QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.66: Bruciarsi l’anima e restituirla alla poesia. Giuseppina Luongo Bartolini, “La pietra focaia”

Bruciarsi l’anima e restituirla alla poesia. Giuseppina Luongo Bartolini, La pietra focai. Poesie 2007-2008-2009, Torino, Genesi, 2010

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di Giuseppe Panella*


E’ da molto tempo che inseguo la poesia di Giuseppina Luongo Bartolini, una poesia il cui merito principale è quello di inquietare, di turbare, di bruciare l’anima di chi si confronta con essa senza pregiudizi e senza insofferenze:

 

«Risolta in immagini la pena / pura forma della mia vita in / bianco e nero coagulato il colore / dentro le torme scure del mio / alfabeto quel sole che fu sole / ora luce soltanto mi rimane / nella requie che occulta la / tempesta e il ruggito del temporale» (p. 39).

In pochi versi si può ritrovare tutta la poetica dell’autrice giunta ormai alla compiuta e consapevole maturità. Risolvere “in immagini” le parole, trasformarle in forme espressive e compatibili con il suo desiderio di comunicare le proprie passioni e le proprie angosce di un tempo significa trovare riposo dopo “la tempesta” e “il ruggito del temporale”, cercare scampo nella scrittura come luogo deputato a una riflessione che sia in grado di farle accettare la necessità di andare oltre, alla ricerca di qualcosa di nuovo e di ancora luminoso (anche se il sole sembra essersi spento).

La poesia di Giuseppina Luongo Bartolini è tutta racchiusa in queste immagini che la sua scrittura dispone come figure geometriche sullo spessore monodimensionale della pagina bianca: quadrati ma più spesso rettangoli che fanno risaltare le parole come elementi tutti uguali ma inalienabili della configurazione che esse assumono. Un esempio significativo è questo testo a p. 241:

 

«Condannati alla vita da una colpa / mortale incisione perpetua e fatale / nella equivoca carne del creato / dei quattro elementi aria acqua / terra fuoco uomini bestie vegetali / nel rotolo delle leggi rievocato da / fiamme in attingibile ara di fusione / nel metallo dell’anima conio di un / mattino che naufraga nelle nebbie / d’un tempo che dismemora qui nel / crogiuolo del male la manovella / del dolore tormentose acuminate le / punte della ruota denso e frullato / il setaccio sanguinolento confessa / Signore la tremenda disubbidienza / del volere / l’irrinunciabile sogno / di libertà che qui ci atterra e sfinisce / merce avariata intonsa di un capitale / frodato al venditore di solubili / fiocchi di neve sicché nulla rimanga / nel carniere se non le ultime / gocciole blande d’un pianto inaridito / inavvertito insanabile groppo alla / calotta dolceamara arca dell’alleanza / e del disgelo nei cesti dell’annata».

 

Il rettangolo formato da questo lungo testo narrativo concepito come il portato di una voce monologante nel tempo è costituito da una sequenza di parole disposte in maniera tale da formare una lunga sequenza non interrotta da punti e virgole o altre forme di interpunzione e senza che la sua posizione nello spazio denunci alcuna forma di alterazione della voce o alcuna sua interruzione per ragioni di carattere grammaticale o sintattico. In sostanza, la voce della poetessa si dispone sulla pagina per sua sola volontà di parlare e si articola in maniera diretta come sequenza ininterrotta di parole. Il discorso si riduce alla voce e la voce si articola come sequenza non riducibile a frasi o a paragrafi. Parola nuda, nomi nudi e immagini che esplodono – come in questo caso – in materia apparentemente senza senso, fatta di fragore intenso e di impuntature verbali (il “dismemora” posto al centro del manufatto verbale che è un po’ il perno del tutto esibito e prodotto dall’angoscia di dire senza fermarsi o presagire una possibile fine) e di un suono catafratto dal dolore del mondo.

Nell’impasto dei quattro elementi della vita del mondo, la parola si impone come capacità di ricongiungerli in un nuovo patto di alleanza stipulato con chi ha il potere di rinnovarne ancora il disegno e il desiderio. Come ha scritto Giorgio Barberi Squarotti, ottimo conoscitore e da tempo dell’opera della poetessa beneventana, individuando nel suo breve testo introduttivo al volume di Giuseppina Luongo Bartolini alcune condivisibili linee di lettura:

 

«Le metafore di cui il poeta si avvale sono colme d’intensità, di luce, di concettualità, di visionarietà. C’è, nella rappresentazione, sempre il molto di drammaticità, fino al tragico, che sono la misura più frequente del discorso poetico di Giuseppina Luongo Bartolini. Il cammino connumera le tappe, che possono essere terrene e celesti, fra piccoli paesi e nomi famigliari e fra emblemi supremi, ideali: ma è sempre l’esplorazione a scoprire e riconoscere e nominare le fondamentali presenze del mondo delle cose e del mondo delle idee. L’ultimo componimento pronuncia ancora un nome del viaggio, come la vela, la barca, il pontile, ma nella conclusione il termine centrale è “viatico”, con il sacco a spalla del poeta-viaggiatore, fino alla città fissata esemplarmente nella citazione di Dante, che rimanda al guerriero che ha perso la battaglia della storia per vincere quella dell’anima, così come il narratore e il cantore del tempo e dello spazio ha fatto: “Depongo e lascio in co’ / del ponte presso a Benevento” la difficile e tormentosa e strenua guerra dell’esistenza, delle esperienze, delle contraddittorie esplorazioni dell’essere e dello scrivere» (p. 6).

 

La poesia della Luongo Bartolini, dunque, è fatta di queste risonanze dell’anima, di queste potenti capacità d’eco nel raggiungere il senso profondo dell’esistere, di questi inabissamenti che consentono di esplorare un mondo apparentemente insondabile e liscio in superficie. Esplorazione ed esperienza come “viatico”, viaggio alla ricerca di se stessa come prospettiva.

 

«L’essere stati vivi una volta / per tutta l’eternità in un giorno / di primavera vivi nell’occhio / delle stagioni e del mattino / la grande avventura dell’esistenza / germoglio aperto sulle scogliere / del mare l’avere amato / in connessione d’amore una volta / sull’orizzonte di giovinezza e / mai più nei conflitti del cuore / un figlio in proiezione dell’ignoto / domani avere avuto un reame / di sogno nella spoliazione del / calendario l’averti guardato negli / archi delle pupille amore della / mia vita messo radici per una / sola stagione fruttificato e disposto / nell’inspiegabile macchina / del dolore l’ingranaggio del pianto» (p. 326).

 

“La grande avventura dell’esistenza” va ricordata come la stagione in cui si è “stati vivi” ma non per questo oggi quell’avventura deve cessare e naufragare sugli scogli della rinuncia a ciò che si è fermamente e fortemente voluto. L’eternità sognata e pensata come possibile approdo del desiderio di essere si raddensa e si ritrova solo nel giorno in cui l’esperienza si conclude e si riconosce finita – anche se così essa termina e si interrompe intollerabilmente presto e si riconosce solo nel suo essere stata e divenuta una ragione di vita creduta tale per sempre. Il fatto stesso di essere stati vivi riscatta la vita intera: vale la pena di aver vissuto anche il dolore e il pianto perché essi sono la testimonianza che si è conosciuto e sperimentato la bellezza di tutti i modi dell’esistenza. Di fronte a questa massa di ricordi che costituiscono la sostanza dell’essere stati, la poesia fa da “pietra focaia”: incendia ciò che giace ancora secco e disperso e lo trasforma in un fuoco intenso e scoppiettante di pensieri, di ricordi antichi e nuovi, di sogni, di attrazioni fatali e ineluttabili.

 

«La mia identità l’unicità del mio / essere coagulo di elementi / primordiali nelle ordinate forme / della figura nel calco dell’immagine / prima è nel barlume della sua luce / proiezione d’eterno macchina / semovente ingranaggio di pellicole / oscure guizzi nell’ectoplasma / di una nota giuliva nel conio di un / disegno prestabilito nel ditirambo / trascorsi musica nel coro / crolla e si scoglie nell’incastro / degli elementi il principio collante / dell’ereditarietà della forma nel / suo destino d’accatto e scompare / Quale il mistero più grande / se della mia nascita nell’impronta / fatale o quello della morte / disfacimento deforme quintana / nel gong che dietro lascia di sé / la muta nota del nostro silenzio» (p. 423).

 

La poesia ha il compito di illuminare le “forme ordinate” del reale e trasformarle in immagini che non siano più ectoplasmi o “guizzi” oscuri nel buio ma figure formate. Per ottenere questo risultato finale è necessario che essa trasformi lo spirito del poeta in “pietra focaia” capace di dare fuoco al mondo in cui il poeta ha posto il proprio luogo di residenza conflittuale con ciò che lo circonda. Se ciò lo rende capace di combattere la propria battaglia per rendere evidente il proprio destino (il “conio” del “disegno prestabilito”), allora, la sua poesia sarà fuoco ardente che non conosce il fumo funesto dell’oblio. Tutto sta nella potenza della “pietra focaia” e del sogno che la incendia.

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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