STORIA CONTEMPORANEA n.75: Cannibale ai Tropici. Gordiano Lupi, “Una terribile eredità”

Cannibale ai Tropici. Gordiano Lupi, Una terribile eredità,  Bologna, PerdisaPop, 2009

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di Giuseppe Panella*


«Namibe era una città moderna costruita nel deserto. Sabbia e caldo, un caldo secco, asfissiante, specialmente d’estate. Alcuni compagni di guarnigione dicevano che l’Angola non era tutta così, c’erano anche foreste tropicali e vegetazioni selvagge, però nell’interno, molto lontano da noi. E’ stato là che la mia vita è cambiata. E adesso dicono che sono pazzo e mi tengono rinchiuso in quest’ospedale, dove gente strana vaga da una stanza all’altra con sguardi allucinati ed espressioni inebetite e spente. Loro sono pazzi. Non certo io. Io sono solo un soldato che ha fatto una sporca guerra. E di quella regione dell’Africa che non avrei mai voluto vedere ricordo soltanto un deserto infinito» (p. 13).

L’Io narrante del romanzo di Gordiano Lupi è un cubano purosangue, con sangue meticcio nelle vene, legato al quartiere popolare di Casablanca nella municipalità di Regla dove abita da molto tempo. Costretto a fare il servizio militare in Angola, subisce la guerra civile in atto in quel paese e partecipa il meno possibile alla vita politica e sociale del paese – durante le libere uscite si limita a ubriacarsi di rum scadente e andare con puttane altrettanto scadenti. Si trova, di conseguenza, del tutto per caso in un paese che è “in culo al mondo” (per citare il titolo di uno splendido romanzo di Antonio Lobo Antunes ambientato per l’appunto in Angola all’epoca della guerra di liberazione nazionale contro il dominio portoghese). Inviato a compiere una missione di un certo peso per il corso della guerra, si trova a dover attraversare il deserto che lo separa dal raggiungimento della meta della sua missione senza vivere. Per questo motivo, insieme ai due unici compagni sopravvissuti ad un attacco di sorpresa sferrato loro dai guerriglieri dell’UNITA, è costretto a nutrirsi di carne umana. I tre cubani fanno a pezzi i corpi dei loro compagni morti e li utilizzano come carne essiccata e conservata. Al ritorno dalla sua missione, il protagonista viene mandato a casa dove trova una situazione ancor più tragica di quella vissuta in Angola: la moglie Clara è morta di parto e suo figlio gli sembra un perfetto sconosciuto. Nonostante le difficoltà alimentari e logistiche dell’isola (la mancanza di una rete efficiente di trasporti si fa sentire), l’uomo cerca di tirar su il figlio Raúl nel modo migliore, aiutato dalla suocera Esperanza.

Un giorno, mentre soccorre un amichetto del figlio che si è fatto male giocando a baseball per la strada, sente di nuovo il richiamo irresistibile del sangue e della carne umana. Spinto da un raptus irresistibile, uccide un bambino che abita nei paraggi di casa sua, lo fa a pezzi, lo mette in parte sotto sale e in parte in un piccolo congelatore e ne mangia una parte spartendola con i familiari cui fa credere che sia carne di maiale comprata alla borsa nera. Per un po’ cerca di resistere alla tentazione di uccidere anche grazie alla relazione molto intensa con Joanka, una mulatta con “il sedere splendido” che conosce a un parco giochi dove ha portato il figlioletto. Ma la storia d’amore con la donna, culminata in un magnifico pranzo di carne di maiale cucinata allo spiedo e bollita, finisce perché l’uomo sente di nuovo prepotente l’istinto di morte e non vuole assolutamente coinvolgere in esso la mulatta e suo figlio che è coetaneo del proprio. Continuerà allora ad uccidere e la polizia che brancola nel buio crederà quasi fino all’ultimo che i colpevoli siano altri: pedofili, ladri di bambini per le adozioni internazionali, perfino un folle che sostiene di essere un vampiro…

Sarà catturato per caso (come accade sempre) vittima di un borseggiatore che, prima di rubargli il portafoglio, lo ha visto mentre faceva la posta a un bambino che giocava su un’altalena in un parco giochi. Mandato in un manicomio criminale dopo il processo e condannato a trascorrervi tutta la sua esistenza ulteriore, è ormai rassegnato a questa sorte di sotterrato vivo. Solo che un giorno, durante una delle sue visite periodiche frequenti, il figlio Raúl gli porta, insieme ai soliti giornali arretrati, un pacchetto che contiene un regalo per lui:

« Scarto il pacchetto con cura e stendo bene i bordi. Dentro la carta scorgo un ritaglio di giornale e c’è un titolo in corsivo che recita: Continuano a sparire bambini. Leggo il contenuto del pezzo. Il cannibale di Casablanca è stato catturato, però ci sono sempre i pedofili all’opera e i controrivoluzionari pagati per inserire nel giro delle adozioni internazionali bambini cubani. La polizia sta indagando per scoprire cosa c’è dietro le continue sparizioni di bambini dai quartieri periferici della città. L’articolista conclude non dubitando che presto i colpevoli saranno assicurati alla giustizia., perché L’Avana resta pur sempre la capitale mondiale con il minor numero di delitti impuniti e di casi giudiziari irrisolti. Metto da parte il ritaglio e continuo a svolgere il pacchetto che ha portato mio figlio. Un pezzo di carne salata e ben essiccata è davanti ai miei occhi. Emana un profumo dolciastro e intenso» (p.125).

La sua è diventata davvero “una terribile eredità” (come avvenne nel caso di Andrej Romanovič Čikatilo, il famoso “mostro di Rostov”, il cui figlio divenne a sua volta un serial killer per “orgoglio familiare”).

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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