Arcadie e disincanti. Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia. Saggio di Giovanni Inzerillo

Arcadie e disincanti.  Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia

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di Giovanni Inzerillo

Dire non significando nulla, dunque;

ma dire, appunto, per necessità di significare.

 

Pochi sanno, ad oggi, che Sebastiano Vassalli uno dei maggiori scrittori in prosa della nostra letteratura contemporanea, conosciuto esclusivamente per i suoi romanzi, abbia esordito nella veste di poeta. L’esordio vero e proprio avviene nel 1965 con Lui (egli) a cui segue, nel 1968 Disfaso, raccolta di poesie di chiara impronta neoavanguardistica. L’epigrafe, tratta dalla citazione di Franco Cavallo alla raccolta, ben sintetizza lo stile poetico del primo Vassalli, fortemente attratto dai giochi funambolici della Neoavanguardia e da uno sperimentalismo capace di sfruttare tutte le potenzialità della parola.

Preoccuparsi di rintracciare un significato nel testo poetico è del tutto inutile, né l’autore si preoccupa di agevolare il lettore fornendogli una chiave di interpretazione. La parola poetica vale per la sua marcata valenza fonosimbolica, per il ritmo lento che produce nel verso (si pensi al Sanguineti di Laboryntus o di Purgatorio de l’Inferno; alle Cronache di Pagliarani e alla narratività di Porta in Metropolis). Come anche nei romanzi di esordio, Narcisso (1968) e Tempo di massacro (1970) e la vera intenzione di Vassalli sembra essere quella di sperimentare, prima ancora che di significare. Tramite l’accumulo di parole prive di un nesso logico, l’utilizzo di neologismi di cui è pressoché impossibile rintracciare il significato e rapidi rovesciamenti di tempo e di spazio, l’autore attua, pertanto, se non una vera e propria “distruzione dell’istituto linguistico” come ha segnalato Cavallo (la parola, in misura più o meno aperta, è di per se stessa un significante), certamente una marcata destabilizzazione. D’altronde, come le opere degli autori della Neoavanguardia prima citati offrono già nel titolo una chiave di lettura per una corretta interpretazione (la parola “Labirinto” richiama a una complessità non facilmente districabile; la parola “Metropoli” evoca il disordine; le “Cronache” implicano una discorsività), così anche il titolo dell’opera di Vassalli è, in tal senso, chiarificatore. “Disfaso” è un neologismo che potrebbe alludere al disfacimento, alla scomposizione e alla rottura della parola, a cui fa da pendant il verso sincopato non a causa della sua brevità (sul modello ungarettiano, ad esempio) bensì a causa della sua scansione frammentaria e della sua conclusione. Sono frequentissimi, infatti, i versi troncati da articoli, congiunzioni e preposizioni che provocano una vera e propria sospensione dei pensieri e della voce di chi legge. Ecco un esempio subito rintracciabile nei primi versi del componimento intitolato al vecchio orone:

«con voce molle e piena, una voce golia, scavi che

Il nome di una leggendaria fangazza, la punta della

Un’onda di ricordi fece indupo…»

.

O più avanti, in la quota raggiunta dal nigmatico:

.

«il solito atteggiamento di vanotto le piace. In questi

Saprai anche tu di che si manzetto d’amore

Marito che non sa cosa sia by»

.

Persino un intero componimento può concludersi con una preposizione. L’epilogo di stanguaggio è il seguente:

«mi guardava ancora con i suoi numero limitato di parametri in»

.

Frequentissimo, come si è già detto, è inoltre l’utilizzo di neologismi. Già a uno sguardo superficiale e senza volersi addentrare nei contenuti, quasi tutti i titoli delle poesie contengono o una invenzione lessicale (“orone”, “nigmatico”, “stanguaggio”, “bera”, “lonna”, “accachio”, “tenato”, “niverso”, “disfaso”) o un non senso (“visione d’ulva”, “la della ragazza”, “il cordone niverso”, “il panico tenato). Scendendo più nel dettaglio, invece, il discorso si complica ulteriormente. In la quota del nigmatico, ad esempio, componimento sviluppato in sole tre pagine, possono contarsi ben 38 neologismi!

L’altra opera poco nota cronologicamente successiva a Disfaso è Belle Lettere, pubblicata nel 1979 in collaborazione con Giovanni Bianchi. Si tratta di otto componimenti, “lettere”, come di fatto recita il titolo e come dimostra l’indicazione dei destinatari, scritte però in versi, sotto forma di poesie. Importanti e chiarificatrici indicazioni sull’opera offre la Nota degli autori che vale la pena di citare per intero:

«Queste lettere nascono da due luoghi e da due tempi di militanza. La crisi della grande forma partito è in genere anche crisi della quotidianità che ad essa si è sposata con generosità assoluta o in maniera lassa. Un decennio si è chiuso. Ha prodotto reduci e ha prodotto viandanti che si interrogano su un impegno che ha unito e opposto pagina e vita. Un’amicizia ritrovata pone a confronto e annoda due moralismi, entrambi dispiegati in due città “sbagliate”. A chi rivolgersi per porre almeno qualcuno dei troppi interrogativi cumulati e divenuti ineludibili? Chi provocare? Affrontare la fatica di una pagina modesta non significa necessariamente individuare un destinatario? Come può la pagina evitare di porsi come lettera oltre le convenienze?»

Lo stile e il verso, che permettono al componimento di emulare lo stile poetico, allontanano la pagina da un facile accostamento al genere epistolare. Senza l’indicazione degli autori, viceversa, e senza i destinatari sarebbe impossibile definire questi componimenti “lettere”. Ma ciò che in questa sede davvero importa è il significato che tale raccolta assume all’interno della produzione letteraria di Vassalli. Essa infatti si presenta come un vero spartiacque tra la sua produzione precedente e quella da lì a venire. La “crisi della grande forma partito” e la “crisi della quotidianità” è da estendersi anche alla letteratura. Non è certo un caso che tale crisi e la voglia di palesarla, senza troppe ipocrisie e pudori, costituirà il tema centrale di Arkadia, di poco successiva (1983). Sono tre i destinatari a cui Vassalli si rivolge. Un certo Oreste non meglio identificabile e dall’autore definito “caro amico”, insieme ai più famosi Enrico Berlinguer ed Edoardo Sanguineti. Vassalli si rivolge così a due esponenti di spicco della vita politica e intellettuale italiana di quegli anni, esprimendo a loro tutto il suo malcontento verso una società fortemente partitocratica fatta di “menzogna”, “ipocrisia”, “intrigo”, “esercizio delle tecniche di sopraffazione”. Può risultare paradossale il fatto che l’autore genovese rivolga tale sentimento antipolitico proprio a Berlinguer che dell’impegno politico (si pensi al suo ruolo nel Partito comunista italiano dal 1972 fino alla morte) aveva fatto la propria ragione di vita. Vassalli avverte troppo grave il peso della partitocrazia sociale e culturale, dell’aristocrazia (oggi va più di moda il termine “casta”) della classe politica e di quella intellettuale. D’altronde, come dimostrano i due destinatari, politica e letteratura sono valutate sullo stesso piano considerandole, e non a torto, parti di una stessa entità, di uno stesso sistema chiamato “governo” e “stato” ( … E le parole / ci sembrano macigni che si spingono / dal basso verso un alto mai toccato: / masse, governo, compromesso, stato). Come verrà denunciato anche in Arkadia, non esiste più una vera e propria letteratura ma un clan, una confraternita, una accademia, un partito di letterati-politici tali “per tesseramento”. Nella lettera a Sanguineti, suona fortemente ironico il termine “onorevole” con cui gli si rivolge:

«Onorevole, guardi che c’è il rischio

Di fare l’Accademia degli Organici

Con le fredde passioni di ragione

E con la loro fredda applicazione

A un simulacro rigido di classe

Che non esiste.»

.

In dieci anni (lo stesso periodo di tempo che, mutatis mutandis ovviamente, occorse a Montale nel passaggio tra La Bufera e Satura) Vassalli ha così compiuto un processo di piena maturazione che lo porta ad allontanarsi dalle “confraternite” composte dagli intellettuali della sua generazione; a rinnegare quasi con astio quella Neoavanguardia in cui aveva tanto creduto; a porre una drastica “distanza” tra lui e il restante mondo politico-intellettuale italiano e a creare lui da solo (dopo quelli di Milano, Palermo, Firenze ed Emilia) il suo “Bosco Parrasio”. La raccolta poetica del 1980, non a caso intitolata La distanza, segna la svolta definitiva. All’assoluto non sense di Disfaso si sostituisce una poesia essenziale, caratterizzata da un verso breve e musicale spesso ritmato, al modo di una filastrocca, dal frequente utilizzo di anafore, allitterazioni e interrogative. Pochi componimenti formano tale raccolta ma tutti i loro titoli sono costituiti, questa volta, da una sola e semplice parola (Le angosce, i futuri, gli amori, i tramonti, l’attesa, le famigliole, i partiti, il bruco e il crampo, il grande ideale, la distanza) che perfettamente anticipa l’intimistico realismo della nuova poesia.

Ecco l’esordio di Le angosce:

«Le angosce hanno aspetto di bisce.

Le angosce hanno forma di cosce.

Le angosce son nere e con strisce

Violette. Le angosce son dritte.»

O ancora l’incipit di Gli amori:

«Gli amori hanno forma di nasi.

Gli amori hanno forma di vasi

Svasati, di case scassate, di paia

Spaiate. Si tengono rasi.»

.

Sebbene lo stesso Vassalli nell’omonimo componimento definisca questa distanza “un complemento dell’assenza” e “un’infinita adolescenza”, essa può essere simbolicamente intesa come rifiuto sociale e rinnovamento letterario in nome di un nuovo “grande ideale” la cui fede comporta la solitudine e l’estraniamento:

«Il grande ideale

M’è uscito

D’un tratto

Mentr’ero distratto

Per strada

Guardavo qualcosa

E poi

S’è voltata

La gente

Che c’era

Lì attorno.

E’ stato

Un bruttissimo

Giorno.

Confesso

Che sono

Arrossito. »

.

Arkadia, dunque, l’opera del 1983 che riporta come sottotitolo Carriere, caratteri, confraternite degli impoeti d’Italia, introdotta e preparata da questa nuova esperienza poetica, sembra dunque maturata e pensata anni prima, ai tempi delle Lettere. Sotto forma di scrittura diaristica, con voce a volte struggente altre volte spregiudicata e provocatoria, Vassalli si confessa e denuncia quell’insofferenza verso la società già palesata nella raccolta del 1979. Ma questa volta è proprio Sanguineti a pagare per primo il prezzo di tale malcontento e insieme a lui tanti altri illustri protagonisti della scena intellettuale italiana (Balestrini, Raboni, Bellezza, De Angelis, Spaziani) contro i quali Vassalli si scaglia senza troppe remore o timori, denunciando tutte le anomalie dei premi letterari e delle case editrici, i giochi di potere e di privilegi che coinvolgono, indistintamente, letterati, politici ed editori, questi ultimi paragonati addirittura a “Padrini” mafiosi dall’immenso potere decisionale:

«Il padrino è innanzi tutto Editore, e se non lo fosse non sarebbe nulla; essendo Editore il Padrino è anche Sommo Poeta, Sommo Critico, Sommo Giudice nei pubblici Premi, Sommo Antologista e Storico della Letteratura, Sommo Moralista dei Rotocalchi, Grande Gestore di Rubriche televisive e via discorrendo.»

Questa critica al sistema di potere intellettuale si concentra poi su precisi bersagli polemici:

«Sono convinto che Balestrini e lo stesso Sanguineti e tutti gli altri arcadi degli anni Sessanta abbiano grosse responsabilità culturali (non giudiziarie o politiche, ma culturali sì) per la ventata di follia che ha poi investito il nostro Paese, e per certa disperazione estetizzante divenuta criminalità in un raptus di incoscienza creativa che avrebbe anche potuto risolversi – io ne sono assolutamente convinto – in pessimi romanzi e pessime poesie.»

E’ persino citato un tentativo di corruzione di Maria Luisa Spaziani:

«Per non so quale disguido o errore di valutazione mi si invitò a tesserarmi. Addirittura mi si offrì un ruolo «di responsabilità»: a me! Ricordo un breve carteggio con la signora Spaziani, un carteggio che bruscamente si interruppe quando, a proposito delle strutture negli ospedali e nelle carceri (ma anche nelle fabbriche e nelle scuole) le scrissi che io personalmente non mi sentivo d’approfittarmi delle altrui sofferenza. Cadde un gelo, e dura ancora.»

Così, se tutti i poeti e gli intellettuali di spicco di quegli anni sono apostrofati da Vassalli come “Sommi impoeti”, chi rimane allora? Ne esistono ancora? E, se non esistono più, chi sono stati? Il resoconto che fa l’autore è provocatoriamente povero e, di certo, poco veritiero. Nello sterminato territorio della nostra letteratura e in oltre sette secoli di gloriosa e fertilissima storia letteraria, Vassalli salva soltanto i nomi di Gozzano, Campana, Leopardi, Cecco Angiolieri e Dante. Il nome di Pasolini, ribadito sia in Arkadia che nelle Lettere, è valutato positivamente più come esempio di liberalismo, coerenza e tenacia che per i suoi esiti letterari (“la figura morale del Vate inesistente e dimezzato, di quel Pier Paolo Pasolini che, almeno, dimostra di non temere le pernacchie”). E  Vassalli se proprio deve fare nomi di poeti della nuova generazione degli anni ’80, non li rintraccia nell’aristocrazia letteraria ma li sceglie, bensì, nei Festival musicali. I nuovi poeti sono, dunque, coloro che “il loro pubblico ce l’hanno indipendentemente dai Padrini (editori): sono i “cantautori” come  Iannacci e Gaber.

Se Vassalli, dunque, ritiene veri poeti coloro i quali non si sottomettono ai grandi editori, o non si fanno loro complici, potrebbe in tale ottica essere spiegata la scelta di pubblicare per i tipi di piccole case editrici, come la romana Trevi e la bergamasca El Bagatt, che sulle loro pagine hanno dato voce, inaccessibili ai più, aspetti inediti di Vassalli uomo e letterato, alla contraddizione dello scrittore in limine tra i canoni neoavanguardistici, l’invettiva poetica e lo stile dialogico e colloquiale.

Nella raccolta il Finito (1984) inoltre, il cui titolo suona quasi come un presagio e che raccoglie riadattamenti da altri autori, brevi poesie e prose, e ultima da me rintracciata (non mi stupirei dell’esistenza di un Vassalli ancora più nascosto e di altre opere sconosciute), l’ultima sezione riporta il titolo di La poesia (prose).

Dopo lo sconfortante scenario prospettato in Arkadia, l’autore vuole con essa sancire il definitivo addio ai versi e a un genere tanto amato ma che non gli appartiene fino in fondo:

«La poesia è messaggio per chi non c’è, gesto rapportabile a qualsivoglia presente. […] Scrivo per i mutanti, per i licantropi, per i superstiti del presente e per gli analfabeti a venire. Scrivo per il fiore purpureo che s’aprirà nella notte del tempo; per il fuoco che scaturirà dalle tenebre, necessità e verità, esito e inizio. Al finito»

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