze formali e culturali di ciascuno, bisogna riconoscere che quella esercitata dal viaggiatore è una problematicità come dissimulata eppure assai sottile, una interrogatività perseverante e alquanto ironica. In ogni caso, a nostro avviso, al netto di qualche parte un po’ convenzionale, sulla pagina resta da ultimo un portato conoscitivo tutt’altro che trascurabile e inerte, e cioè una trama tutta intessuta di dati concreti, riguardanti costumi marginali ma anche profili ideologici prevalenti fra la gente comune ovvero interessi e intenzioni propri degli attori sociali più influenti.

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Proviamo ora a fare una rapida rassegna dei diversi reportage di cui si compone questo libro, poiché solo in questo modo è possibile avere contezza del metodo effettivamente adottato dall’autore.

Il tramonto permanente di Ascoli Piceno – Territorio di confine fra meridione e area appenninica-settentrionale, l’ascolano è stato economicamente segnato dai «disastrosi anni della Cassa del Mezzogiorno» ovvero dagli «‘aiutini’ che quell’istituto ha distribuito a pioggia a imprese di ogni genere», per cui «i risultati finali si vedono adesso, con fabbriche obsolete sin dalla nascita» le quali «hanno chiuso una dopo l’altra, lasciando in mezzo alla stra­da centinaia, migliaia di operai», e tutto questo nel suo complesso inevitabilmente ha comportato un tendenziale «smembramento del tessuto sociale preesistente, formato essenzialmente da artigiani e contadini, difficile da ricostruire».

Come avviene anche per altri territori visitati, i notabili e gli intellettuali locali si dicono essenzialmente convinti che sia «nella difesa attiva del paesaggio e nella valorizzazione delle sue infinite poten­zialità (anche economiche)» che si gioca oggi «la vera battaglia politi­ca e culturale sui prossimi destini della provincia»: valorizzazione del territorio, turismo culturale, sviluppo in qualche modo sostenibile.

Sul piano del costume, nelle abitudini degli autoctoni convivono aspetti contrastanti, come una mentalità impiegatizia-conservatrice da una parte e dall’altra una certa tradizione imprenditoriale, per cui «l’impegno nel­la professione, da queste parti, va sempre di pari passo alla modestia» e dunque «un certo scetticismo fatalista fa da freno natura­le, a differenza di quanto accade in altre regioni d’Italia di re­cente ed esplosivo arricchimento, ai rischi del cretinismo da lavoro: c’è sempre spazio per il tempo libero, vissuto in fami­glia o con gli amici. Senza particolari esibizionismi». Insomma a caratterizzare gli ascolani sono «medietà» ed «equilibrio», ovvero «un senso di connaturata estraneità all’esibizione della ricchez­za così come a ogni drammatizzazione delle difficoltà quotidiane», e si tratta in realtà di «un sentimento di malcelata diffidenza verso l’avven­to del nuovo e del diverso, fors’anche perché qui si ama in­quadrare il prossimo in un preciso contesto sociale e familia­re che garantisce una forma delicata di ‘controllo’ reciproco»; in altre parole, e riassumendo: «non v’è dubbio, in questa città marchigiana le persisten­ze contano più delle variazioni», il che genera una atmosfera per diversi aspetti atemporale, malinconica, ben definita dalle parole di un interlocutore, secondo il quale «Ascoli è il luogo della memoria» oppure, ancora meglio: il luogo «del tramonto permanente».

Bat (Barletta, Andria, Trani): la provincia fumetto – Di recentissima istituzione, viene spesso definita come la Bat-provincia o meglio: la «provincia fumetto», con riferimento all’acronimo composto dalle iniziali dei tre capoluoghi Barletta («la città della di­sfida, anche imprenditoriale»), Andria («con una base industria­le più recente, innestata su un tessuto sociale bracciantile e latifondista») e Trani («città di una bellezza estatica, ada­giata su un passato di glorie ormai trascorse»). Frutto evidente dell’eterna proliferazione burocratica italiana («perché si ha un bel dire che bisogna contenere uffici e ufficietti, leggi e leggine, burocrati e burocrazia: con questi chiari di luna, come camperebbero tanti nostri connazionali se venisse di colpo a mancare “la produzione di carte a mez­zo di carte?”»), si tratta di una struttura amministrativa che nasce fra mille difficoltà, fra reciproche diffidenze, rivalità, ricatti, oltre che dall’eterno conflitto con la vicina Bari. Del resto, è chiaro che «dietro questa tortuosa vicenda giuridi­co-amministrativa si cela il cuore profondo della provincia ita­liana: la gelosa autonomia di ogni città, su cui è concresciu­ta, nel bene e nel male, la storia d’Italia»; un fenomeno che in questo contesto particolare finisce per alimentare soprattutto un numero imponente di contese giuridiche e un conseguente moltiplicarsi delle prestazioni degli avvocati.

In ogni caso, a caratterizzare l’anima collettiva di questa provincia pugliese è un misto di vivacità economica-imprenditoriale-culturale e di immobilismo ben radicato nel fondo sociale, fra rivalutazione creativa del bellissimo paesaggio locale da una parte e culto smodato degli status symbol dall’altra: insomma, qui più che altrove si trovano ben illustrati sia quel «certo geniaccio italico che trova la forza di emergere […] proprio nelle situazioni più difficili» e sia quel «canonico individualismo», che invece testardamente impedisce agli attori sociali di «fare squadra», di «vendere assieme un valore aggiunto comune».

Belluno. Il Paradiso perde i pezzi – Indagini sociologiche e rilievi statistici di vario tipo da molti anni pongono Belluno «nelle primissime posizioni della classifica sulla qualità della vita»: occupata in larga parte dalle splendide Dolomiti, la provincia è in realtà ricca anche di industrie importanti e assolutamente all’avanguardia in vari settori; eppure, nonostante tutto questo, anche in questo territorio non mancano di certo i problemi e le contraddizione, tanto che in un certo senso anche questo «Paradiso» in un certo senso «perde i pezzi».

È successo infatti che «con il decadere progressivo dell’agricoltura e dell’economia alpina», con il conseguente spopolamento delle comunità montane, Belluno è rimasta come tagliata fuori dalla sua stessa provincia, per cui la città oggi «cono­sce la più grave crisi d’identità della sua storia recente», il che avviene in quanto «la sua natura di centro amministrati­vo è sempre meno rilevante, visto che le decisioni di fondo non vengono prese qui, ma altrove: a Venezia, in sede regio­nale, e più in generale nell’area metropolitana del Veneto». Tutto questo inevitabilmente genera la crescente «insofferenza della gente di montagna, delusa anche dal proprio capoluogo, Belluno, impotente a valorizzare e difendere uno straordinario capitale ambientale in evidente affanno», al punto che sono ormai tanti i comuni che stanno progettando di trasferirsi, per via referendaria, nelle regioni limitrofe Trentino Alto Adige o Friuli.

Come viene suggerito da alcuni interlocutori di Marcoaldi, la soluzione, ancora una volta sarebbe quella di favorire «uno sviluppo concomitante e sostenibile di tutti i settori: agricoltura, arti­gianato, turismo, infrastrutture di collegamento, posti di la­voro ubiquitari in industria e servizi»: solo in questo modo Belluno potrà sviluppare la «capacità, mai in pas­sato realizzata fino in fondo, di farsi motore e guida della sua provincia, l’unica interamente montagnosa della regio­ne veneta».

Benevento tra janare e high-tech – Forse a causa della sua storia «multistratificata» («riassumibile, un po’ rozzamente, nel trittico sanniti, lon­gobardi e potere papalino»), si tratta di una città decisamente atipica rispetto al contesto regionale campano: «nell’èra della mon­nezza ubiqua, le strade e i giardini di qui sono puliti; la gen­te parla a bassa voce e si scappella timidamente davanti allo sconosciuto, comparendo all’improvviso da dietro un velo di nebbia che si direbbe padana»; insomma siamo davanti ad «un paesaggio urbano dai tratti metafisico-contadi­ni», nel quale per fortuna «c’è poco spazio per quella criminalità organizzata che da sempre affligge la regione».

Il territorio è decisamente caratterizzato da un bifrontismo, da una duplicità variamente incarnata: lo rivela ad esempio la visita presso uno spazio di tecnologia avanzata come il Marsec (Mediterra­nean Agency for Remote Sensing and Environmental Control, e si tratta di «un centro per il monitoraggio satellitare dell’area mediter­ranea che opera a favore della tutela e della salvaguardia del territorio»): un sito di grande importanza, «famoso nel mondo (e ignoto in Italia)», presso il quale, in collaborazione «con la Nasa, lo Stato di Israele, l’Università del Wisconsin e il Queens College di Cambridge» si lavora «su que­stioni, oltretutto, di evidentissima attualità, quali: l’abusivi­smo edilizio, i fenomeni franosi, gli incendi, la pianificazio­ne agricola, l’inquinamento marino»; ebbene, e qui torniamo alla duplicità suddetta, il Marsec è situato paradossalmente presso la Villa dei Papi, voluta da In­nocenzo XI ed edificata nel 1696, «un edificio papalino in stile neogotico, immerso in un contesto urbano che non riesce a togliersi di dosso la sua inscalfibile patina di arcaicità».

Insomma Benevento è una città «davvero singolare», in quanto al­terna «formidabili vestigia del passato» (ad esempio era considerata la «Tessaglia italiana», ovvero la capitale del­la stregoneria e delle cosiddette janare) con «imprevedibili azzardi proiettati nel futuro»; semmai, come spesso avviene in Italia, fra passato e futuro i problemi si affollano prevalentemente nel presente, in primis «i catastrofici interventi delle varie ricostruzioni e mo­dernizzazioni e restauri» ovvero «“le belle pensate ascrivibili a chi si occupa del cosiddetto arredo urbano”», come sottolinea un intervistato.

In ogni caso, sospesa com’è fra passato e futuro, «tra janare e high-tech», il vero «riassunto della sorprendente Bene­vento» consiste in un mix di «tecnologia, arte, magia, arcaismo, potenza degli elemen­ti naturali», il che induce l’autore a trarre questa conclusione di ordine generale: «se la paro­la viaggio è sinonimo di sorpresa e spaesamento, allora quel­lo nelle province italiane è un viaggio a tutti gli effetti. Ben più di quanto spesso non accada con mete considerate, a pie­no titolo, esotiche».

Cremona, la bella addormentata – Ricca di un passato glorioso, in cui «se la batteva alla pari con Milano, se non la superava addirit­tura in modo schiacciante», Cremona, nonostante possa contare su complessi produttivi-industriali di tutto riguardo, ha sempre avuto una classe dirigente di estrazione fondamentalmente agraria, per cui qui «la vecchia menta­lità agricola» svolge un ruolo importante ancora oggi.

Senza dubbio a rendere Cremona celebre nel mondo è stata la tradizione gloriosa dei suoi liutai, che attira ancora oggi artigiani, apprendisti e turisti, per cui «i più famosi esemplari di violini di Stra­divari, Amati e Guarneri rappresentano il motivo di maggior attrattiva dei visitatori che percorrono le sale del palazzo co­munale»; del resto, sebbene si tratti di una tradizione ancora viva e produttiva, attualmente essa attraversa un frangente di seria difficoltà, visto che i cinesi, «che fino a poco tempo fa offrivano soltanto un dozzi­nale prodotto semilavorato a liutai cremonesi senza scrupoli che lo ultimavano alla meno peggio», ormai negli ultimi anni «stanno raggiungendo livelli tali da mettere in forse l’indiscusso pri­mato cremonese», mentre le botteghe autoctone spesso danno l’impressione di essere «in bella mostra solo per appagare il piacere voyeuri­stico dei turisti».

Da un punto di vista socio-economico, di certo siamo davanti ad una società benestante, che gode in buona parte di un tenore di vita elevato; eppure, secondo le parole di un notabile del posto, si tratterebbe in realtà di una città «“ricca, ma bloccata. Diffidente, sonnolenta”», caratterizzata da «“grandi capitali fermi nelle banche, che non circolano. Secondo una modalità tipi­ca dei grandi agricoltori”»: una «bella addormentata», ecco come si presenta Cremona per molti aspetti.

Infine, Marcoaldi segnala la notevole importanza che nella vita di questa comunità è detenuta dal fiume Po, tanto che «non sono molte altre le città europee che hanno un rapporto così stretto con il proprio fiume»

Il Veneto sommerso: storie vicentine e trevigiane – Punto di partenza di questo capitolo del viaggio di Marcoaldi, è l’immagine dominante del «terremoto paesaggistico-antropologico che ne­gli ultimi trent’anni ha definitivamente cambiato la faccia del Nordest, in particolare del Veneto»: un’immagine che, fornitaci all’unisono dalla sociologia come dalla letteratura e dal cinema, ci descrive questo territorio come «una teoria ininterrotta di edge cities, di sobborghi nati sull’or­lo di una strada intasata da file senza fine di automobili e ca­mion, che giorno dopo giorno inghiottono le residue tracce della dolce e celebrata campagna veneta», un territorio che diviene insomma «regno incontrastato degli animal spirits, della bulimica concu­piscenza post-moderna, e dunque del più totale menefreghi­smo verso ogni idea di bellezza, storia, memoria».

Con una mossa argomentativa che a ben guardare è un po’ la cifra di tutto il volume, Marcoaldi qui non abbraccia a pieno questa descrizione consolidata né d’altra parte nega ad essa una validità effettiva, ma piuttosto suggerisce che essa non sia del tutto sufficiente a restituire un qua­dro complessivo che forse è «più cangiante, marezzato, fatto anche di altre realtà, ma­gari minoritarie, ma che vanno comunque nella direzione op­posta alla vulgata corrente»; ne deriva dunque la volontà di visitare, scoprire, segnalare «alcune piccole realtà di quella grande area metropolitana (come si dice og­gi) che si estende fra Vicenza e Treviso».

Riagganciandosi a quanto detto nella Introduzione a proposito dell’intera provincia italiana, si tratta anche qui di portare fuori della «oscurità» quello che è «un altro Veneto», ovvero un «Veneto sommerso», caratterizzato soprattutto da un costante cortocircuito fra un passato remoto e un presente che aspira al futuro, il che è evidente ad esempio nel legame forte che in questi luoghi più volte affiora fra arte contemporanea e artigianato antico: ed ecco Marcoaldi visitare una serie di realtà marginali ma non del tutto residuali, come l’Antica fabbrica di cristallina e terra rossa, in località Rivarotta, al confine tra No­ve e Bassano; oppure come il museo del Carattere e della Tipografia, «uno specialissimo museo dell’alfabeto, la prima tipoteca italiana, che raccoglie più della metà dei diciottomi­la stili disegnati nel nostro paese, oltre a svariate macchine tipografiche che nel corso del tempo quei caratteri stampa­vano».

Enna o della longue durée – Definita dagli stessi abitanti come «un’isola nell’isola» («l’unica provincia siciliana che non ha ac­cesso al mare, mentre in compenso è la più ricca d’acqua, tan­to da rappresentare il serbatoio idrico di mezza Sicilia»), Enna ha vissuto in una condizione di perdurante isolamento, che ne ha caratterizzato la storia sia nel bene, perché il dominio mafioso qui ha attecchito molto poco, sia nel male, perché lo sviluppo economico ne è risultato naturalmente rallentato; ed è un ritardo economico, quest’ultimo, che secondo i notabili intervistati dall’autore potrà essere superato solo attivando «un nuovo rapporto con il Mediterraneo», poiché «“se c’è un mercato potenziale che ci riguarda, è quello nordafricano, non certo quello nordeuro­peo”».

Si tratta di una realtà sociale-antropologica che Marcoaldi descrive come assai sorprendente e davvero divergente rispetto ai canoni prevalenti, nella quale il nesso passato-presente è assai più manifesto che altrove, anche in quanto Enna è una delle rarissime città nel nostro paese «dove il peso del mito sia stato e sia a tutt’oggi così persistente e pervasivo», con riferimento in primis al mito di Kore-Persefone e di Demetra-Cerere, un culto che, nato ai tempi della colonizzazione greca antica si è poi prolungato ben oltre quest’ultima, fondendosi sincreticamente con l’apparato liturgico del cristianesimo.

Per quanto riguarda invece il genius loci, l’atmosfera umana prevalente, ebbene Enna è «la città del ralenti e della moviola», capace com’è di imporre a chiunque «i pro­pri modi e i propri tempi», ovvero «i modi e i tempi di una città sovra­namente indifferente alle smanie delle mode momentanee» e che pertanto rivendica a sé una dimensione cronologica molto particolare: quella della «longue durée».

Un’altra Italia: le valli valdesi – In questo capitolo non abbiamo un territorio esattamente coincidente con una determinata unità amministrativa, ma abbiamo il piccolo sistema di vallate piemontesi dove abita «quella minuscola Italia protestante legatasi alla Rifor­ma nel 1532 e sopravvissuta a secoli di sanguinose persecu­zioni religiose». Partendo da Torre Pellice, la “Ginevra di Italia”, Marcoaldi visita templi, collegi, centri culturali, comunità montane che a loro volta gli ricordano «certi paesi della Ger­mania o della Svizzera» e presso i quali la religiosità non-cattolica ha generato nei secoli una spiritualità e più in generale una mentalità davvero assai divergente rispetto a quella prevalente nel nostro Paese.

A partire da quella tipica e «indefessa esegesi di Antico e Nuo­vo Testamento» che è propria dei Protestanti, è nato qui uno stile di vita nel quale, pur «senza mitizzarlo», bisogna riconoscere che «allignano ancora oggi un rigore, una sobrietà e una decenza sempre più rari nel nostro paese»: si tratta insomma di «ventimila testardissimi valde­si più laici di tanti nostri concittadini che pure si considerano agnostici», valdesi portatori di «un esercizio critico costante su ogni aspetto del­la vita: teologico e sociale, comunitario e individuale». Ne deriva una particolare fede nell’esercizio della democrazia diretta, che sfida ogni atteggiamento gerarchico e conformistico, il che dispone questi uomini ad una «discussione inces­sante, che in taluni casi può rasentare il parossismo».

Certo, anche per questa comunità non mancano i problemi e le difficoltà: sia sul piano dell’identità religiosa, in quanto oggi bisogna fare i conti con «uno straripante cattolicesimo papista» che non favorisce in nessun modo il dialogo interreligioso; sia sul piano economico, con la crescente difficoltà a mantenere in funzione «il grande patrimonio di opere sociali» («ospe­dali, asili per persone non autosufficienti, case di riposo») tradizionalmente gestite dai valligiani con una tenacia che induce Marcoaldi a concludere: «così sono fatti i valdesi. Uomini e donne di un’al­tra Italia».

Carrara: dal marmo ai sassi – Da sempre coinvolta in un difficile rapporto con la vicina Massa (un ulteriore, emblematico esempio dell’«inane particolarismo nazionale», per cui «anziché ‘fare squadra’  – come logica vorrebbe – massesi e carrarini continuano a mettersi vicendevolmente i bastoni fra le ruote»), Carrara deve naturalmente la propria fama nazionale e internazionale alle cave di marmo, alle quali è stato tradizionalmente legato l’andamento complessivo dell’economia locale.

In questo frangente il settore dell’estrazione attraversa però un momento di forte difficoltà, il che fra l’altro fa emergere più chiaramente i vizi propri di una classe imprenditoriale che, anche a causa di certi privilegi di cui storicamente ha goduto, tendenzialmente «“non rischia, non investe, non innova”». Certo, intorno alle cave gravitano ancora oggi profitti e lavoro, con diversi casi di sinergia fra proprietari, scultori, architetti; eppure, se misurata rispetto al passato, la flessione odierna è davvero notevole, visto che la trasformazione delle materie prime di fatto «ha cominciato a prendere altri lidi, dati i costi di lavorazione infinitamente più bassi offerti da Cina, India, Brasile», tanto che addirittura negli ultimi anni «il rapporto fra il mondo del marmo e la comu­nità carrarina si è invertito di segno: un tempo rappresenta­va il simbolo della città nel mondo, e dunque una straordi­naria risorsa; ora è diventato un problema, un impaccio».

Questo insieme di fenomeni inoltre ha generato un paradosso, su cui Marcoaldi si sofferma: siccome le vie della riconversione produttiva sono infinite, ecco che negli scorsi anni è successo che qui nuovi profitti siano stati ottenuti più che altro a partire dalle pietre, quelle che rappresentano i detriti della estrazione del marmo, visto che «il carbonato di calcio presente nei “sassi”, infatti, prevede mille utilizzi: medicine, cosmetici, colorazione della carta. Tant’è che oggi, su dieci camion che passano per Carrara, nove contengono sassi»: Carrara si è in parte spostata «dal marmo ai sassi», insomma.

Da un punto di vista sociale e antropologico, a prevalere è invece «lo strano miscuglio di genero­sità, anarchismo e litigiosità di questa terra», che «non per caso fa fiorire a dismisura l’attività avvocatizia, im­pegnata con notevole beneficio economico a districarsi in con­tinui contenziosi tra gli stessi concessionari di cave»; un profilo caratteriale che, insomma, ripropone ancora una volta all’osservatore quel carattere di «individualismo esasperato» che sembra essere davvero inseparabile dall’identità italiana.

Il doppio volto della Barbagia – Fra Oliena, Orgosolo e il capoluogo Nuoro, Marcoaldi percorre un territorio di straordinaria bellezza naturalistica che, nonostante sia stato ampiamente invaso «dal peggiore turismo e in costante balia di un folklore eterodiretto», tuttavia offre al visitatore attento la netta impressione di essere restato nonostante tutto «un luogo autentico, genuino», fino a porsi come «un piccolo mi­racolo in un’isola storicamente espropriata della sua identità», definibile dunque come «lo scrigno segreto della Sardegna, che nessuno (antichi roma­ni, spagnoli, francesi, piemontesi, Stato italiano) è mai riu­scito ad aprire».

Come è noto, in questa terra il codice culturale tradizionale nel suo complesso derivava da una base sociale di tipo agro-pastorale ben più che marittima-mercantile, ed era caratterizzato, almeno in una certa misura, da una parola «misteriosa e controversa»: la «balentía, sinonimo del coraggio, invito ad agire secondo le regole non scritte del codice della vendetta barbaricina»; in altre parole, il «trittico onore, vendetta, comunità» ha costituito per secoli «una forma di regolamentazione so­ciale generalizzata»: esso, pur contenendo in sé una sorta di essenziale egalitarismo sociale («“tipico del pastore e sconosciuto al servilismo del contadi­no”», per dirla con le parole di un intellettuale locale), rappresentava ovviamente anche un fattore di conflittualità permanente e dunque di sostanziale immobilità sociale e culturale.

Si tratta di un costume radicato soprattutto nel mondo di ieri, eppure non del tutto superato, visto che in questa provincia ancora oggi si danno casi di faida, il che induce l’autore a chiedersi se «non sarà il caso, una volta per tutte, di mettere la parola fine ai sottili distinguo, ad analisi storiche e sociologiche che, rimandando sempre a un passato remoto, con le connesse e indubbie ingiustizie pa­tite dai barbaricini, finiscono in qualche modo per ‘giustificare’ o quanto meno comprendere la barbarie dei balentes».

In definitiva, la Barbagia nel suo complesso mostra all’osservatore «una mezcla inestricabile» ovvero un «doppio volto», in cui convivono «grandi potenzialità e freni originari non meno po­tenti, un’orgogliosa dignità che si sposa a un’inspiegabile autoindulgenza verso comportamenti inaccettabili e barbari».

Le rughe dell’Aquila – Quello che abita il territorio dell’Aquila è da considerarsi come «un consorzio umano poco propenso al dinamismo sociale», come immerso nel «tempo ostinato di una vecchiezza assieme nobile e trasandata»: nobile nella sua «sedimentata cultura musicale» ovvero nella sua «intrinseca drammatur­gia scenografica dettata dal continuo incrocio di tardo Me­dioevo, Rinascimento e Barocco»; trasandata invece «nella sua parte moderna, confusa e disarmo­nica; priva di una qualunque idea urbanistica».

Da sempre considerata una sorta di «‘sorella minore’ di Roma», L’Aquila resta invece come sganciata rispetto al resto della regione Abruzzo, la quale per diversi aspetti sembra gravitare piuttosto intorno a Pescara ovvero a Chieti; inoltre la classe dirigente locale, secondo le parole di un notabile, «“è vecchia e incapace di accompagnare i mutamenti”», e del resto qui «“l’assistenzialismo è pratica quotidiana, e il ritardo su ogni aspetto della vita sociale moneta corrente”»; una crisi di identità che è stata decisamente accentuata dal crollo industriale avvenuto negli anni Novanta, «con cin­quemila operai improvvisamente sul lastrico» e «con conseguente azzeramento di ogni aspettativa».

Il rischio di incorrere nello stallo economico e sociale, dunque, caratterizza questa provincia, il che inevitabilmente rende più visibili quelle che sono le «rughe dell’Aquila»: eppure sul territorio non mancano fenomeni di segno contrario, che alludono invece ad una maggiore dinamicità, la quale potrebbe essere catalizzata ad esempio da due realtà come l’Univeristà che ha sede nel capoluogo e come i laboratori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare; situati sul Gran Sasso, questi ultimi rappresentano «un centro di fisica delle particelle elementari tra i più importanti del pianeta», ed è «un mondo a sé stante», suggestivo anche perché può contare sul «laboratorio sotterraneo più grande del mondo: situato sotto millequattrocento metri di roccia».

Pistoia e il miracolo della biblioteca – Questa volta il reportage si apre con un curioso interrogativo: «Può una nuova biblioteca cambiare la fisionomia di una città? Spostarne il baricentro? Ridisegnarne la morfologia? E soprattutto, può accadere in un paese come il nostro, do­ve molte, moltissime persone considerano la lettura di un li­bro soltanto uno spreco del proprio tempo?». Ebbene, pare che a Pistoia il «miracolo della biblioteca» sia avvenuto, visto che la nuova biblioteca San Giorgio è frequentata abitualmente da un numero di persone davvero molto ampio, che del resto la considerano «come uno spazio di facile ac­cesso per tutti: dai bambini agli anziani; un luogo dove si vie­ne certamente per leggere, ma anche per ritrovarsi e bere un caffè, ciondolare, ascoltare musica, smanettare col computer». La struttura peraltro è nata in seguito ad una dismissione industriale alla quale, una volta tanto, è seguita una azione organica di riqualificazione: si tratta del sito dove «cento anni fa la San Giorgio im­piantava uno stabilimento per la costruzione di autovetture», trasformatosi poi, grazie a successivi ampliamenti e diver­sificazioni produttive, in «un marchio in­discusso della città toscana».

Da sempre coinvolti nella «sempiterna, irrisolta relazio­ne con la vicina Firenze», in genere vista come potenziale e indesiderata dominatrice, i pistoiesi dimostrano da parte loro una «natura intimamente conservatrice», e sono «poco predisposti alle innovazioni. Anzi, solitamente piuttosto polemici verso qualsiasi mutamen­to»: ne consegue che la città, con i suoi edifici storici «che raggiungono l’apice della bellezza tra romanico e gotico», in definitiva «ha mantenuto una fisionomia riconoscibile. Forse proprio perché periferica», per cui visitandola «non si ha mai quella malinconica sensazione provata in tan­ti celebrati centri storici toscani che, sommersi da vasetti di carciofini sott’olio e caciotte tipiche, sembrano diventati al­trettante copie della Repubblica di San Marino»: una città dignitosa e conservatrice, dunque, «una città abbastanza ricca che non ama affatto esibire la propria ricchezza», e che oggi in particolare vede la crescente importanza dei rinomati, numerosissimi vivai presenti nel suo circondario.

Il Po tra Gange e Mississippi, ovvero Reggio Emilia – «Città di solide tradizioni e altrettanto soli­damente proiettata verso il futuro», Reggio Emilia è stata da sempre la «terra d’elezione del blues» e più in generale un «serbatoio musicale senza fi­ne»; mentre oggi si distingue fra l’altro per la presenza, nella cosiddetta Bassa, di una «consistente comunità di in­diani»: per tutto questo, è possibile parlare di una «fantasiosa trasfigurazione del Po in Gange e Mississippi».

Interessata da un fenomeno di immigrazione straniera davvero notevole («la composizione etnica del­la città sta mutando in modo radicale»), «quella di Reg­gio è la seconda provincia italiana per numero di immigrati in termini percentuali: il dodici per cento della popolazione»; a tal proposito, Marcoaldi nota con estremo piacere come, almeno per il momento, la città emiliana non sia preda «dell’isteria nazionale antistraniero che pa­re dilagare» altrove, e a confermarlo è una stimolante visita presso Novellara, dove appunto vive una ampia comunità sikh, che qui ha eretto uno dei più grandi templi d’Europa: «Nell’odierna Italia, fosca e xenofoba, il piccolo miracolo di Novellara andrebbe pubblicizzato e preso a modello. Se ci fosse una televisione pubblica decente, qualcuno potrebbe gi­rarci un bel documentario. Invece no, sono gli intellettuali stranieri (a cominciare dal sociologo britannico Zygmunt Bau­man) che vengono a studiare il caso Novellara».

Più in generale, il presente di Reggio è caratterizzato da una difficile transizione: alle spalle c’è la tradizione emiliana di solidarietà sociale, che faceva di questa terra una specie di isola felice, ispirata da quel «“forte tratto ‘messianico’”» che politicamente caratterizzava tanto i comunisti e i socialisti, quanto i cattolici locali («“Reggio è sempre stata capace di grandi sperimentazioni e grandi idealità. Calate comun­que nel concreto, senza intellettualismi di sorta”»); ebbene oggi, nonostante sul territorio di fatto resti ancora «un tessuto di servizi sociali e di solidarietà quotidiana comunque di grande qua­lità», avviene però che questo modello venga messo variamente in discussione, se non altro per un inevitabile fenomeno di usura temporale e di ricambio generazionale. Il rischio implicito in questo momento di transizione è, naturalmente, quello di passare «“dal messianismo deluso all’egoismo impaurito, all’individualismo che vede nell’altro comunque un pericolo”»: la sfida odierna in cui Reggio è coinvolta, dunque, è quella di rigenerare, di riproporre in forme nuove quel progetto sociale-culturale in cui si identificava in passato.

Le bellezze nascoste di Terni – Simbolo identitario di questa città è senza dubbio il gruppo Acciai speciali Terni o meglio «l’Acciaieria», come la chiamano gli autoctoni: «Difficilmente si potrà trovare in Italia una comunità così intimamente segnata dalla ‘sua’ fabbrica: una fabbrica che porta lo stesso nome della città; che nell’arco di cento anni ha trasformato un paese di diecimila abitanti in un agglomerato urbano di oltre centomila unità». Passato dalle Partecipazioni statali a una cordata di imprenditori prima e poi acquisito dalla multinazionale ThyssenKrupp («che a Torino è triste­mente salita alle cronache per un orrendo episodio di morte bianca)», negli anni Ottanta in questo complesso produttivo si è verificato un «crollo verticale» della forza-lavoro occupata, «avvio di una vera e propria rivoluzione nel tessuto sociale che ha finito per invertire i rapporti fra terziario e industria (da tre quarti che erano, ora gli operai rappresentano appena un quarto degli occupati)»; eppure, nonostante tutto, l’impressione dell’autore è che anche oggi sia proprio dall’Acciaieria e dai suoi problemi che bisogna partire per capire veramente Terni, «per mostrare quanto scriteriate fossero le fantasie di coloro che negli anni Novanta pensarono di sba­razzarsi dell’industria tout court».

A partire da questo nucleo tematico, e seguendo il filo di un apparente paradosso, il reportage si incentra poi sulle attrattive o meglio sulle «bellezze nascoste di Terni», il che rappresenta «una questione interessante e com­plessa da trattare»: «va da sé che secondo i criteri ca­nonici dell’arte è difficile pensare che Terni possa compete­re con la smisurata quantità di incantevoli centri storici, gran­di e piccoli, che la circondano»; ma la questione è in realtà più complessa: «per contro, se si fa ricorso a un’altra idea di bellezza, più precisamente a quella incarnata dall’archeologia industriale, le cose cambiano», fino a concludere che «una volta di più mi trovo a riflettere su quan­to aleatorio e inafferrabile sia il concetto di bello»: ed ecco che, ad esempio, la importante centrale idroelettrica di Penna Rossa è davvero notevole anche da un punto di vista estetico, in quanto essa «baudelairianamente, produce in chi la ve­de un piccolo shock», tanto che l’autore preferisce visitare questo sito tecnologico piuttosto che la tanto celebrata ca­scata delle Marmore, «l’unica cartolina con cui l’azienda del turismo locale può fare un po’ di autopromozione».

In ogni caso, il panorama sociale di questa provincia, come già anticipato, sta vivendo una fase di netta trasformazione: se storicamente il ternano-tipo è stato un «metalmezzadro che riunifica la figura dell’operaio legato ai ritmi della fabbrica e del contadino che procede con il ciclo delle stagioni», molti in città si chiedono cosa accadrà nel prossimo futuro, «quan­do compariranno sul mercato del lavoro nuove figure che non hanno memoria né dell’orizzonte operaio né di quello agri­colo?».

Piuttosto mal collegata con il resto dell’Umbria e in particolare con Perugia, e invece in rapporto privilegiato con Roma, al presente Terni deve compiere, a detta di molti osservatori, un vero e proprio «salto mentale», «affrontando scenari inediti, tutti da inven­tare: dove l’innovazione scientifica e la cultura in generale acquistino una reale centralità».

La giostra di Rovigo – Storicamente schiacciata fra le due potenze Ferrara e Venezia, segnata in profondità dall’alluvione del Polesine del ‘51, a Marcoaldi Rovigo «appare ancora avvolta dal so­lito, inscalfibile cliché di provincia immobile e depressa», il che però è vero solo in parte, poiché a fianco della Rovigo «fatalista e ripiegata sui pro­pri trascorsi», ebbene «ce n’è un’altra, affatto diversa, di prepotente di­namicità», la quale può contare su di una produttività economica che, pur a partire da una condizione sfavorevole, le ha permesso di agganciarsi al treno del nord-est opulento. Questo però non ha azzerato la facies paesaggistica della provincia: «Quella successione senza soluzione di continuità di capannoni, laboratori, centri commerciali, miriadi di strade e stradette, ville e villette, che invadono ogni angolo del vicentino, del trevigiano, del padovano, qui si interrompe aprendosi sugli spazi sgombri di un’immensa pianura (coltivata a grano, mais, barbabietola), ottimamente attrezzata per il trasporto di merci su ferro, gomma e acqua».

In ogni caso, le differenze rispetto al resto del Veneto sono notevoli, «non solo perché al posto del metalmezzadro qui c’era il bracciante, ma anche perché il suc­cessivo sviluppo si è intrecciato lungamente con industrie il cui “cervello” si trovava in altri territori e che si impiantaro­no qui dopo l’alluvione, rendendo molto più appetibile il posto fisso rispetto al rischio imprenditoriale»: una tendenza tradizionale che, pur non avendo impedito la crescita economica di cui si parlava, a detta degli intervistati oggi andrebbe in ogni caso invertita, per cui insomma il futuro della città «è legato a un processo di osmosi con le province limitrofe, a una vera e propria im­pollinazione imprenditoriale dall’esterno».

Ma a caratterizzare la provincia, a dominarne l’atmosfera fisica e spirituale, è senza dubbio il delta del Po, il che genera «un mondo costitutivamen­te in between: tra la terra e l’acqua, l’agricoltura e la pesca, la natura e l’intervento dell’uomo», per cui in definitiva Marcoaldi scopre che «il mo­saico rodigino» è «infinitamente più cangiante di quanto fosse dato supporre».

Particolarmente stimolante è la visita all’ampio «distretto delle giostre» presente nella provincia: è la «giostra di Rovigo», dove a partire dal dopoguerra fu avviata la produzione di attrazioni da luna park, aziende che oggi ricevono commissioni da Gardaland e da Disneyland («si tratta di un business considerevole, visto che quasi la metà delle diverse macchine per il mercato mondiale (frequen­tato da due miliardi di persone all’anno) viene dal Veneto»).

Trapani, la città a specchio – Si tratta di una città di grande bellezza, a partire dal «suo centro storico, finalmente restaurato nei suoi monumen­ti di maggior pregio» e da «una spiaggia cittadina con un mare cristallino»; per non parlare poi dei dintorni del capoluogo, visitando i quali «la men­te, appagata, enumera in silenzio le tante bellezze che si rac­colgono in questo piccolo fazzoletto: Trapani, Erice, le Ega­di, Segesta, Mozia…». Del resto, la vera peculiarità di Trapani «è che ovunque ti rigiri vedi comunque il mare, trattandosi di una lingua di terra che finisce alla Torre di Ligny, la costruzione percossa dai venti che segna il confine dell’Europa, l’estremo lembo italiano proteso verso l’Africa»: ed è stato proprio il rapporto con il continente africano ad avere segnato in profondità la storia di questa comunità, dandole una forte vocazione di città mediterranea, visto che ad esempio «“all’inizio del Novecento a Tunisi c’erano ottantamila siciliani. E la maggior parte erano per l’appunto trapanesi”», anche se si tratta di una vocazione che poi, lungo il secolo appena trascorso, si è inevitabilmente affievolita, perdendo poco a poco in dinamismo e in importanza.

Alla bellezza della zona marittima fa purtroppo riscontro un certo squallore presente in altre zone della città, con quartieri di recente costruzione dove «si avverte un senso di degrado e abbandono, tipico del Meridione, che prende alla gola»: è per questo che Trapani è una città duplice, è «la città a specchio», in una «specialissima fusion di splendore e de­solazione».

Ma a parte questo, Trapani, carte giudiziarie alla mano, è purtroppo ancora oggi soprattutto una «roccaforte della mafia»: «La mafia trapanese non si è af­fatto indebolita, né tanto meno ‘ingentilita’. Al contrario: rappresenta il nucleo dei duri e puri dell’organizzazione. So­no loro i custodi di un’ortodossia osservata con la stessa ot­tusa fermezza dei fondamentalisti religiosi. Al punto che, nel corso di recenti dibattimenti processuali, i boss trapanesi hanno pubblicamente irriso le imperdonabili ingenuità commesse da ben più famosi capiclan palermitani o catanesi».

Insomma in questa provincia avviene non solo che «il livello di corruzione legato al controllo mafioso […] è capillare», ma «la cosa più grave è che tale siste­ma criminoso si è insinuato così a fondo nel modo di pensare trapanese da provocare la rimozione inconscia del fenomeno e un sentimento di inevitabile rassegnazione»: ebbene, contro questa progressiva deriva verso l’omertà e l’immobilismo sono impegnate le forze più attive della città, ed è una lotta difficile, il cui primo step, a detta dei personaggi incontrati, è costituito senza dubbio dal tentativo di convincere gli imprenditori locali a non essere loro i primi complici delle cosche, oltre che le vittime designate.

L’anfibia Vercelli – Vercelli, che «quanto a storia e arte, dà del filo da torcere a mol­to più celebrati capoluoghi italiani», pur essendo tutt’altro che povera e arretrata, presenta una quintessenza sociale-antropologica che sostanzialmente ne fa una città «“sobria e assennata, ma poco incline agli entusiasmi”», una città in un certo senso «restia al confronto, poco disponibile al nuovo», spesso preda di una sorta di singolare «“autosegregazione”»: ed è proprio da una messa in discussione di questa disposizione caratteriale che vorrebbero partire i notabili intervistati dall’autore, i quali propongono invece alla comunità di divenire più reattiva, più attenta a ciò che avviene fuori.

In ogni caso, a dominare da sempre la duplice, la «anfibia Vercelli» è stata ovviamente la presenza sul suo territorio delle famose risaie: sebbene «a tutt’oggi il riso rappresenti il perno dell’economia vercellese», nel tempo vi è stata però di fatto una netta cesura, rappresentata dallo «storico passaggio dall’agricoltura al­l’agrochimica, che ha decimato la forza lavoro e trasformato il paesaggio umano delle risaie», a causa soprattutto della pratica generalizzata della diserbatura. Ne è derivato nella comunità «uno stato di forte disorientamento», anche se, al contrario di quel che ci si potrebbe aspettare, avviene che «la cosa davvero curiosa è che questo terremoto paesaggi­stico non ha affatto attutito l’attaccamento del vercellese al­l’antico universo della risaia, alla famosa “terra d’acqua e mondine”».

Da un punto di vista economico, Marcoaldi ricorda che questa provincia negli ultimi decenni aveva conosciuto una crescita industriale molto intensa («tra Chátillon, pettinatura della lana e argente­rie, si giungeva quasi a diecimila occupati»), che l’aveva portata ad essere fra le più ricche d’Italia, finché tale tendenza si è poi bruscamente interrotta, sfociando in una rapida crisi: adesso a Vercelli si prova a risalire la china, in parte cercando di favorire la nascita di nuovi insediamenti produttivi, in parte promuovendo la valorizzazione intensa dei beni culturali, con restauri, mostre, manifestazioni; un indirizzo economico-culturale che, come si è visto, almeno nelle intenzioni accomuna parecchie delle realtà visitate.

Ed è proprio a Vercelli che il poeta-viaggiatore Marcoaldi conclude il suo «viaggio al centro della provincia» («Basta, devo tor­nare a casa; nella speranza che il mio raccolto sia stato frut­tuoso»), accomiatandosi dal suo lettore con le parole che seguono: «in ciascuno de­gli animatissimi luoghi via via visitati ho sentito che mi sta­vo avvicinando al ‘centro della provincia’, al cuore di una realtà – assieme fantastica e concreta – che ha un battito tut­to suo. A guardar bene, nel mio viaggio italiano proprio questo ho cercato di fare: con umiltà e continuo senso di stupore, ho messo l’orecchio a terra nella speranza di raccogliere il ritmo di quel battito».

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Domenico Mezzina vive fra Bari e Giovinazzo, ed è dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

Ha scritto la monografia Le ragioni del fobantropo. Studio sull’opera di Guido Morselli (Stilo, Bari 2011)

Si è occupato di caratteri e problemi della narrativa moderna e contemporanea, con particolare attenzione allo sviluppo della narrativa del primo Novecento; all’evoluzione del romanzo storico dalle origini al postmoderno; all’opera di autori come Raffaele Nigro e Antonio Scurati.

Oltre a diversi contributi ospitati sulla rivista «Critica letteraria», è autore del saggio Memoria, epica, inesperienza. Il romanzo storico negli anni Zero, compreso nel volume Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero, a cura di V. Santoro, Quodlibet 2010; ha redatto inoltre alcune voci per il Dizionario gramsciano 1926-1937, a cura di G. Liguori e P. Voza, Carocci 2009.

È segretario di redazione della rivista «incroci» – Semestrale di letteratura e altre scritture.

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