QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.68: “Cancionero” per il tempo che passa. Francesca Lo Bue, “Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido)”

Cancionero per il tempo che passa. Francesca Lo Bue, Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2010

_____________________________

di Giuseppe Panella*


Dalla Lercara Friddi in provincia di Palermo in cui è vissuta degli anni dell’adolescenza all’Argentina dell’Universidad de Cuyo a Mendoza e poi di nuovo a Roma dove tuttora vive, l’itinerario esistenziale di Francesca Lo Bue si incrocia con la sua vocazione poetica:

«Sicilia bellamara, / fiamma pietrificata / Dalla tua aurea falce appuntita / goccia lento il miele del passato» – si legge a p. 11 a mo’ di esergo per l’intera raccolta e unico testo non riportato in versione bilingue a sancirne il carattere di dedica tutta “italiana”. E’ proprio “il miele del passato” che Francesca Lo Bue cerca di distillare, tra disincanto e memoria, vecchie e nuove illusioni e sogni per il futuro prossimo nei suoi versi pieni di un pathos triste come una milonga o il ritorno a una casa che non c’è più. I suoi due prefatori sono concordi nel giudicare la sua esperienza poetica come il congiungimento di due mondi culturali diversi, eppure assai simili gli uni agli altri.

Scrive, infatti, l’archeologo ed editore Laurentino García y García, rilevando positivamente l’avvenuta maturazione nel tempo dell’autrice:

«Se il linguaggio poetico nasce normalmente nell’adolescenza, è nella saggia maturità che può raggiungere vette di squisita perfezione» (p. 5).

e la poetessa Francesca Innocenzi replica con accenti di forte empatia e consapevolezza della rischiosità del tentativo messo in atto da questa raccolta così mescidata linguisticamente eppure così  moralmente assorta:

«Altrove l’eterno fa la sua intrusione come una punta acuminata e graffiante, in un intreccio tra moto e immobilità che si identifica con la dimensione del ritorno. Questo eterno prende corpo nell’immagine della pietra, materia che persiste, eternità minerale cui si accompagna l’eternità vegetale del fico d’India, capace di generare nuova vita per le sue potenzialità di araba fenice; simbolo, anche, di quella “Sicilia bellamara” con i suoi paesaggi a tinte forti, che certe tenui evanescenze sembrano talvolta evocare. Nella tematica del ritorno come riemersione di cose nascoste va a mio avviso individuato il senso unitario della silloge di Lo Bue: Non te ne sei mai andato si rivolge alla componente archetipica, ai sentieri dell’animo umano, destinati ad essere inevitabilmente ripercorsi. Così l’umanità è sviscerata tutta intera nella sua storia, fin dentro alla forma originaria, al tempo del “fu sempre presente …» (pp. 8-9).

Poesie della maturità, dunque, testi legati a una riflessività raggiunta nell’incrocio tra la musicalità congenita ed esposta della parola in spagnolo e la saggezza conseguita dall’utilizzazione dell’italiano come lingua forse seconda ma sicuramente padroneggiata e condotta alla sua più autorevole compiutezza. Ne è testimonianza sicura un testo lirico come Ricerche (che in spagnolo suona più audacemente come Búsqueda) e che ricapitola con forza la prospettiva poetica di Francesca Lo Bue:

«Si scava, si scava con le parole della supplica / per cercare nel cuore nero della terra / il segreto, l’idea, i segnali, la scintilla enigmatica, / vuoti morbidi nel vuoto tenace, / luce rossa nell’abisso tondo della roccia, / perché il rotondo vuoto morbido, illuminato dalle / voci bisbiglianti, si riempia d’eternità. / Custodiscono le voci, nel cuore morto della rocca, il / sentiero fulgido del cuore di Dio. / Portano verso il cuore nero della terra di radici di pietra. / Si scavano, si scavano le gallerie trasparenti di Dio. / Sole sepolto» (p. 85).

Cercare il segreto della vita nel profondo della terra, provarsi a risolvere il suo mistero, sciogliere l’enigma che costringe ciascuno di noi a interrogarsi sul significato di ciò che esiste è il significato della poesia come ricerca di un qualcosa di più che spesso sfugge alla mente razionale ma va rintracciato nel cuore della vita. La poesia è il “sole sepolto” della realtà (così come lo era stato per Ungaretti che nel suo Porto sepolto aveva annunciato che ciò che non si riesce a trovare e a scoprire di noi stessi è sprofondato là, nel luogo più fondo e inattingibile di tutti per tutti, là dove riposa il segreto di ciò che solo lo scavo nella verità inesitata delle parole può condurre alla luce).

Trovare “il sole sepolto” nel cuore nero della terra è l’operazione che Francesca Lo Bue affida alla poesia – un compito non solo legato alla retorica stretta delle parole ma alla volontà di trovare un senso ulteriore ad esse. Si tratta di una proposta di ricerca, di una busca della verità che sola potrà riempire il vuoto che c’è nel cuore, quel “vuoto tenace” divenuto morbido e pneumatico e che ospita il nulla fatto di “voci bisbiglianti”, di flatus vocis da cui non può venire più nessuna eternità.

Da questa aspirazione (riempire il vuoto morbido all’interno della roccia ascoltando quelle voci che dovrebbero custodire il sentiero che porta a Dio e il suo sole che per adesso non si vede ancora) nasce la scrittura alta (e volutamente sapienziale) del testo della Lo Bue. Un altro esempio può servire a illustrarlo meglio – è la lirica Voce antica che riassume il rovello del tempo remoto con quello della presenza attuale del sogno più volte ripetuto:

«Suona il clarino remoto, / il sogno della legge ineluttabile risuona, / lugubre tamburo nel meriggio sfocato. / Nella stradina ocra del tempio diroccato gocciano / rossi i fiori dell’aria. / Sogno breve dell’isola di pietra, / freschezza grigiastra del sogno svelato, / grazia chiara nella notte blanda e bianca, / pigro svegliarsi di voci argentine. / Mistero di una voce vittima, secreta, penitente, / perché tacesti? / Perché non sorrise la voce? / Per la voce rauca della sorte conclusa, / della legge chiusa, compiuta. / La legge che si ripete e torna, che deve chiudersi. / E la voce-profeta? / E la voce-verso? / La voce doppia dello specchio brunito? / Aspetta la voce quieta, ansiosa tenacia zittita, / e lì, imprigionata, pazza e sottile. / Mistero di un nodo d’argento e rame» (p. 121).

E’ il resoconto di un sogno o la proposta di un ritorno? Sembra di essere all’interno di una situazione onirica sudamericana alla García Márquez  o a una narrazione infinita alla Vargas Lllosa dove il passato mitico irrompe e si consuma nell’ingenerosità “grigiastra” del risveglio nel presente. Eppure nella dimensione nebbiosa e oscurata della prospettiva del mito e del rimpianto emerge la voce del richiamo, dell’obbedienza a una Legge che sanziona e che rimprovera auspicando il ritorno a una chiusura del gioco, a una rimembranza definitiva. La “voce rauca” rimanda al passato ormai concluso, ad una “sorte” che non riveste più il suo ruolo e che non esiste se non nel ricordo. La voce della Legge impone obblighi, insinua castighi, impone penitenze, propone di assumere la posizione della vittima. Eppure quella voce è “doppia”, presenta caratteri di molteplicità e di apertura, si rivela capace di evocare la visione dello specchio e frugare nelle sue tracce “brunite” che non sono fatte di trasparenze ma di segrete oscurità. Alla voce della Legge, allora, si può sovrapporre la voce della Poesia che allude, infine, a quella della Verità che sorge da una profezia assoluta come ricerca di un senso nascosto, segreto che si trova nelle sue pieghe come affermazione di una tenacia e di una volontà che non conosce legami o rimproveri da parte delle osservazioni della Legge. La poesia sfonda le barriere dell’osservanza ai doveri imposti e si trasforma in un “nodo d’argento e rame” che stringe senza soffocare la voce e la vincola alle proprie leggi sofferte e amorose, ansiose e potenti. Tutta la poesia di Francesca Lo Bue, quindi, si colloca su questi diversi contrafforti della funzione maestra della scrittura – da un lato, il ricordo, la rievocazione assorta e accorta di un passato che non vuole passare completamente, dall’altro, la profezia e l’apertura verso un mondo nuovo a venire, fatto di una bellezza che non può e non deve svanire. Se alla Legge bisogna obbedire nel “meriggio sfocato”, alla Poesia è riservata la “notte bianca e blanda”, innestata di “voci argentine” che esortano a sognare e, quindi, a vivere. Nel mistero e nella contraddizione della vita, Francesca Lo Bue trova una via da seguire: scrivere equivale a costruire un’”egemonia di illusioni” (come si legge a p. 113) in cui ritrovare una possibilità di raccontare il proprio viaggio alla ricerca di se stessa.

___________________________

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

_____________________________

*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

Annunci