Laura Pariani, “Milano è una selva oscura”. La storia raccontata da un barbone poeta

Laura Pariani, Milano è una selva oscura. La storia raccontata da un barbone poeta

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Mi son el pòer Dant in bolletta,
malattia ch’è sémper stada in frega
in chi se ciappa ‘l spass
de vèss poeta

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di Giovanni Inzerillo

L’ultimo della Pariani sin dal titolo rimanda alla più conosciuta citazione della nostra storia letteraria. Dante è pure il nome acquisito dal protagonista che, indossate le vesti di un barbone, con il Sommo ha tanto da condividere: anche lui ha subito ingiustizie, come lui ha a lungo vagabondato, ha scritto una silloge di poesie e ha vissuto una vita di emarginazione, di forzato esilio. Ancora una volta – ed è forse una delle peculiarità più affascinanti della scrittura della Pariani – come in altri precedenti romanzi, basti pensare a La signora dei porci, Il paese delle vocali e Quando Dio ballava il tango, i suoi personaggi lasciano scarso spazio all’autobiografismo. In occasione di un incontro con gli studenti dell’Università di Palermo del 16 aprile 2003 l’autrice stessa dichiarava:

«Potrei dire che i personaggi non devono essere fotocopie dell’autore, quando ci sono in gioco sentimenti, emozioni, che appartengono a personaggi tanto diversi da quello che noi siamo e a cui l’autore deve dare voce in maniera diversa. Quindi nel romanzo ci sono pensieri, sensazioni, emozioni che sono dei personaggi, e poi ci sono pensieri, sensazioni ed emozioni che sono miei: sono due cose differenti. […] Tu devi svuotare la tua testa ed entrare nel personaggio che devi incarnare, devi lasciare da parte quello che stai pensando, quello che è la tua vita, perché devi dare vita a qualcosa di diverso. È una delle cose più belle dello scrivere, il diventare altro, il vivere più vite contemporaneamente. Prima avevo una strana idea della scrittura, perché credevo andasse da dentro a fuori, pensavo che lo scrittore fosse colui che ha vissuto tante esperienze e che alla fine si decide a metterle nero su bianco. Adesso ho capito che non è così, che lo scrittore non scrive le sue esperienze perché scrivere è un’attività che va da fuori a dentro. Ci sono tanti personaggi, tante storie in giro, e lo scrittore deve farle proprie e farle entrare dentro di sé, cosa che implica quindi l’accettare di essere tutt’altro da quello che si sta narrando».

Eppure, oltre la finzione narrativa tutti i personaggi nati dall’immaginazione diventano anch’essi, come la scrittrice sostiene, “di carne e di sangue”. Diogene Colombo – è questo il vero nome di Dante – nato nel 1899 è un esposto abbandonato dalla madre: “I suoi veri nome e cognome scritti nero su bianco sul registro gli suonano estranei; ché sono le stramberie che ti affibbiano in brefotrofio: Colombo, come a tutti gli illegittimi di Milano, perché sulla porta dell’Ospizio degli Esposti era raffigurato il simbolo caritatevole dello Spirito Santo; Diogene perché l’impiegato che stava ai registri quel giorno doveva essere un filosofo burlone”.

Vive una vita instensa, il Dante: in Argentina nel 1923, torna in Italia nel 1928 quando conosce Zaira da cui nel 1935 nasce Milena, figlia destinata a morire giovane. Dopo vari problemi con la giustizia si dedica alla professione del libraio e comincia a nutrirsi di libri: “Eggià, il Dante è cresciuto a pane e classici, tra volumi sfatti e polverosi”. Dante diventa colto – e non poteva essere altrimenti! – e il suo sapere lo aiuta ad affrontare la vita con uno spirito sempre equilibrato nonostante le avversità, cinico dinanzi al perbenismo delle convenzioni e all’“ipocrita decadenza della gente comune”, critico nei confronti della società moderna, persino contro la politica e la moderna letteratura. E tutto questo perché:

«Disoccupazione, disaccordi coi parenti, abbandoni, disagio di vivere: sono tanti i motivi che buttano la gente per strada. La ruota del destino cigola, questione di un attimo – io non so ben ridir com’io vi entrai – e si diventa barboni, dopodiché non c’è possibilità di ritorno al mondo di prima. E’ come se tu fossi morto, pensa il Dante: uscito dalla storia, da tutte le storie; refrattario, naufrago per sempre, fuori dalla logica comune di chi truscia ancora per guadagnare, calcolare, spendere con avvedutezza, ammassare roba, voler primeggiare. Ché la vita normale, vista dalla strada, appare come una serie di illusioni».

E’ un “diverso” Dante, come vuole la più rigida e bigotta presunzione di appartenere a una maggioranza, ma pur sempre orgoglioso nella consapevolezza di non appartenere alla gente comune:

«Il Dante sospira. Si rende conto di essere diverso: lui non ha ritegno a mostrarsi, non teme neppure il confronto o il battibecco con la gente normale. […] Non si sente inferiore, semplicemente non ha nessuno a cui rendere conto; non ha mai chiesto l’elemosina, ma accetta quello che la gente gli offre in cambio di un calembour, di una storia ben raccontata o della recita di una poesia. […] Perché nel teatrino della normalità, se qualcuno lancia un grido di disperazione, bisogna subito ripristinare l’ordine turbato».

Passato e presente si intrecciano nelle memorie e nelle azioni del protagonista. Dante osserva Milano “città della superbia” e del degrado in cui il cupo grigiore della nebbia viene abbacinato dalle illuminazioni degli slogan pubblicitari e stempera il disagio di appartenere fisicamente a una città “non più sua” con ricordi di spensierata giovinezza. Ma non solo.

La storia echeggia palesemente nella vicenda di Dante e ne condiziona la vita stessa. Il 1899 (anno di nascita) è l’anno delle repressioni popolari, della “rivolta del pane” di Bava Beccaris, mentre il 1969 (in cui la storia si svolge) è l’anno della strage di Piazza Fontana, episodio quest’ultimo conclusivo dell’intera vicenda. La Pariani così si sforza di raccontare Milano senza fare autobiografia. Il settantenne barbone è certamente assai distante dalla scrittice allora diciottenne studentessa di Filosofia alla Statale di Milano. E’ una studentessa di quegli anni invece la protagonista del racconto Liberté, Egalité, Marrons Glacés. Anno scolastico 1968-69, inserito nell’Antologia La storia siamo noi, apparsa nel 2008 per i tipi della Neri Pozza, in cui quattordici scrittori italiani appartenenti a diverse generazioni (tra questi: Calaciura, Camilleri, Pugno, Scurati e Vassalli) raccontano la storia d’Italia dall’Ottocento sino ai nostri giorni. L’interesse dunque a narrare la storia di quegli anni e la scelta dell’ambientazione milanese sono certamernte derivati da quel racconto. Il 1969 è l’anno delle lotte sindacali, delle bande a Milano, delle constestazioni studentesche che la Pariani ha vissuto in prima persona.

Ma è altresì possibile raccontare non solo memori della storia ma anche ispirati dai suoni e dalle immagini. I suoni, in questo caso, sono quelli delle Quattro stagioni di Vivaldi, primo disco di musica classica regalato all’autrice nel 1969 (ancora una volta si ripete l’anno della vicenda) e a cui deve una sorta di “strano incantesimo”. L’immagine è, come da lei dichiarato in un recente incontro, lo scatto di un amico fotografo raffigurante un barbone in piedi su una panchina con in testa un cappello e un ombrello rosso in mano a leggere un giornale e a parlare ai ragazzi intorno. Quel barbone immortalato nella foto, proprio come il Dante, è un exlibraio. Ben a ragione dunque, e come ribadito dalla Pariani, “il disegnare e raccontare storie si è fissato sulle immagini”.

Come in molti romanzi precedenti è la voce del silenzio quella che irrompe con prepotenza, la voce della memoria, delle riflessioni ma anche quella mai ascoltata degli umili, dei disadattati, degli incompresi reietti della società. E’ una voce silenziosa, in fondo, solo perché gli altri non sanno, o non vogliono, ascoltarla. Non è dunque un caso che l’ultimo capitolo prenda il nome del “Silenzio” dopo che l’intero romanzo è rigidamente strutturato secondo i tre movimenti che compongono le Quattro stagioni di Vivaldi. Tale silenzio, allora, è l’assenza di suono che segue la fine di ogni concerto, è il linguaggio della “solitudine piena che garantisce la strada”, è l’abbaiare incomprensibile di un cane randagio amico (“facciamo proprio un bel duetto, noi due: l’orchestra dei miserabili”), è il sordo brusio dopo l’assordante frastuono delle esplosioni delle bombe, è il dialogo con la Morte ma non la Morte stessa:

«Sei così sicuro che sia suono la vita e silenzio la morte, e non invece il contrario? […] Poeti, filosofi, giornalisti, figli d’Adamo tutti, ho il piacere di annunciarvi che l’antico castigo della paura è finito, perché c’è musica anche dall’altra parte».

Inoltre, come in Il paese delle vocali e La foto di Orta, anche in questo romanzo la Pariani è magistrale nel creare una perfetta combinazione linguistica tra italiano e dialetto. Dante è un uomo colto, è vero, ma è anche un barbone che vive la strada e da essa raccoglie tutto quanto può ritornargli utile, suoni compresi. Si crea così un piacevole, e solo in apparenza difficile per il lettore, miscuglio di linguaggi e di stili. Dante a volte parla o pensa in italiano, altre volte in milanese (la fonte utilizzata dall’autrice è il Vocabolario Cletto-Arrighi del 1896, anno di nascita del protagonista), altre ancora – e più realisticamente – frapponendo l’una e l’altra lingua. Il passo prima citato del cane con cui il Dante forma “l’orchestra dei miserabili” si conclude in dialetto milanese:

«… vun al sona nò e l’alter el sta a sentì… Cià Cane, s’el temp le permètt farèmm on bèll spasseggin… E lentamente i due si avviarono verso il centro».

Ed ancora lo stile rustico e triviale della parlata di strada viene contrastato da arguti monologhi di preziosa e incantevole raffinatezza. Come nell’Allegro finale in cui il Dante lascia ai posteri, e a chi vorrà farsi carico, il suo testamento spirituale:

«I miei pensieri li regalo alla mè città, perché i milanesi apprendano come anche nel più completo stato di abbandono un essere umano può camminare a testa alta e con allegria. I miei debiti li lascio ai creditori: sono venuto al mondo senza niente e me ne vado al verde, come el dì che son nassuu. Ai nemici lascio il mio perdono, con la certezza che mai ho preso sul serio la loro malevolenza: son sempre stato convinto che è meglio non farsi el fìdegh marsc. Le mie poesie le lascio al vento…»

Come la stessa Pariani ha dichiarato in merito ai romanzi precedenti già citati:

«Io sono cresciuta in un ambiente nel quale si parlava solo in dialetto, un dialetto contadino, molto arcaico, pieno di suoni cupi. Una delle prime cose che ho colto è che il dialetto è una lingua che non si chiude. Il dialetto per me è quella lingua che non ho mai potuto parlare liberamente da piccola perché i grandi sgridavano noi bambini se parlavamo in dialetto; per me è stata quindi una scoperta nel momento in cui mi sono posta il problema di quale lingua usare».

Tramite incastri linguistici e storici, suoni, immagini e suggestioni la Pariani, ancora una volta, non ha deluso le più brillanti aspettative. Il suo Dante milanese, che recita i versi della Commedia tradotta dal Porta, in una dimensione quasi altra, amorfa e senza tempo, racconta la storia di Milano ripercorrendo la storia della sua vita.

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