IL TERZO SGUARDO n.27: Notte italiana. Cesaremaria Glori, “La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo “Ercole””

Notte italiana. Cesaremaria Glori, La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo “Ercole”, Chieti, Solfanelli, 2010

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di Giuseppe Panella*

Ippolito Nievo, uno dei più promettenti e straordinari giovani scrittori italiani, l’autore di uno dei romanzi più significativi della “letteratura della Nuova Italia” (per dirla con Croce), scompare in fondo al mar Tirreno nella notte del 4 marzo 1861. Aveva solo trent’anni, anche se la sua produzione letteraria e saggistica era già compiuta in gran parte e appariva cospicua e di grande rilevanza (Croce nel saggio a lui dedicato si chiederà anche se sarebbe divenuto in seguito anche un politico capace di apportare miglioramenti importanti al panorama della nazione che stava nascendo e del nuovo Stato appena proclamato – ma la domanda è ovviamente oziosa).

Ma sulla sorte di Nievo non è mai stata fatta luce in maniera definitiva: il naufragio dello sfortunato piroscafo “Ercole” fu il frutto di avverse condizioni metereologiche o è stato invece un’azione dolosa atta a sopprimere il depositario di verità scomode?

Cesaremaria Glori ne è convinto:

«Come considerare il naufragio dell’Ercole? Fu una disgrazia o sabotaggio? […] Il sospetto che si sia trattato di un sabotaggio è rafforzato dal luogo e dall’ora in cui esso avvenne. L’Ercole fu, infatti, avvistato a poche miglia dalla costa sorrentina, all’alba del 5 marzo 1861. A quell’ora la maggior parte dell’equipaggio e i passeggeri erano immersi nel sonno. Chi doveva sabotare la nave e predisporre la propria fuga poteva farlo con relativa tranquillità. La costa sorrentina poteva essere raggiunta, al massimo, in un paio d’ore a bordo di una piccola imbarcazione a remi. Il luogo dell’affondamento, inoltre, era stato scelto con oculatezza: in quel braccio di mare il fondale raggiunge profondità elevate e presenta una morfologia molto frastagliata con abissi e voragini, l’esatto parallelo di come si presenta l’intera costa da Napoli a Salerno. Il fatto che non si sia trovato alcun relitto rivela che l’affondamento fu causato da un’ampia falla provocata nella stiva al centro della nave. L’imbarcazione si aprì spalancando le due metà come le valve di una conchiglia. L’affondamento dovette avvenire con grande rapidità. Un altro argomento a sostegno del sabotaggio è che l’Ercole fu l’unica imbarcazione ad affondare tra tutte quelle che solcarono il basso Tirreno in quel periodo. Quel tratto di mare fu percorso, in lungo e in largo, da centinaia di navi, sia italiane che straniere. Dal maggio 1860 al maggio successivo soltanto l’Ercole affondò. […] Soltanto l’Ercole sparì in circostanze misteriose. Il console amburghese Hennequin sollevò il pretesto che era una vecchia carretta del mare. Ma non era vero. Era soltanto una poco convincente giustificazione, da arte di chi sapeva, per dissuadere un ignaro ufficiale italiano di imbarcarsi su di una nave destinata ad una brutta fine» (Cesaremaria Glori, La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo “Ercole”, Chieti, Solfanelli, 2010,  pp. 129-130).

Ma perché, allora, far affondare un piroscafo con il suo equipaggio per annegare Nievo, scrittore noto negli ambienti letterari italiani ma certo non famoso né influente a livello politico e sociale?

Il fatto è che lo scrittore padovano era l’Intendente Militare di Prima Classe dell’Esercito Meridionale, in sostanza, l’amministratore severo, tale da essere definito dai suoi nemici “l’intendente idrofobo”, delle truppe garibaldine (anche se, ufficialmente, era solo il vice di Giovanni Acerbi che aveva assunto l’incarico su nomina diretta di Garibaldi in nome del suo passato di “congiurato di Mantova” scampato alla morte a differenza dei suoi compagni mazziniani di lotta, i cosiddetti “martiri di Belfiore” mentre Nievo era stato nominato per lo stesso incarico dal colonnello Sirtori forse perché laureato in legge a Padova). Nelle sue mani erano passate le poche sostanze della spedizione (circa “trentamila povere lire” – come scrive Giulio Cesare Abba nella Storia dei Mille narrata ai giovanetti). Ma aveva anche passato lunghe notti insonni a custodire, dormendovi sopra, i sacchetti contenenti le diecimila piastre turche d’oro che erano state portate da Orbetello a Talamone durante la sosta dei piroscafi Piemonte e Lombardo, di proprietà della società marittima “Rubattino”, che trasportavano clandestinamente i Mille in viaggio verso la Sicilia. La sosta a Talamone fu giustificata con la necessità di caricare viveri e acqua per il viaggio. In realtà, il colonnello Tûrr che coordinò lo sbarco presso la piazzaforte ormai divenuta piemontese lo fece per imbarcare armi, munizioni e quattro cannoni leggeri evidentemente promessi dal governo di Torino e attendere che Paolo Bovi, un garibaldino bolognese mutilato del braccio destro assegnato all’intendenza, rientrasse con l’avvocato Vincenzo Lagomarsino che lo aveva accompagnato come testimone della consegna delle piastre d’oro. A che cosa servissero le piastre d’oro non si è mai saputo con precisione. La tesi di Glori è che quel denaro – valuta pregiata e di largo e diffuso corso nel Mediterraneo, coniata alla Zecca di Lucca per conto della Sublime Porta – sarebbe servito a corrompere ufficiali e funzionari dell’esercito e della burocrazia borbonica e a rendere possibile la marcia prorompente e irrefrenabile dei garibaldini sbarcati a Marsala. In tal modo, uno degli eserciti più forti e meglio approvvigionati presenti sul territorio italiano si sarebbe disciolto come neve al sole per disfacimento e corruzione interna in base al tradimento dei suoi stessi organi dirigenti. Chi avrebbe poi procurato l’ingente somma sarà stata la Massoneria europea, in particolare quella inglese, che aveva forti interessi a rilanciare le proprie industrie distruggendo quelle attive sul territorio borbonico. E’ la tesi proposta da Enrico Di Vita che l’ha presentata come certa, dopo l’escussione degli archivi edimburghesi della Massoneria scozzese, in un convegno tenutosi a Torino nel 1988 (La liberazione dell’Italia nell’opera della Massoneria, a cura di A. A. Mola, Foggia, Bastogi, 1990, pp. 379 e ss.). Dunque, Nievo nella sua qualità di vice-Intendente dell’Esercito Meridionale, sapeva di questa ingente somma e, soprattutto, sapeva quale uso ne era stato fatto: corrompere le classi dirigenti già sanfediste e legate al Regno delle Due Sicilie perché passassero, armi, bagagli e decorazioni con tanto di stemma di famiglia, dalla parte dei nuovi padroni del Paese. La strategia enunciata dal nipote Tancredi allo zio Fabrizio Salina in Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) era in realtà in atto e la volontà dei nobili e ricchi possidenti siciliani e napoletani fu quella di aderire in maniera entusiastica e profittevole per sé al nuovo stato di cose. Tutto questo non piaceva certamente a un idealista feroce come Ippolito Nievo che, però, sapeva che la colpa non era tanto delle plebi meridionali tenute da sempre all’oscuro delle trame del potere politico quanto di chi aveva tutto l’interesse a trasformare l’equilibrio precedente in un altro più avanzato e apparentemente più progressivo, spogliando il Meridione delle sue pur notevoli risorse. Come scrive il nipote Stanislao in uno dei libri più belli dedicati allo scrittore garibaldino, descrivendo il prozio in attesa di imbarcarsi sull’Ercole:

«La nave era grigia, fracassona e sconnessa. L’uomo era bruno, silenzioso e soave. Aveva già fatto parlare di sé. Più ancora ne avrebbe fatto in futuro, anche se lui non l’avrebbe saputo. Elegante, distaccato, viso morbido, occhi marroni, mobilissimi, aveva un carattere imprevedibile, ora caldo ora gelido. Freddo coi superiori, proteggeva i suoi subalterni come una gatta i suoi piccoli, pur rimanendo riservato anche con loro. L’uomo era in divisa. Era un viaggio militare e vestiva una giubba rossa. Non amava la Sicilia. Non amava nemmeno i siciliani, Ma dato il lavoro svolto e la prolungata permanenza era uno dei pochi settentrionali ad avere le idee chiare su quel paese e sul suo momento attuale. Lo avevano aiutato a chiarire questa posizione le tesi di Francesco Ferrara e Carlo Cattaneo, gli storici che avevano studiato quell’ambiente. Ne avrebbe voluto fare argomento di un suo scritto. Erano idee pragmatiche, basate su principi di giustizia ed economia che non erano mai stati applicati qui. E che purtroppo non dovevano esserlo neppure in futuro» (Stanislao Nievo, Il prato in fondo al mare, Roma, Newton Compton, 19952, p. 9).

Nievo forse non sapeva bene come erano andate davvero le cose ma aveva documentato, con ferrea intransigenza, le spese sostenute dall’Intendenza durante il corso della guerra contro i Borboni ed era pronto a dimostrarne la liceità di fronte alle accuse ormai ricorrenti e violente che provenivano dagli ambienti monarchici che facevano capo a Giuseppe La Farina che del conte di Cavour era il diretto emissario. Nievo andava a Napoli a difendere il proprio operato attaccando carte alla mano – un testo di analisi e di illustrazione della condotta amministrativa dei Garibaldini a firma Acerbi (ma di sicura derivazione nieviana) era già uscito sul n. 243 del 23 luglio 1860 del quotidiano milanese “La Perseveranza”. Lo scrittore padovano avrebbe sicuramente parlato di ciò che sapeva e di cui possedeva le prove, creando uno scandalo enorme con le sue rivelazioni? Non lo sapremo mai.

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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