Luigi Romolo Carrino: “Acqua storta”. Per una regola di sopravvivenza

L. R. Carrino, Acqua storta, Editore Meridiano Zero, 2008, pp.123, € 9,50

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di Giovanni Inzerillo

 

Nello scenario di una Napoli stordita dai rumori degli spari e dalle colorite voci chiassose di chi la abita si sviluppa la vicenda e prende corpo una storia d’amore di cui è necessario preservare il silenzio. D’altronde è facile che le più nobili emozioni possano attecchire, con maggiore forza che non altrove, proprio laddove tutto ha silenzio di paura e di morte. Non stupisce dunque che sentimenti di amore incondizionato nascano proprio dietro al tabù del bigottismo e dell’oppressione e che sia possibile “dare ragione al male” persino dove tutto è imbrattato da “bicchieri di plastica, carta di giornale sporche di merda e siringhe usate”.

“Dal letame nascono i fiori”, penso alle splendide parole di De André che continuano a commuovere generazioni di vecchi e giovani, e commuoversi sarebbe pure possibile, ma non dovrebbe essere questa l’intenzione, leggendo questa storia che fila ininterrottamente tutta d’un fiato, senza che l’andamento a ritroso culminante con lo sviluppo e la chiusa della vicenda, fatta tutta non di sviluppi in divenire ma di riprese e di antefatti, possa in qualche modo disorientare.

Giovanni e Salvatore si amano proprio quando e dove non possono. Giovanni è sposato e, a complicare il tutto, è pure figlio di Don Antonio Acqua Storta, capo di una delle più potenti famiglie camorristiche e criminali in circolazione. Omosessualità e camorra non possono certo andare d’accordo; valori cristiani e omosessualità sono in perenne conflitto e anche i delinquenti pregano, anzi proprio loro sono i più accaniti coltivatori di precetti di fede e di presunta moralità.

Pur fondendosi in un corpo solo (bellissima la metafora del Gesucristo che già nel suo nome racchiude la duplice essenza di figlio e di padre), Giovanni e Salvatore peccano contro natura, contro Dio e i Santi:

 

«Salvatore tiene un poco di sangue sulla faccia, è il mio, lui si struscia sulla barba, è delicato, subito si fa tutta la faccia rossa, lo stacco da terra con le mani sotto al culo, abbracciati, diventiamo un unico Gesucristo, una bestemmia sull’altare  ̓e Santa Chiara, lui abbracciato a me, io la croce sua, io la Grazia sua da domandare, io la Grazia sua che poi gli do.»

 

Devono essere un “fatto segreto” allora, “cani spersi sopra l’Asse Mediano che si guardano da lontano, due cani nella monnezza che se ne vanno per i cazzi loro” che randagi vivono la loro storia d’amore ma che di una vera e propria libertà non potranno mai andare fieri fino in fondo.

Infatti aleggia sempre in penombra lo sguardo dell’occhio severo e spietato di un giudice ancora più potente, quando lo vuole e perché lo sa essere, di Dio stesso. A osservare, di sottecchi ma acutamente, sono due figure estremamente efficaci: Mariasole, moglie di Giovanni, scaltra, colta e sensibile che, nonostante il matrimonio combinato per placare le ostilità tra famiglie rivali, ha col tempo imparato ad amare perdutamente suo marito e a donargli, quasi come una “madre snaturata”, un amore assai più intenso di quello riservato a suo figlio; e Don Antonio che, oltre a impartire ordini spietati legge non solo la Bibbia, come è solito aspettarsi, ma anche Dante e la Divina Commedia. Proprio lui, forse anche in virtù del suo occhio strabico, è capace di guardare insieme dritto e altrove e di vedere riattualizzarsi nel figlio lo spettro della profonda amicizia tra Dante e il suo amato maestro Brunetto Latini.

Ma Giovanni è troppo incolto per capire, parla e pensa quasi esclusivamente in dialetto, dice “ciddì, divvuddì, sciampagne e supermèn” e ascolta musica napoletana scadente. Intuisce i sospetti, le angosce della moglie e le preoccupazioni del padre ma, come volesse a tutti i costi evitarla, non guarda mai in faccia la verità. Sbagliare d’altronde costa caro quando l’onore è l’unico valore da preservare (“l’onore è più forte della carne, è più forte del sangue”) e quando impera la legge del “meglio a isso che a nuje”.

Da qui tutte le precauzioni prese da Giovanni, criminale incallito che, come già fatto in gioventù nel carcere minorile di Nisida, senza la benché minima esitazione o un sentore di scrupolo, uccide qualsiasi possibile scomodo testimone. D’altronde è questo il lavoro a cui sin da giovane è stato addestrato e così si manifesta la sua natura animalesca che garantisce la sopravvivenza in base alla legge del più forte. Giovanni sa perfettamente, come sostiene Salvatore, di essere un animale, una bestia (“Salvatore dice che sono una bestia, mi chiama  ̓o  ̓nimale”), ma è un animale marino che ha bisogno dell’acqua per sopravvivere.

Sebbene il titolo faccia riferimento allo strabismo del padre e alla gestione criminale della palude presso Villa Literno fatta bonificare per poi adibirla a discarica, l’acqua gioca un ruolo determinante nella narrazione. Simbolo di liberazione dall’afa e dal soffocamento dell’oppressione, Giovanni colpito da dolori intestinali (sono gli spasmi del rimorso?) ha spesso sete di “acqua fresca” come quella del mare in cui spesso si immagina nelle brevi epigrafi che intervallano le vicende. Ma laddove la violenza imbratta ogni cosa, persino il mare, innervositosi, perde splendore e limpidezza:

 

«Stanotte  ̓o mare è senza sale, è morto con un’onda sola. Pure l’acqua è storta, storta come certe volte è  ̓o bbene. Le onde sugli scogli stanno nervose. Ma che tiene  ̓sto mare da stare così incazzato? Che gli abbiamo fatto a questo mare?»

E proprio in questo mare si conclude la vicenda il cui spiazzante finale merita ai lettori gustarselo.

Brillante esordio letterario in cui la parola semplice, specie il dialetto, sembra l’unica soluzione adatta a mostrare la realtà proprio così com’è, nuda e feroce, senza troppi sentimentalismi o eccessi di buone intenzioni. Alla fine proprio Giovanni, nonostante tutto, ci saluta contento con un sorriso.

 

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