Due santi riformatori. Angela Tagliafico, “Ignazio di Loyola e Teresa D’Avila. Due itinerari spirituali a confronto”

Angela Tagliafico, Ignazio di Loyola e Teresa D’Avila. Due itinerari spirituali a confronto, Edizioni OCD, 2009, pp.481, € 20,00

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di Francesco Sasso


Nel XV e XVI secolo la crisi delle struttura ecclesiastiche e della religiosità del mondo cattolico non mancò di coinvolgere anche la vita del pontificato romano. Frati e prelati, monasteri, vescovati e parrocchie spesso non mancavano di offrire, e in larga misura, esempi d’ignoranza religiosa e di rilassamento morale. Parroci e vescovi sempre più spesso anteponevano, ormai, ai loro doveri di pastori d’anime gli interessi temporali. Fu così che vistosi e ripetuti esempi di generale decadimento della vita etico-religiosa esercitavano sulla mentalità e sui costumi dei fedeli una profonda influenza e generavano spesso atteggiamenti di sfiducia nei riguardi della Chiesa e della sua missione spirituale.

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UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta (Parte II). Saggio di Giuseppe Panella

[QUI] la prima parte del saggio UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta

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di Giuseppe Panella

 

4. Da Campaldino patria ideale a Eleusis forma di esperienza spirituale: nascita dello “stile etrusco”

La prima raccolta di versi veramente significativa di Vettori come poeta è Poesia a Campaldino del 1950. Sono versi legati alla tradizione novecentesca ermetica e non (in particolare alla versione cristiana di questa corrente letteraria con riecheggiamenti di autori quali Betocchi e Lisi, poeti e scrittori amati poi fino alla fine, anche se meno presenti in seguito e sostituiti nelle scelte di scrittura da altri – e certo più prestigiosi – modelli).  Nella seconda delle liriche presenti in Versi per l’Italia (del 1960) è forte l’eco di una delle poesie meno “ermetiche” di Salvatore Quasimodo (la Lettera alla madre):

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UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta (Parte I). Saggio di Giuseppe Panella

[Immagine: Carlo Carrà, Le figlie di Loth (1919)]

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di Giuseppe Panella

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«Non so se tra roccie il tuo pallido / Viso m’apparve, o sorriso / Di lontananze ignote / Fosti, la china eburnea / Fronte fulgente o giovine / Suora de la Gioconda: / O delle primavere / Spente, per i suoi mitici pallori / O Regina o Regina adolescente: / Ma per il tuo ignoto poema / Di voluttà e di dolore / Musica fanciulla esangue, / Segnato di linea di sangue / Nel cerchio delle labbra sinuose, / Regina de la melodia: / Ma per il vergine capo / Reclino, io poeta notturno / Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, / Io per il tuo dolce mistero / Io per il tuo divenir taciturno / Non so se la fiamma pallida / Fu dei capelli il vivente / Segno del suo pallore, / Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti / E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera»

(Dino Campana, La Chimera)

1. Un filosofare pallido e assorto

La produzione culturale (letteraria, poetica, filosofica, storico-politica, storico-artistica, finanche utopistica) di Vittorio Vettori è stata sterminata. Analizzare tutte le opere da lui prodotte nei più svariati campi del sapere umanistico è probabilmente impossibile per ora. Anche chi si è posto il compito improbo e meritorio di antologizzare le sue opere più significative non ha potuto che selezionare proficuamente i suoi testi più noti e probabilmente più duraturi. Di se stesso Vettori avrebbe scritto per interposto personaggio in un romanzo, L’amico del Machia, che forse avrebbe meritato maggior fortuna sia critica che di lettori avvertiti (1):

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VIDEORECENSIONE n.4: Monika Antes, “Fra sogno e realtà. La vita e l’opera di Dino Campana. I canti orfici”

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Le videorecensioni su  RETROGUARDIA sono a cura di Giuseppe Panella

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IL TERZO SGUARDO n.26: Scrittori della terra d’Abruzzo. Giacomo D’Angelo, “D’Annunzio e Flaiano. L’Antitaliano e l’Arcitaliano”

Scrittori della terra d’Abruzzo. Giacomo D’Angelo, D’Annunzio e Flaiano. L’Antitaliano e l’Arcitaliano, Chieti, Solfanelli, 2010

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di Giuseppe Panella*

«Leggere scritti che si occupino sia di Gabriele D’Annunzio che di Ennio Flaiano non capita di frequente, anzi quasi mai. Il binomio dei due artisti come tema, infatti, nella sterminata letteratura sul primo e nella colluvie plurigrafomane sul secondo non è mai stato toccato, né in sede critica, né quale divagazione “stravagante” alla Giorgio Pasquali, né a mo’ di “capitolo” o “palinfrasco” alla Enrico Falqui, per le molteplici e stellari differenze tra i due artisti, soprattutto su un versante: quello dell’umorismo» (p. 5).

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Laura Pariani, “Milano è una selva oscura”. La storia raccontata da un barbone poeta

Laura Pariani, Milano è una selva oscura. La storia raccontata da un barbone poeta

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Mi son el pòer Dant in bolletta,
malattia ch’è sémper stada in frega
in chi se ciappa ‘l spass
de vèss poeta

.

di Giovanni Inzerillo

L’ultimo della Pariani sin dal titolo rimanda alla più conosciuta citazione della nostra storia letteraria. Dante è pure il nome acquisito dal protagonista che, indossate le vesti di un barbone, con il Sommo ha tanto da condividere: anche lui ha subito ingiustizie, come lui ha a lungo vagabondato, ha scritto una silloge di poesie e ha vissuto una vita di emarginazione, di forzato esilio. Ancora una volta – ed è forse una delle peculiarità più affascinanti della scrittura della Pariani – come in altri precedenti romanzi, basti pensare a La signora dei porci, Il paese delle vocali e Quando Dio ballava il tango, i suoi personaggi lasciano scarso spazio all’autobiografismo. In occasione di un incontro con gli studenti dell’Università di Palermo del 16 aprile 2003 l’autrice stessa dichiarava:

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TEORIA DELLA LETTERATURA n.8: Nascita del personaggio romanzesco. A cura di Giuseppe Panella

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.66: Bruciarsi l’anima e restituirla alla poesia. Giuseppina Luongo Bartolini, “La pietra focaia”

Bruciarsi l’anima e restituirla alla poesia. Giuseppina Luongo Bartolini, La pietra focai. Poesie 2007-2008-2009, Torino, Genesi, 2010

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di Giuseppe Panella*


E’ da molto tempo che inseguo la poesia di Giuseppina Luongo Bartolini, una poesia il cui merito principale è quello di inquietare, di turbare, di bruciare l’anima di chi si confronta con essa senza pregiudizi e senza insofferenze:

 

«Risolta in immagini la pena / pura forma della mia vita in / bianco e nero coagulato il colore / dentro le torme scure del mio / alfabeto quel sole che fu sole / ora luce soltanto mi rimane / nella requie che occulta la / tempesta e il ruggito del temporale» (p. 39).

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Dante is dead: la “beata Metallitudo” della Dama. Chiara Daino, “Metalli Commedia”

Chiara Daino, Metalli Commedia, Thauma Edizioni, 2010, pp.176, € 10,00

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di Francesco Sasso

Da qualche tempo il rock e la letteratura sembrano aver raggiunto il punto in cui tutto è stato già detto. Non si può suonare meglio di Hendrix, scrivere meglio di Gadda, disperarsi più di Kurt Cobain, spettacolo che non prevede repliche. E il non vedere nuovi orizzonti è fonte di nuova disperazione.

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TEORIA DELLA LETTERATURA n.7: Romanzo e fabulazione. A cura di Giuseppe Panella

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STORIA CONTEMPORANEA n.69: L’epopea del Tartarini a Berlino. Beniamino Tartarini, “Porci di fronte ai maiali. Storie per uomini che parlano poco”

L’epopea del Tartarini a Berlino. Beniamino Tartarini, Porci di fronte ai maiali. Storie per uomini che parlano poco, Firenze, Clinamen, 2010

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di Giuseppe Panella*

Non si tratta di pórci di fronte ai maiali ma di saperli riconoscere; di vivere al loro fianco senza volerli imitare o al limite di imitarli con successo… Questo di Tartarini non è certo un libro autobiografico. Tutt’altro. E’ un libro parodico, satirico fin quanto si vuole, sarcastico nelle midolla, feroce nel tratto e nel ghigno. Beniamino Tartarini lo ha scritto (e ci insiste pure spesso) grazie al suo cognome che gli permette di mimetizzarsi ed esordire come il suo quasi omonimo – se l’eroe eponimo di Alphonse Daudet era stato Tartarin de Tarascon, personaggio tra i più buffi e credibili della letteratura francese del XIX secolo, Tartarini di Scandicci (o forse dell’Osmannoro) se ne va in giro per il mondo a dimostrare la propria furia e virulenza espressiva, il proprio aspro e involgarito disincanto, la propria brama di (soprav)vivere e soprattutto la propria necessità sempre frustrata di andare a donne.

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“Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero”, a cura di Vito Santoro

Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero, a cura di Vito Santoro, Quodlibet, Macerata 2010

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di Francesco Sasso

Vi segnalo la raccolta di saggi Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero, a cura di Vito Santoro (Università di Bari). In una condizione di iperproduttività del mercato editoriale, è difficile scorgere un disegno coerente della letteratura contemporanea. Per questo, secondo me, Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero è il primo bilancio di rilievo della letteratura italiana di questi nostri ultimi dieci anni. Si tratta dunque, in buona sostanza, di “verificare” la tendenza della letteratura contemporanea attraverso la lettura critica di alcuni romanzi eterogenei, con una prospettiva critica nei confronti dei testi analizzati di estrema “apertura”. Per far ciò, la ricerca si presenta sotto la duplice veste di indagine letteraria e di discussione antropologica-sociale. Di seguito potete scaricare l’esauriente e puntuale presentazione de Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero in formato pdf (f.s.).

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Presentazione del volume

Il volume, curato da Vito Santoro, raccoglie contributi di alcuni giovani studiosi pugliesi: è un libro che, pur dichiarando di non mirare ad una ricostruzione storico-letteraria di tipo sistematico, si impegna tuttavia in una ricognizione attenta della produzione romanzesca dell’ultimo decennio, al fine di proporre al lettore un «piccolo spaccato della narrativa italiana degli anni Zero», soffermandosi soprattutto «su quelle opere e su quegli autori che ci sono parsi particolarmente significativi per la loro capacità di riaffermare, anche a costo di uno spietato e crudele autodafé, le ragioni della letteratura, salvandola da quella dimensione di entertainment e di infotainment di massa, cui l’ha relegata l’attuale sistema delle comu-nicazioni».

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TEORIA DELLA LETTERATURA n.6: Storia e racconto. A cura di Giuseppe Panella

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IL TERZO SGUARDO n.25: Emilio e Odoardo – il viaggio come scelta di vita. Paolo Ciampi, “I due viaggiatori. Alla scoperta del mondo con Odoardo Beccari ed Emilio Salgari”

Emilio e Odoardo – il viaggio come scelta di vita. Paolo Ciampi, I due viaggiatori. Alla scoperta del mondo con Odoardo Beccari ed Emilio Salgari, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*

Già una volta Paolo Ciampi ci aveva provato (Gli occhi di Salgari. Avventure e scoperte di Odoardo Beccari, viaggiatore fiorentino, Firenze, Polistampa, 2003) a mettere insieme i due autori di romanzi di avventure di viaggio, ma mai lo aveva fatto con tanta passione, con tanta pertinacia, con tanta voluttà autobiografica. Se Emilio Salgari con i suoi romanzi di amore e di morte e di vendetta avevano allietato la sua infanzia di lettore accanito costituendo così un patrimonio culturale che non avrebbe mai potuto dissipare intieramente, la scoperta del botanico fiorentino Odoardo Beccari lo ha conquistato completamente spingendone ad approfondire in maniera accurata e coinvolgente la figura letteraria e umana. Se Salgari poteva essere considerato un autore classico per l’infanzia (ma mai una definizione tale fu mal utilizzata per definirlo!) e, quindi, una lettura quasi obbligata, l’opera principale di Beccari (Nelle foreste di Borneo. Viaggi e ricerche di un naturalista, Firenze, Landi, 1902) era stata una rivelazione più tarda. La racconta quasi in apertura di libro lo stesso autore, ricordandone lo stupore e la forza evocativa, il fascino che lo aveva attirato con la forza di una calamita:

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