QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.65: La necessità di non dimenticare. “Mai più”, di Mariagrazia Carraroli e Luciano Ricci

La necessità di non dimenticare. Mai più, testo poetico di Mariagrazia Carraroli, fotoelaborazioni di Luciano Ricci, prefazioni di Franco Manescalchi e Carmelo Mezzasalma, postfazione di Fernanda Caprilli, Firenze, Florence Art Edizioni, 2008

_____________________________

di Giuseppe Panella*

Il 12 agosto del 1944, a Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, quattro reparti della 16ª divisione volontari delle Waffen SS di fanteria corazzata (o Panzergrenadier) Reichsführer massacrarono, senza nessun apparente motivo dato che le azioni partigiane in quel settore non erano mai state tali da far invocare il diritto di rappresaglia, cinquecentosessanta vittime innocenti, in maggior parte bambini e anziani (una di esse, la più piccola, Anna Pardini, aveva solo venti giorni).

L’obiettivo era quello di spezzare lo stretto rapporto che esisteva tra la popolazione del luogo e le formazioni partigiane sulle montagne – questo ufficialmente. Qualcuno, forse un delatore   abitante all’interno del paese stesso, approfittò comunque della strage per consumare una vendetta privata. Su questo punto, le testimonianze sono incerte. Il regista statunitense Spike Lee, sulla base delle suggestione dell’autore di un romanzo ispirato a quelle vicende (Miracolo a Sant’Anna di Peter McBride, anche sceneggiatore del film del 2008) è sembrato esserne assolutamente certo. Ma a parte questo, l’episodio di Sant’Anna di Stazzema appare anche oggi di straordinaria e incredibile gravità. Mariagrazia Carraroli ha voluto realizzarne un racconto in versi facendosi coadiuvare dalle immagini delle fotoelaborazioni  ad opera del marito Luciano Ricci.

Scrive Franco Manescalchi, uno dei prefatori dell’opera nel suo testo intitolato “Una perfetta passione”:

«La poetessa ci ricorda che questo poemetto è nato sull’onda del nuovo organo, dono alla chiesa di Sant’Anna di Stazzema da parte di due musicisti tedeschi, che lì “ha suonato per la prima volta con la voce del ricordo e della pace”. E come non citare a questo punto Federico Garcia Lorca che nella poesia Alberi afferma: “Le vostre musiche vengono dall’anima degli uccelli, / dagli occhi di Dio, / da una perfetta passione”. E commenta: “Sarò sempre dalla parte di coloro che non hanno nulla e ai quali si nega perfino la tranquillità del nulla… Nel mondo non lottano più forze umane, ma telluriche”. Perché gli alberi, come l’uomo, non si piegano mai fino in fondo e conservano nitida, anche nella più minima foglia, la loro identità, come conferma Brecht stesso nel Susino: “che è un susino, appena lo credi / perché susine non ne fa. / Eppure è un susino e lo vedi / dalla foglia che ha”».

Effettivamente gli alberi (il castagno, il platano, il ciliegio, la quercia, il frassino, il noce, il fico) sono i veri protagonisti di questa suite per voce e luce, per parole e immagini. Al loro fruscio sommesso e spesso gemebondo, sottile eppure preciso e nitido nel suo omaggio alla verità, capace di ricordare e di far riflettere perché espressioni di una natura che non può essere conculcata nonostante la rabbiosa e spietata reazione degli uomini fa riferimento Carmelo Mezzasalma nel suo testo dedicato a “Le voci dell’eccidio”:

«Nessuna violenza, per quanto spietata, potrà mai soffocare la dignità di queste “voci” di Sant’Anna di Stazzema che, proprio nella poesia, diventano ancora più potenti e incancellabili. E’ l’esperienza che ha fatto la stessa Mariagrazia Carraroli poiché il suo linguaggio poetico si è posto decisamente dalla parte delle vittime per ricavarne questi suoi versi, vere e proprie stazioni di una via crucis umana e familiare, che, più di ogni descrizione, incidono lo sgomento della nostra anima per quelle esistenze violentemente strappate alla luce della vita. Sono versi davvero trasparenti, ma nel fondo animati da immagini, come l’acqua, il fuoco, la vita della natura, che rendono il tutto più inquieto e più movimentato a motivo anche di un pudore che non vuole impressionare, ma semmai, appunto, ascoltare e ricordare ».

Ascoltare le voci di chi ha visto impotente scatenarsi la rabbia degli uomini, ricordare perché questo non accada mai più – quale è l’auspicio morale di questo poemetto.

Gli alberi ricordano perché hanno saputo ascoltare – a differenza degli uomini.

Il 12 agosto 1944 la morte ha regnato sovrana su Sant’Anna di Stazzema. Le raffiche delle armi automatiche e le bombe a mano dei tedeschi hanno parlato definitivamente. Il resto è rimasto nel silenzio. Non ci sono più voci umane in grado di ricordare e di scandire le parole del diniego, del rifiuto della violenza, dell’appello alla salvezza per gli innocenti massacrati e martoriati. Possono parlare solo gli alberi che sono stati testimoni muti della violenza mortale al lavoro:

«La quercia. Abito il bosco grande / in fitto condominio d’alti fusti / da loro incoronata regina / lo scettro della forza / tra i miei rami. / Anche il vento mi teme / quando turbina la neve / da tormenta / e urla paura raggelando. / Il cielo mi rispetta / se apre cateratte sulla terra / sa che le saette su di me / sono armi che tornano all’indietro / che neppure la grandine / può arrecarmi ferita. / Ho visto la vita del paese / nel giro ordinario della storia / le nascite i lavori / il piglio dignitoso della gente / la miseria / lenita da mani solidali. / E la morte ho visto / compagna non arcigna della vita. // Ma oggi no. / Non c’è vento né tormenta / né uragano / che regga il confronto dell’orrore / e mi scuoto con’esile fuscello / fulminata dall’eco sinistra / di quel mitragliatore».

Sono i ricordi che affiorano dai fantasmi di coloro che sono discesi improvvisamente e troppo presto nella tomba. Le storie si intrecciano e si inseguono in una rivendicazione amara di una vita spenta in maniera insensata. Gli alberi che hanno visto e che portano intrecciati sui rami e le foglie rinnovatesi anno dopo anno, nel magico trionfo della vita della natura, raccontano quelle vicende che non bisogna dimenticare perché altrimenti sarebbero cancellate per sempre nell’oblio della morte:

«Il noce. Le mie radici accarezzano / la tana della volpe / la gola sicura della terra / la salvezza di Silvia di Cesira / di Pasquino // il cuore sanguinato / dallo strazio di non più udire / il loro nome / da voci parentali»

Sono nome umili di umili vittime sacrificali. Questi nomi hanno ancora un significato perché nessuno li ha dimenticati. Sono divenuti il simbolo della ferocia umana e del suo rovescio, la pietas per chi soccombe di fronte alla forza esercitata insensatamente, senza neppure la scarna e forse oscena giustificazione della ragione militare o delle necessità belliche. Morire è sempre inutile e vano, a ogni età, ma morire nel fiore degli anni è un’offesa alla natura e ai suoi dei immortali.

E’ il messaggio che gli alberi sembrano voler tramandare a “coloro che verranno” (sempre Brecht):

«Il fico. Sono dell’Argentiera, / Sirio Vittorio Licia e Mario / in palestra fra i miei rami. / E i frutti, cena, col pane / cotto in casa. // Oggi / le loro grida il loro sangue. / Io / come il fico del Vangelo / la mia linfa isterilita / dalla zampata della belva».

La vita portata dai frutti dell’albero e cara per la sua dolcezza ai bambini che se ne sono nutriti godendone il sapore con il pane del forno casalingo non serve più, scorre invano, inacidisce e diviene sterile quando morte e violenza presentano il conto alla barbarie degli uccisori. Per i bambini morti, i fichi non hanno più il gusto della gioia di vivere.

Come ricordano alla fine della lettura del poemetto le parole di Fernanda Caprilli nel suo”La memoria e l’orrore”:

«Mai più gridano le voci che animano la poesia di Mariagrazia Carraroli: “mai più” abbiamo ripetuto tante volte di fronte ai tragici avvenimenti di cui siamo stati testimoni… Eppure, solo questa sembra essere la forza e, insieme, la debolezza della nostra memoria: la capacità di ricordare il più piccolo torto e quella di dimenticare l’orrore di cui l’uomo è capace ogni volta che uccide, ogni volta che alimenta odio e guerre fra i popoli, ogni volta che toglie dignità ad un essere umano».

Sembra facile non dimenticare ma non è così. Per fortuna, ogni tanto, con dolore e rabbia, forza d’animo e rassegnazione negata c’è la poesia a ricordarci di non dimenticare mai.

___________________________

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

_____________________________

*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

Annunci