E.W. Said e il senso dell’inizio

di Eleonora Ruzza

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Pubblicato nel 1975, Beginnings fonda il «senso dell’inizio» con l’intento di dimostrare come il romanzo e il testo siano forme di principio che riflettono il modo in cui l’individuo si rapporta al mondo reale (1). Riconoscendo nella pratica e nella teoria del cominciare la necessità antropologica di fissare un punto di partenza, Said incentra la sua indagine sul concetto di intenzione, concepita come forza che dà avvio al processo di significazione, e più estesamente all’agire, e che si esplica non solo nella forma dell’iniziativa ma anche in un atto di genetico ottimismo sulla possibilità di un seguito. Ciò non significa tuttavia che nell’intenzione vi sia già la predeterminazione di un fine preciso: essa coincide piuttosto con la presupposizione dell’esistenza di un «contenitore» spazio-temporale riempibile in virtù di un principio di continuità (2).

Se per la filosofia del fittivo di Vaihinger l’incipit svolge un ruolo analogo a quello della fine nella categoria del come se, per Said il «sense of an ending» è costretto ad abdicare alla propria imprescindibilità in favore di un «sense of a beginning» la cui funzione antropologica consiste nell’offrire «the chance to do work that compensates us for the tumbling disorder of brute reality» (3). Da ciò consegue anche la definizione di un transitive beginning di natura finzionale, avente per postulato la costruzione di un mondo i cui geni implicano una discendenza, e l’adozione di un metodo. Presupposto della formulazione di un progetto, cioè di uno schema operativo che fornisca un’ipotesi di sviluppo dell’azione, il metodo comporta da un lato il riconoscimento di una rete di relazioni nell’apparente distanza fra le cose, necessaria ad estrarre dall’insieme l’oggetto di studio; dall’altro la funzionalizzazione delle potenzialità creative espresse nell’intenzione. Poiché tali procedure inaugurali trovano una realizzazione nei costrutti testuali, questi possono offrirne un corrispettivo diegetico nel rappresentare l’affermarsi di una volontà «project-directed», in grado di avviare un processo di riduzione delle possibilità iniziali (4).

Ma ad essere assoggettata a dispositivi di controllo è anche la componente incipitaria dell’auctoritas, alla quale Said fa corrispondere le nozioni di proprietà, crescita e continuità, responsabili del carattere fondativo dell’inizio (5). Nell’esercizio del proprio potere di invenzione, tale coagulo di proprietà avrebbe per antagonista la molestation, che consiste nella consapevolezza della natura illusoria della finzione. Costituitasi in beginning condition, questa «fallacia referenziale» avrebbe conservato la forma romanzesca dalla deriva verso una illimitata espansione finzionale. Attribuendo all’oggetto estetico la capacità di colmare i vuoti del reale tramite l’invenzione di sue possibili estensioni, Said vede nel novel una sorta di soluzione ottenuta dalla mescolanza delle due componenti di autorità creativa e contenimento, dalla cui diversa concentrazione dipende la definizione di principio e fine. Così, muovendo dal concetto kierkergaardiano di ironia estetica, l’autore riconosce nell’inizio la massima concentrazione di energia poetica: in esso infatti la forza di seduzione che nasce dalla possibilità di esercitare la libertà soggettiva si fonde con il tentativo di duplicare la vita in una forma più accessibile (6). Tuttavia la ripetizione non assume qui il carattere della copia ma della novelty, nella misura in cui le forme «libere» del narrare entrano in un rapporto dialettico con la verità, e creano con il ripetere un senso aggiuntivo (7).

Poiché nell’allontanarsi dall’attuale l’atto inaugurale conserva la coscienza della propria «secondarietà» e dell’inadeguatezza rispetto al vero, esso contiene già in sé il seme della fine. Lo sviluppo del testo si configura allora come il progressivo esaurimento dell’autorità in seguito al prevalere delle restrizioni «realistiche» della molestation. Di qui la messa in relazione di alcune fondamentali condizioni di esistenza della finzione romanzesca con le procedure di difesa attivate dalla narrazione e dall’intreccio. Dal riconoscimento del deficit autoritario della singola intenzione conseguirebbe la necessità di accumulare prerogative che consolidino l’acquisizione di partenza, e colmino la mancanza iniziale per mezzo di forme di affiliazione, quali l’invocazione alla musa, o la decisione iniziale del protagonista di dare una svolta alla propria esistenza tramite l’inserimento in una comunità. Il timore dell’indeterminatezza e dell’equiprobabilità degli eventi anteriore ad ogni inizio, sarebbe invece all’origine delle figure di «emarginati» – che hanno per archetipo Robinson Crusoe –, mossi dal desiderio di sfuggire alla morte sociale dell’anonimato, e soggetti alla costante minaccia dall’estinzione. In questo modo il romanzo classico diviene un’istituzione formale «secondaria», responsabile del reinserimento di orfani, outcasts o parvenus in una linea di discendenza dal carattere precario e manchevole, perché sottoposta all’azione di forze oppositive spesso rappresentate da emanazioni del reale (ad esempio la Londra di Dickens) [8].

Ora, nel momento in cui il romanzo raggiunge i valori massimi di novelty, i luoghi periferici del testo divengono rispettivamente genesi del sistema diegetico e sua espansione «mitica», o meglio epica (9). E il riferimento all’epos non è casuale, se si considera che le teorie del romanzo formulate da Lukács e Bachtin vedono nell’organicità e staticità dell’epopea i tratti fondamentali di una forma chiusa.

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NOTE

(1) E.W. Said, Beginnings: Intention and Method, New York, Columbia University Press, 1985.

(2) Ibid., pp. 12 ss.

(3) Ibid., p. 50.

(4) Ibid., pp. 43-48.

(5) L’etimologia di auctoritas rinvia infatti al greco autos, «suo proprio» e al verbo latino augeo che significa propriamente «far crescere» e fondare; cfr. E.W. Said, Beginnings, cit., p. 83.

(6) Ibid., p. 89.

(7) Ibid., pp. 87-88.

(8) Ibid., pp. 92-100. Sulla finzione romanzesca in quanto strumento di ricostruzione di una continuità generazionale tramite la forma dell’affiliazione si veda anche E.W. Said, The World, the Text and the Critic, London, Vintage, 1991, pp. 31-53.

(9) Cfr. C. Magris, È pensabile il romanzo senza il mondo moderno?, in F. Moretti (a cura di), Il romanzo, vol. I: La cultura del romanzo, Torino, Einaudi, 2001, pp. 869-880.

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Nota bio-bibliografica

Eleonora Ruzza  è nata a Pordenone nel 1976. Si è laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Udine, discutendo una tesi dal titolo On/Off. Esordio ed epilogo nelle teorie letterarie. Lavora da diversi anni nell’ambito del commercio internazionale, e collabora come freelance con testate giornalistiche locali.

Si interessa in particolare degli studi sulla funzione socio-antropologica del romanzo e sulla drammaturgia della Shoah.

Pubblicazioni:

Dalla parola al segno: la drammaturgia anglo-francese (1918-1960), in “Il bianco e il nero”, n. 4, (2000-2001).

Recensione su J-D. Gollut e J. Zufferey,  Construire un monde. Les phrases initiales de la « Comédie Humaine » in « Il bianco e il nero “, n. 5, (2002).

Blog: http://eleruzza.wordpress.com/

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