DIO FA IL PROFESSORE. In memoria di Giorgio Celli

«(i gorilla sugli arsi vulcani del Vironga continuano a sognare)»

(Giorgio Celli, Morte di un biologo)

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di Giuseppe Panella

 

Ho incontrato Giorgio Celli solo una volta, a Firenze mentre presentavo un libro alle “Giubbe Rosse” (una presentazione alla quale avrebbe dovuto partecipare anche lui, ma arrivò all’ultimo, con amplissimo ritardo, come si addice alle prime donne…). La sua figura fisica non mi fece troppa impressione perché era del tutto simile a come compariva in fotografia o alla televisione e quello che disse poi non fu memorabile (si presentava un numero della rivista di poesia “L’area di Broca” diretta da Mariella Bettarini e Gabriella Maleti dedicata all’acqua e lui, in qualità di biologo, disse che il corpo era composto in gran parte d’acqua – tutto qui). Nutrivo per lui un’ammirazione sconfinata perché era riuscito a coniugare ricerca scientifica (era un entomologo illustre) e passione letteraria: pratica della scrittura ed esercizio della divulgazione scientifica in lui facevano tutt’uno. Quell’episodio me lo alienò un po’ ma continuai comunque a leggere una parte di quella che era già allora (negli anni Novanta inoltrati) una copiosa produzione e che prometteva di essere continua, prorompente e ricca di novità anche sotto il profilo della ricerca formale.

Celli era nato entomologo (e come tale accademicamente era rimasto a lungo presso la Facoltà di Scienze Naturali anche se poi il suo insegnamento finale era stato quello di Tecniche di lotta biologica presso Scienze Agrarie sempre a Bologna) ma aveva poi trasferito il suo interesse per la ricerca in ambito etologico sulla scia del suo interesse magnifico e quasi magico per la vita quotidiana dei gatti. Ma oltre che scienziato ed esperto della vita sociale degli animali (non solo degli insetti tanto è vero che aveva pubblicato nel 1972 per l’editore Longanesi un libro inquietante sulla Omosessualità negli animali), Celli era stato soprattutto poeta. Il suo esordio letterario era avvenuto con la pubblicazione di un romanzo sperimentale (Il parafossile, Milano, Feltrinelli, 1967) ed era continuato con dei libri di versi di notevole interesse scritti sull’onda delle polemiche del Gruppo ’63 circa lo stato comatoso della poesia lirica italiana e la necessità della sua trasformazione a livello linguistico in un progetto di rilettura delle contraddizioni della società italiana (come continueranno a proporre da un lato Antonio Porta e dall’altro, in maniera assai più politicizzata, Nanni Balestrini). Ma non era mancato un interessamento forte per il teatro. Nel 1975, Celli aveva vinto il Premio Pirandello con Le tentazioni del professor Faust (Milano, Feltrinelli, 1976) una parabola inquieta e macabra sulle responsabilità della scienza e degli scienziati. La sua incursione nella pratica della scrittura per il teatro era continuata con La zattera di Vesalio (Roma, Cooperativa Scrittori, 1977) in cui metteva in scena l’”apocalisse” a venire dell’ Europa e, infine, con Darwin delle scimmie (pubblicato presso Bollati Boringhieri di Torino nel 1999 insieme ad una serie di testi di ricostruzione della biografia e dell’opera di Darwin). In quest’ultimo lavoro, la denuncia della visione antropocentrica del mondo e l’accusa alla distruzione sistematica del pianeta non poteva essere più esplicita. Alle  pagine 76-77 del volumetto, infatti, si legge :

 

«IL GORILLA Scimpanzé, vi accuso di essere gli ascendenti dell’uomo! Le prove? Come lui siete degli assassini, fate la guerra, praticate l’infanticidio, il cannibalismo, le perversioni sessuali!

LO SCIMPANZÉ. Respingo l’accusa!

IL GORILLA Cugini dell’uomo, di questa creatura che abbatte le nostre foreste, ara i nostri prati, prosciuga o trasforma in cloache i nostri fiumi…

LO SCIMPANZÉ (crollando) Non ne abbiamo colpa!

IL GORILLA. Cugini dell’uomo: di questo essere che ci perseguita a colpi di fucile, ci cattura con trappole insidiose per metterci nelle gabbie degli zoo, o ancora peggio, dei laboratori, dove ci straziano con il veleno o con il bisturi…

LO SCIMPANZÉ (piangendo) Fa tutto questo anche a noi!

IL GORILLA. Colpa vostra, che l’avete generato.

LO SCIMPANZÉ  (gridando) Che il dio degli animali ci perdoni!

IL GORILLA (emettendo la sentenza) Popolo degli scimpanzé, vi condanno a vivere in un mondo sempre più brulicante di uomini. E a estinguevi nel duemila, lasciando qualche vostro esemplare a marcire nelle gabbie degli zoo.

LO SCIMPANZÉ  Anche voi ci seguirete su questa strada!

IL GORILLA Sì, ma con le mani pulite. Senza portare il peso di quella triste parentela che sarà, fino alla fine, la vostra colpa e il vostro rimorso.

L’ORANGO  Fortunati noi oranghi, beati i lemuri, felici i babbuini, benedette tutte le scimmie che non hanno nulla da rimproverarsi.

(Lo scimpanzé scoppia in pianto, e la scena sfuma, a poco, a poco, nel buio)».

 

Oltre che al teatro, Celli coltivò sempre un forte interesse anche per il cinema. Non solo fu uno degli sceneggiatori dei primi due film di Pupi Avati (Thomas… gli indemoniati del 1970 e Balsamus l’uomo di Satana sempre del 1970 – il primo un buon successo di critica e pubblico, il secondo, invece, il peggior flop nella carriera del regista bolognese) ma comparve come attore, in ruoli piccoli ma incisivi in tre film: La mazurka del barone, della Santa e del fico fiorone, 1975, di Avati, una sapida commedia agrodolce sul delirio religioso e il suo falso misticismo; Si salvi chi vuole, 1980, regia di Roberto Faenza, una commedia nera di taglio politico-sociologico con Gastone Moschin e Claudia Cardinale e, infine, il misconosciuto quanto straordinario Sconcerto rock di Luciano Manuzzi del 1982 nel ruolo di un nevrotico quanto accanito collezionista e ricercatore di diverse forme di sterco animale. (purché secco).

Dove però Celli ha dimostrato di essere uno scrittore autentico è stato nel campo della poesia. Leggendo i suoi testi poematici si ritrovano quelle sensazioni che poi proverà più volte a trasferire nella sua prosa letteraria (Celli ha anche scritto un techno-thriller modellato su quelli di Michael Crichton – Sotto la quercia, Milano, Feltrinelli, 1992).

In Prolegomeni all’uccisione del Minotauro (Milano, Feltrinelli, 1972), probabilmente la sua opera poetica più rilevante anche per la sua struttura apparentemente in prosa saggistica, Celli compone una sorta di rivisitazione del mito fondato sulla volontà di leggerne la dimensione com-presente quale appello alla ricerca degli elementi assoluti del legame tra passato astratto e presente vissuto, tra elementi di passaggio e estremizzazioni definite e ineliminabili: il mito, parabola della totalità:

 

«Supponiamo che il pensiero del Minotauro sia la superficie di un metallo a coesioni molecolari labili. Surriscaldato: gli elettroni, rompendo la forza orbitale che li frusta cineticamente attorno al nucleo atomico, attraversano con violenza le eliche degli acidi deossiribonucleici, scompaginando la premonizione ereditaria dell’audace viaggiatore sotterraneo; chi potrà stupirsi se, dopo, la notte comincerà a esprimere creature aberranti e favolose, fino ad oggi sconosciute, che qualcuno potrebbe, in perfetta buona fede, scambiare per il Minotauro o per i suoi archetipi ancestrali? Nel labirinto soltanto l’impossibile è probabile».

 

Il Labirinto, per Celli, rappresenta la poesia  – è il modo mediante il quale si rende possibile, anzi probabile, ciò che la realtà proclamerebbe impossibile o il puro frutto della danza degli acidi deossiribonucleici che vorrebbe riprodursi ancora e ancora senza fermarsi a riflettere sulle proprie possibili variazioni di essere. Proprio per questo motivo, come Celli scrive in un’altra sua straoridinaria plaquette di versi (Morte di un biologo, Bologna-San Lazzaro, Edizioni del Centro Duchamp, 1969):

 

«la tua barba appassita mi dicono continui / a crescere sul muro sgretolato del tuo viso / per qualche giorno – forse una settimana – i cadaveri / imberbi  conoscono una improvvisa pubertà / la giovinezza dei morti esulta nel fuoco fatuo dei lombrichi /  la rotula e un capitello corinzio si saldano insieme / in una concrezione calcarea sotto la volta / cranica trovi sparsi cocci d’anfora / la storia è un’illazione della vita»

 

La vita batte, di conseguenza,  sempre la morte anche se le assomiglia troppo per non essere a contatto diretto di essa.

In Dio fa il professore (Torino, Bollati Boringhieri, 1994) a p. 39 viene descritta la morte del Professore che si è sentito espressione diretta di Dio finché è vissuto il suo allievo prediletto e più famoso e che ora si ricongiunge all’universo che ha voluto conoscere e padroneggiare per poi divulgarlo a infinite generazioni di studenti (si tratta, in effetti, come si può vedere, di una sottile variazione contemporanea di Le rovine circolari di Jorge Luis Borges):

 

«Gli ippocastani si incendiarono ancora di un flash violetto, che perdurò, a lungo, sulla mia retina abbagliata, e questa volta la mia mano non riuscì a fermare il cielo che crollava, di dentro, su di me. La sospensione del battito cardiaco si protrasse nel tempo, diventò, oltre il tempo, che si era fermato, il punto d’infinito in cui la mia mente si congelò, nera, per sempre. E cessò di pensare; perché, alla fine, la vita ci perdona».

 

Io non so che cosa ne pensi Dio (le cui vie e le cui finalità sono per sua natura stessa imperscrutabili) ma certamente la vita ha già perdonato Giorgio Celli la cui opera rappresenta già omento significativo della storia della letteratura italiana del Novecento.

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