QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.72: Il viaggio nel mondo eventuale. Menotti Galeotti, “Versi e racconti”

Il viaggio nel mondo eventuale. Menotti Galeotti, Versi e racconti, con un’ Introduzione di Rodolfo Tommasi, Firenze, Polistampa, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Scrive simpateticamente Franco Manescalchi nella quarta di copertina dell’ultimo libro congedaro da Galeotti che in esso prosa e poesia hanno l’identica trasparenza, la stessa tessitura:

 

«Indubbiamente, Galeotti conosce il segreto che guida, romanticamente, l’homo viator nel divenire spazio-temporale della sua identità. Ma non c’è mai, qui, una identificazione narcissica, perché il poeta è mosso e commosso dalla tensione montaliana del “più in là”. La dialettica dell’altrove e verso l’altrove trova dunque una sua “onesta declamazione” – per dirla con una cifra stilistica secondo-novecentesca – e il lettore viene felicemente coinvolto in tratti di meta-storia condivisa o condivisibile».

Libro composto di testi poetici e di brevi lacerti in prosa, il libro di Galeotti è un’esplorazione di temi e di dimensioni (vicine e lontane) in cui l’Io dell’autore può spaziare, divagare, ricordare, poi concentrarsi e ritrovarsi. Un mondo fatto di piccoli eventi che talvolta però acquistare il sapore e il colore della morte o della tragica coincidenza tra dolore e verità acquisita.

Protagonisti di molti dei testi qui raccolti da Galeotti sono gli ultimi, gli sfortunati, gli esclusi:  quelli come Ahmed, il muratore protagonista del breve racconto Senza pietà, che muore cadendo dall’impalcatura o la zingara di Avvenne in estate che un tassista non vuole accogliere sulla sua automobile che reputa a rischio di macchie indelebili se la donna vi salirà o l’ammalato triste e solitario di In ospedale a Perugia – vittime incolpevoli e inconsapevoli di un sistema spietato che li accomuna a cose e non a persone e che gli preclude quella felicità cui pure potrebbero legittimamente aspirare (è quanto accade anche alla giovane donna, Elisa, protagonista dell’omonimo testo narrativo, che rifiuta il matrimonio con il vanesio e inconsistente Carlo anche se sa che a trentotto anni potrebbe essere anche necessario e forse indispensabile rinunciare all’indipendenza in nome di una pur sofferta stabilità e di un benessere più volte auspicato…).

Anche i testi poetici di questa raccolta parlano di emarginazione e di dolore dovuto a cause di origine socio-economiche in cui la sofferenza umana assurda e non necessaria è il frutto della volontà di raggiungere un immeritato profitto le cui ragioni sono ingiuste ed escludenti:

 

«LA FABBRICA. E’ nell’agosto rovente il volo di cinque operai in cima alla loro fabbrica (la Innse di Milano) per evitarne la chiusura definitiva, la demolizione e non consentire una lucrosa speculazione edilizia.

La fabbrica è chiusa: va in alto / la gru dei cinque “Leoni” / in cima si occupa un piccolo spazio / inizia la resistenza operaia. / A terra il presidio di tanti compagni / si grida “lavoro lavoro” / “salviamo la fabbrica!” / E giorni di attesa sotto il sole / il buio della notte / il tempo che scorre di lotta e pena. / E’ storia di sacrifici e tenacia / verrà la vittoria dei giusti?» (p. 28).

 

Come pure è forte e non negoziabile il senso della necessità di una giustizia sociale più adeguata alle necessità degli uomini. In un altro testo poetico la volontà di coniugare politica e umanità, rappresentanza e risposta etica ai problemi degli emarginati e degli esclusi è limpida e sentita:

 

«IL VOTO SEGRETO. Contrito il volto nero / laceri i vestimenti / sul sasso avanti il mare / l’Ultimo piegato / parve in preghiera. / E mi sovvenne l’urgenza / dell’altrui difesa – / tanti miseri caduti / sull’orlo disperati – / sì che il voto segreto / fu di limpida chiarezza / l’arma tagliente / di amore al prossimo» (p. 30).

 

La richiesta di giustizia per i “dannati della terra” di fanoniana memoria si coniuga con accenti irrelati ma potenti di cristiana carità nei loro confronti e l’”amore” per il prossimo si fa lucida arma di lotta per il progresso e la verità. Nei versi della prima parte del libro, dunque, gli accenti di rabbia sono mescolati alla rievocazione del dolore passato, il senso dell’orgogliosa rivendicazione delle lotte trascorse si fa rinnovata speranza per un futuro certo non prossimo o alla portata di tutti.

In sostanza, gli scritti di Menotti Galeotti contenuti in questo suo zibaldone di versi e racconti sono rapidi flashes, fughe in avanti, incursioni in mondi diversi eppure vicini al suo sentire, epifania del senso e del sentimento, sogni riguardo a ciò che poteva essere e non è stato. Sono ricordi come quelli del Vecchio socialista Bruno Poesio, avvocato e combattente della Seconda Guerra Mondiale, un militante convinto rimasto fino alla fine legato agli ideali di un tempo, quelli  per il quale ha combattuto e che ha visto traditi dal nuovo corso della politica:

 

«Della tua presenza urge / l’animo mio / ti chiama / nelle notti insonni / fugace appare l’ombra / all’alba si dilegua / oltre la sponda del fiume / nelle sue acque s’immerge. / Si dissolve il giorno / mutano i colori /  dove sei nell’ombra / nascondi le tue rughe / piange l’anima mia» (p. 86).

 

Sono sogni e prefigurazioni di un possibile e auspicato benessere nella vita di ogni giorno (come in La felicità di Giovanni) dove basta poco per accorgersi che non è difficile coglierla se la si sa trovare e accettare proprio laddove apparentemente non c’è e non la si potrebbe o vorrebbe mai cercare – “allorché si sappia riconoscere nei fatti il valore dei poveri, dei più piccoli, dei miti e pacifici, degli stranieri e degli emarginati nella società” (p. 98).

Sono la capacità di rimettersi in discussione e di continuare a viaggiare in un mondo che non è rimasto quello che era stato in un tempo di maggiore fiducia nel futuro ed è cambiato non si sa se in meglio o in peggio, certamente non nel verso che si voleva che esso prendesse nei propri desideri anche se di essi qualcosa è pur sempre rimasto:

 

«I LIDI DELL’ANIMA (dalla lettera all’amico Bruno) … e il sogno nutriva / la speranza / echi dal bosco / oltre la valle chiara / in alto il castagno antico / dalle braccia tese. / Lontano i suoni della fonte / allegra / la collina vestiva l’orizzonte. / E noi – ricordi ? – distesi / insieme nella striscia di luce / compagni più lieti » (p. 41).

 

Forse quella speranza non si è avverata; forse il tempo è passato invano ma non per questo non è inutile raccontare il tempo che è trascorso, gli amori che non si sono realizzati, i sogni che non sono sbocciati come fiori a primavera o maturati come frutta d’estate, i ricordi delle avventure trascorse.

Ma non c’è solo la passione politica o la rivendicazione delle lotte a fianco delle vittime delle ingiustizie sociali ed economiche del passato e del presente a dominare nelle prose e nelle poesie di Galeotti. Presenza costante è l’amore  quale forma di relazione tra uomo e donna, in prima istanza, e tra ricordi e nostalgia come esplorazione del proprio percorso esistenziale subito dopo:

 

«DELLA MEMORIA. Sbiadiscono i ricordi / nella memoria stanca / e pure della gioventù insieme / nitida ritorna l’immagine / dei fuggevoli incontri / i casti baci nell’odoroso / silenzio di luoghi appartati / timide promesse d’amore eterno. / Ora si dirà ch’è un tempo andato / quando lo specchio tradisce / l’età dei nostri volti / e l’affanno avanza / se il passo è lungo. / Ma solo l’evento estremo / distrugge la gioia segreta del pensiero /  forte che vive nella mente» (p. 44).

 

Gli accenti foscoliani del testo e della proposta esistenziale sono evidenti ma a parte il rimpianto e il ricordo c’è in Galeotti l’idea forte della sua necessità – che non è puro vagheggiamento dei tempi andati che non ci sono più quando riproposta di essi come stagione felice e in fondo mai superata della vita che è già completa e ormai sul crinale del declino. In fondo, l’idea del viaggio come condizione esistenziale, della permanemza dei valori in cui si è creduto, dell’aspirazione a una condizione umana più decente e solidale per tutti (i temi che si impastano e fanno lievitare il suo libro) non sono che la marca di de-limitazione della sua poetica. Il presente si intreccia indistricabilmente con il passato ma è in esso che quest’ultimo vive per sempre quando è stato vissuto con coerenza, dignità e coraggio:

 

«VUOTO A PERDERE: Fu bottiglia di chissà quale liquido / giace mesta tra ingrati rifiuti / là nel vicolo stretto sotto casa. / Se la guardi appena è il resto / di niente ora ch’è persa /  ieri lucida piena di sé / eretta si prestava all’uso / della mano di ognuno. / Passi avanti noncurante / altri pensieri come briciole / si perdono lungo il tragitto» (p. 47).

 

Il mondo di ciascuno di noi è fatto di questi momenti – quel che conta è renderli trasparenti visitandoli con la poesia.

 

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

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