Passaggi tra le righe caravaggesche di Mario Lunetta

di Antonino Contiliano

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Più il corpo è potente più la mente è libera.
Spinoza
Grande è il disordine sotto il cielo,
ma la situazione è ottima.
Mao

Leggere Invasione di campo. Proposte, rifiuti, utopie (Lithos, Roma 2002), e Depistaggi /fra critica e teoria (Onyx Editrice, Roma 2010) di Mario Lunetta – poligrafo lo dice Francesco Muzzioli che cura una nota a “Invasione di campo” – è come trovarsi, compagno “alieno”, davanti la devastante bellezza delle opere di Caravaggio: gli squarci lasciati dall’ascia della dialettica dello scontro tra luce ed ombra, i taglienti cromatici (variamente graduati e incrociati) che fanno terra bruciata, giustamente, di ogni camuffamento sublimante dei corpi offesi, quasi ai crocicchi dell’ingiuria, con tutto il peso e lo spessore della verità nuda della loro umana e terrena materialità.

I due artisti (l’uno del colore e l’altro della parola), pur così lontani nel tempo, ma altrettanto vicini nella forte tempra spirituale erosivo-costruttiva che li connota, sono accomunati, credo, da una stessa volontà di scavo e di lotta per strappare il velo alle cose e alle loro immagini mummificate e renderle nel loro dire l’altrimenti, perché la vita e la storia, come la materia, dove regna la reificazione e la stasi (parafrasando la termodinamica del “non-equilibrio”) sono “cieche”.

Nessun’altra verità o fuga nell’interiorità in cerca di trascendenza, che non sia il trascendersi della materialità stessa in tutti i suoi bagliori e le sue miserie, li motiva e li spinge.

Lo scrittore e critico Lunetta poi, dichiaratamente, ci dice dei suoi “attrezzi” di lavoro quali la contraddizione e la lente del pensiero allegorico. Un esercizio che mette in scena un’allegoria antagonista e conflittuale lì dove la conoscenza e l’epistemologia, proprie al mondo delle lettere e della poesia, non cercano autoreferenzialità, bensì intelligere per incidere e  agire nelle contraddizioni della contingenza storica determinata come una strutturazione materiale di senso in divenire e ineludibile. Rifiuto del ruolo di spettatore e consumatore immobilizzato nel flusso della realtà virtualizzata, ritenuta a-ideologica, ma sconfessata dal reagente della contraddizione che ne mette a nudo le distanze proprie, colte come incoerenze e falle nell’autosufficienza della rappresentazione in atto.  Sono gli scarti e la ricerca dei fili sottesi, messi a fuoco dallo sguardo allegorico riflettente, e contrassegnati dal “giudizio” che si insedia nelle fratture dell’ordine simbolico e si dà scalando i vari livelli dell’“ironia” per le vie delle antitesi che la animano.

La contraddizione (cfr. Poesia italiana della contraddizione, a c. di F. Cavallo e M. Lunetta, Roma 1989) e l’attenzione alla “materia” della complessa realtà della storia, una delle costanti del pensiero e della scrittura di Lunetta, fra l’altro, oltre a funzionare come una sonda per la ricerca e l’esplorazione destrutturante l’acquiescenza mimetica della reificazione a-noetica, sono anche la chiave per leggere il “Nuovo Realismo Allegorico” di cui ci dice nella sua Invasione di campo (p. 89), oppure per poterlo pensare come una triade da combattimento. Un gruppo armato: N.R.A (Nucleo Armato Rivoluzionario). Un paradigma estetico-politico – si potrebbe dire – che, con le armi della critica più acuta e pungente, avanza con l’ottica della diffrazione riflettente e differenziale, e il passo della distanza e della tra-duzione processuale e dinamica (come si addice a un pensiero allegorico) contro i “nuovi credenti” del gregarismo e dello stupidario emozionale; quell’habitus cioè che ormai la comunicazione mediatica ha elevato a status symbol farsesco e riserva di caccia per l’ovile dell’interiorità assoluta e dell’opinionismo più becero (deprivato di qualsiasi polemos reale) e consumato a colpi di prudori ed emozione tuttofare.

In uno degli “affondi” – “Le lingue dei vinti” (Depistaggi, pp. 40-44) – non è un caso che l’autore, in esergo, chiami a testimoniare H. Arendt e B. Brecht.

Il pensiero di Hannah Arendt (Tra passato e presente) è quello che sanziona la fuga dal “requisito preliminare della mondanità”:

«Le esperienze di libertà interiore sono sempre esperienze derivate, in quanto presuppongono una fuga dal mondo, in cui la libertà era negata, verso una interiorità alla quale nessun altro può accedere. […] Il luogo della libertà assoluta entro il proprio io (non il cuore, la mente, bensì l’interiorità) fu la scoperta […] di quanti non avevano un loro posto nel mondo, e quindi mancavano di quella ‘mondanità’ che dai tempi più antichi fino a metà circa del secolo scorso, era considerata, per consenso comune, requisito preliminare della libertà.»

Il pensiero di Bertolt Brecht è del conto delle sue “Cinque difficoltà per chi scrive la verità”:

«Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere e dipingere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere e dipingere la verità, benché essa venga soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi.»

Un alieno (il nostro Lunetta) che, nel paese dei dormienti, attraversando fatti, eventi, scrittori, critica, riflessioni … di diverso taglio, e senza mai tagliare il nesso che lega la scrittura alla politica (nel senso più lato e proprio del termine), procura e lascia feconde lacerazioni nel tessuto triste, svilito e avvilente di questo nostro tempo dedito alla mortificazione dell’uomo, della dignità del colore e della parola, specie quella letteraria e artistico-poetica, oltre quella del generale gusto del “sensus communis”, cui preme invece l’amore della forma come costante scavo che dà corpo allo ‘schema’ dell’immaginazione e dell’allegoria. La breccia che pesca nelle reti della contraddizione, storicamente determinata dal conflitto, e della sua inquieta bellezza materiale di logos che non s’acquieta all’avanzare, nel nostro tempo, del “simbolo” (specie religioso), utile alla “supremazia” e al dogmatismo, lì dove l’“egemonia” invece è un principio culturale-politico critico (“polemico”) e un concetto dialettico “improntato a una sua mobilità strategica” (Depistaggi, p. 41).

Le parole sono – scrive Lunetta – “ordigni esplosivi a tempo” (Depistaggi, p. 4). I bagliori tuttavia non sempre hanno illuminato scene edificanti. Mai infatti, come in questi anni, “la cosiddetta dignità dell’uomo sembra essere scesa ai livelli di sottoscala […] la dignità delle parole […] sottoposta a una devastazione esiziale”.

Così il richiamo al “criminale” e spaesante grande Caravaggio, per dire della costante linea di condotta (leggendo anche fra quest’ultime scritture) di Lunetta, non ci sembra cosa fuori posto, se il nostro soggetto individua il criminale e lo punisce con quell’insistenza nello “scrivere e dipingere la verità”; la verità soffocata, travisata, riconosciuta, scelta e divulgata come ha fatto il Michelangelo Merisi con la sua opera pittorica fuori coro (il tempo delle sublimazioni divine e diffamanti uomini e cose).

Come “L’angelo della storia” di Paul Klee, e tenendo presente le differenze, servì Walter Benjamin (Angelus novus, tesi XVI) per sventrare il “bordello dello storicismo” e, da “materialista storico”, creare con il passato “un’esperienza unica con esso” e “uomo abbastanza per far saltare il continuum della storia”, così, ci sembra, possa funzionare il Caravaggio per il poeta, scrittore e critico Lunetta; e soprattutto il Caravaggio pittore della decapitazione di Oloferne.

La Giuditta di Caravaggio fece saltare la testa del malefico Oloferne, e dalla gola tranciata e sanguinante dell’imperialista assiro, come un filo rosso, si avverte tuttavia il potere della tensione che, materiale e corporea, vibra ancora nei muscoli e nel grido bloccato della bocca aperta dell’uomo sgozzato. Quasi l’“urlo” di Munch!

La scrittura critica (nonché votata all’allegoria e all’antagonismo vs le semplificazioni, la perdita della complessità e l’ostracismo del “realismo congetturale” di cui all’idea di Aragon), nelle riflessioni caravaggesche di queste ultime opere di Lunetta, taglia invece la gola al nostro tempo bêtise. E dal suo corpo e dall’abbondanza del suo putridume insopportabile fa colare il format virtualistico e deprimente (che lo connota e che ci avvelena), la colonizzazione della capacità di giudizio straniante dell’uomo e la perdita di dignità persino delle parole; e ciò ad usum di un potere schiavizzante amante solo di consumatori (impenitenti) di spettacoli o intrattenimento. Una realtà politica che, senza una critica della politica, né della letteratura, vuole tutto e tutti vuoti a perdere e persino dimentichi della “grande contraddizione di classe” e del fatto che la stessa, ora, è fatta lavorare (soprattutto) per l’intera espropriazione e sfruttamento della vita intera (“biopotere”). E qui, ora (tempo dell’omologazione elettronico-planetaria capitalistica), “il servo”, fatto toto corde cliente consumatore, non si sottomette più al padrone (Hegel, La fenomenologia dello spirito) neanche per salvarsi l’unico bene di cui è proprietario, la vita. Ogni cosa sembra perdere spessore, e i sensi sfuggire da ogni parte dietro l’accelerazione sempre più spinta del profitto e del mercimonio import-export maniacalmente perseguiti.

Così:

«Democrazia. Ne sono piene le bocche, pubbliche e private: e non mi risulta sia ormai qualcosa di troppo diverso da un prodotto di esportazione da imporre con la violenza a popoli che non sanno che farsene, almeno nelle forme imposte dal democratico esportatore.

[…]

Libertà. Parola-timer se altre mai, questa. Più disponibile di una professionista dell’amore, quindi infrequentabile. Più interscambiabile di una muta da sub. Più infida di un agente dei servizi segreti. Ho l’impressione che anche lei…funzioni ormai solo come intercalare ciarlatanesco di politici a corto di argomenti. (Depistaggi, pp. 4-5)»

Dal tempo letterario e poetico del consumatore sedato, vivisezionato dall’analisi riflettente dello scrittore, poeta e critico Lunetta, esce così allo scoperto il disfacimento e la nausea (non certamente di sartriana memoria esistenzialistica) senza misura del “calibro di un Bossi Umberto” e delle sue “boiate da luna-park”.

«Poi, m’è parso che progressivamente la terra intera, equatori e poli compresi, fosse stata sottoposta da chissà chi a un processo accelerato di rincoglionimento, e che tra farsa e tragedia non ci fossero ormai più steccati né confini: tutto mescolato, tutto impolpettato in un immane pastone senza differenza tra il reale e il mediatico, il concreto e il virtuale. E la gente, le genti, inscemite, contente della loro beozia omologata: dalle Americhe dollarose alle Europe marchizzate, dalle Cine neocapitalistizzate alle Afriche lebbro-HIVizzate ai Medi Orienti in cui un po’ tutti, ma più di tutti l’israeliana destra netanyahnica, ridono della Pace, povera colombella smarrita e sgomenta.  […] Domanda: come reagirebbe Buster Keaton a questa catastrofe dell’intelligenza? […] Forse col silenzio. Ancora più probabilmente, abbandonandosi a una risata senza fine e senza freno insieme a tutti gli animali […] dal momento che l’uomo, vergognandosi della propria animalità, ha scelto definitivamente di essere cretino. (Invasione di campo, pp. 36, 37);

Dominio. […] Visto come vanno le cose del mondo, si potrebbe avanzare con qualche approssimazione di stare vivendo una nuova Età del Ferro: un’Età però, a ben vedere, dotata di una leggerezza e di un’impalpabilità in apparentabili al detto metallo, fondata sulla menzogna della fine dei conflitti tra capitale e lavoro, sulla mediatizzazione del reale, sul virtualismo globale, sull’enunciazione e la pratica della guerra preventiva e infinita. È la strategia della (corsivo nostro) rivoluzione capitalistica conservatrice, attraverso cui vengono veicolati un’altra serie di omologhi: l’assuefazione alla barbarie quotidiana e domestica, l’americanizzazione del modello sociale, il contagio dei nuovi misticismi reazionari oscuramente legati all’illusorietà dell’opzione religiosa come soluzione meta politica dei mali storici, lo spazio di pesantissima dominanza aperto alle cosiddette “emozioni” e all’emotività in genere (puntualmente indotta), la commistione tra pubblico e privato…responsabilità…in rapporto a questo NCO (Nuovo Caos Organizzato)…hanno avuto a partire dagli anni Sessanta e Settanta  i neoidealismi e i neospiritualismi filosofici blanditi da tanta Sinistra, non solo in Italia. (Depistaggi, pp. 6-7)»

Ma c’è anche (in questi lavori del nostro autore) la fermezza del “riso” di Leopardi – “ Chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri come chi ha il coraggio di morire”, Invasione di campo, p. 71) – che si accompagna con l’acidità dei fermenti vitali del pharmacon luniano, i salti e i guizzi del salmone controcorrente. Sono i lampi della contraddizione e l’antagonismo degli “eroici furori” (G. Bruno) – Roma, a “piazza dei fiori”, sente ancora vibrare l’aria offesa dal rogo cui è stato condannato il monaco ribelle – in funzione della lotta contro “Lo spaccio de la bestia trionfante” (G. Bruno). Oggi, la “bestia” è nelle vesti di chi mercanteggia la dittatura dell’ignoranza per libertà democratica e gli omicidi civili con l’elusione dei fatti concreti, la criminalizzazione del dissenso e l’emarginazione (variamente etichettata) dei diversi. Lo “spaccio” della guerra e della violenza come pace e diritto, dell’ebetudine come felicità e dell’acquiescenza come spirito collaborativo e costruttivo atto a non disturbare il primo, secondo…quinto …potere forte del pensiero unico e debole del neocapitalismo ultimo grido.

Il grido del mercato mondial-finanziarizzato, totale e totalizzante, che ha svilito e devitalizzato il corpo (in generale), quello della lingua e quello della letteratura che, per altra sorte, con E. Cacciatore ed E. Villa, per esempio, ha avuto invece altro carburante e verità per il linguaggio e la lingua del corpo (sociale e individuale), e con altri ha fatto brillare la dinamite del comico, parodico, sarcasmo, etc.

Infatti, in ”Quasi immenso covile” (Depistaggi, pp. 146-159), lo scrittore e critico romano, dalla deformità di Tersite dell’Iliade, ai “Carmina priapea” di Catullo – (XII: “Conftaernita dei Puttanieri / Alla Taverna della Minchia / Nove colonne dopo il tempietto dei Dioscuri / Credete solo voi avere un cazzo? / E vi siete arrogato il ius chiavandi / Tutte le donne, calpestando gli altri / Come castrati e lecconi?”) –, alla “machine à jouissance” che fu il corpo del “neroniano” Petronio,  alle cliniche della salute e ai lifting del “Villaggio Globale” (che già la società capitalistica, fin dal XIX,  ha annunciato con lo stabilimento della mercificazione dei corpi) tocca “fulgore, caducità e negazione del corpo nella letteratura occidentale”:

«Se Efesto è una sorta di dio “minore”, di re dei portatori di handicap…, a livello della funzione comica…: Tersite, “il più brutto guerriero che fosse venuto sotto Ilio. Sbilenco era, zoppo da un piede. Aveva le spalle curve…la testa a pera…”. La letteratura occidentale, così, affida fin dai primordi agli inabili, ai fisicamente deboli o impediti, un compito degradato di suscitatori di riso, miserevole contraltare alla presenza “epica” dei guerrieri protagonisti, i quali – per statuto sociale e simbolico – non fanno mai ridere, semmai fanno spesso piangere nemici in campo o semplici contraddittori. (Depistaggi, p. 147).

[…]

Il Novecento sembra aver fatto tesoro della potente lezione di Dostoevskij (L’idiota), abbassando il livello della propria ottica. La “debolezza non più sintomo di inferiorità, ma triste, inevitabile appannaggio della specie. L’eroe romanzesco, a partire dall’Ulysses di Joyce (e magari dai Dubliners), è un eroe opaco: fragilità e miserie della carne fanno parte integrante del suo bagaglio esistenziale.  […] E il tardo, giovanissimo Palazzeschi…quando pubblicherà (i969) un romanzo come Stefanino, il cui protagonista ha la testa al posto dei genitali e viceversa? […] insieme rovesciamento della logica corrente e sberleffo “blasfemo” al perbenismo dominante, in un paese in cui l’ipocrisia della cosiddetta Morale Cattolica la fa da padrone indiscussa sulle deboli coscienze senza coscienza.

La pochezza fisica spinge ormai verso la vera e propria difformità allegorica […] allegoria efficacissima della demenza collettiva dei nostri giorni[…]

La dimensione della “debolezza” è ormai, nel Villaggio Globale della massificazione plastificata e delle cliniche della salute, delle diete omicide e del culturismo inebetente, della ginnastica per vecchietti e del lifting per i giovani, qualcosa che la sottocultura del consenso ha deciso di dimenticare. A rimetterla in gioco crudelmente, come paradosso e presenza altra e inquietante, sono rimasti gli artisti.» (Depistaggi, pp. 158-59).

Ma anche i poeti, scrive Lunetta, hanno avuto il loro “fiuto canino”, se già il terreno era stato arato da “poeti del calibro di Baudelaire, Poe, Verlaine, Rimbaud, Swinburne, e – più in piccolo – dai nostri Scapigliati, secondo una declinazione perigliosa corpo-voluttà-sofferenza, esplorata criticamente in modi assolutamente magistrali, e forse ancora ineguagliati, dal Praz de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica”. (Depistaggi, pp. 158).

Ed è il fiuto canino del nostro Mario Lunetta che – poeta anche lui (per es., Forma dell’Italia. Poema da compiere, 2009) –, con un pensiero alimentato dal materialismo e dalla sue contraddizioni storico-allegoriche, segue nella riflessione “Ritratto del poeta come cane sapiente” (Invasione di campo, pp. 108-115) captando gli odori della preda nelle vicinanze; è il dente canino che azzanna il “criminale” e lo giudica, specie se il colpevole è il “sublime” evanescente e deviante del poetico giocato sulle onde delle televendite mediatiche con l’identificazione emotivo-stereotipata e gregaria:

«fondamentale il rifiuto dell’identificazione, e va invece affermato il principio dello straniamento, dello spaesamento, insomma dell’alterità priva di alibi. Un bouleversement perfino beffardo, che fissa volontariamente gli occhi di Medu­sa, e se ne lascia incenerire sorridendo. Il gioco della poesia è al tempo stesso un gioco delittuoso e una sfida che contempla la caccia al criminale. Se la scrit­tura riesce a realizzare il proprio crimine e al contempo a farsene giudice, il gioco non è stato futile: anzi, ha attinto quella rischiosa zona limite in cui l’in­treccio tra infiammato élan e gelida tragedia si tiene inestricabilmente. […] Uno spartito da allestire e da digerire, senza soluzione di continuità, fi­no alla chiusura, sempre disperatamente provvisoria. L’incompiuto è la viven­te allegoria di questa provvisorietà, precarietà, scontentezza». (Invasione di campo, p. 108).

Così l’incompiuto e la scontentezza, che animano le pagine di “Invasione di Campo” e “Depistaggi” ( due libri che raccolgono scritti che portano le date degli ultimi due decenni del XX e del primo decennio del XXI), funzionano, ci sembra, come una vera e propria macchina da guerra che si muove contro quanti insieme al corpo hanno consumato il pensiero e la decisione del conflitto, vendendoli al mercato usa-e-getta del genere promosso dal mercato editoriale del consumo stagionale, mentre fa filtrare un’inappuntabile “critica del giudizio”; quella critica che, come ricorda la Arendt della lettura del “giudizio” riflettente kantiano, non può essere estetico se non è prima più che politico, ma nel caso del nostro anche con gli attraversamenti delle contraddizioni di un inflessibile logos determinato materialisticamente.

E anche qui, il passo di lettura, lentamente, si aggira fra le ghiotte pagine del passator temporale e armato; una mano critica che, tra orientamento e “diritta via” (soprattutto), e come un radar rabdomante, si aggira con le sciabolate massacranti della sua astrazione di ghiaccio – i “paesi” e i passages dei suoi pensieri e delle sue passioni. Le analisi, lucide quanto penetranti, che scismano e taglieggiano acquiescenze ed ebetudini per cogliere le “verità” assopite o manipolate fra gli squarci esplosivi e distesi su carta come le pennellate di Caravaggio sulle tele della rottura eretica della sua pittura.

Credo che l’immagine renda ancora l’analogia, e che la penna di Lunetta, di questi “depistaggi” e “invasione di campo”, sia la spada di Giuditta che taglia la gola dell’Oloferne odierno – le vene di questo tempo prepotente e subdolo –, lasciando scorrere nel loro violento contrasto i bagliori accecanti della luce e dell’ombra, nonché il lievito delle contraddizioni e dell’allegoria che accompagnano il “poema da compiere”.

Le destrutturazioni non amano altro tempo storico che non sia quello della contingenza e della precarietà cui non sfuggono, soprattutto, le stesse forze produttive del presente e gli annessi rapporti di produzione che le lavorano.

E il metodo della produzione artistico-letteraria-poetica – sintesi di molte determinazioni, come direbbe K. Marx –, e per le stesse ragioni che strutturano la vita di una “polis” plurale, non è molto diverso dalla via della critica dell’economia politica che quelle determinazioni concorrono a retificare e relazionare.

Allora: praxis, indagine, raccolta di dati, filo conduttore, esposizione, praxis; concreto-astratto-concreto; allora: dal linguaggio si scende nella realtà viva e palpitante, ma con le lenti dell’acido benefico della critica per le vie del senso, della direzione e delle consustanziali ideologie tessute.

Così se il XX secolo ha conosciuto Auschwitz e Hiroshima e i tentativi anche di liberazione collettiva, come scrive il nostro autore, è pur vero che ha visto, insieme, raggelarsi la raggiante utopia, mentre l’economia capitalistica si mondializzava in sistema-mondo,

«tornando ad essere brutalmente Economia Politica senza Criti­ca: è stata questa la risposta del capitale planetario ai rischi di un’eventuale riorganizzazione strategica antagonistica delle forze produttive nelle regioni della terra tecnologicamente più avanzate e più ricche: più ricche, quindi, an­che di capacità di sfruttamento e di comando e, par conséquent, di produzio­ne di ideologia. […] una fase di fortissimo indebolimento delle spinte alternative al pattern dominante […] nella quale, con sfacciata ipocrisia ideologica, si parla e si straparla di caduta delle ideologie.

In realtà, sono caduti all’interno delle ideologie “progressiste” e di quelle “conservatrici”, gli enzimi caratterizzanti, e tra loro conflittuali, per lasciare campo non a uno spazio di libertà aideologico così appassionatamente enfa­tizzato dal ciarlatanismo sia dei ciambellani del veterosfruttamento che dai Nuovi Credenti, per dirla con Leopardi, di una sinistra finalmente “matura”, cioè assimilata, ormai fortemente intenta “alla difesa / De maccheroni suoi”; ma a un’unica – e unitaria, e pressoché planetaria – macroideologica. Quella del cosiddetto “pensiero unico”, in cui la signoria del Mercato è indiscutibile, e l’entropia che le è sempre più selvaggiamente sottesa non è neppure sfiora­ta dalle analisi dei vari “esperti” nelle sue ragioni più decisive, che sono quelle strutturali, delle dinamiche produttive e dei meccanismi finanziari.» (Invasione di campo, p. 86).

È allora che, senza spinte neghentropiche, il “sublime” dell’emozione sedativa postmoderna galleggia e occulta il fatto che l’azione e la reazione emotiva dis-analizzate producono così consenso acritico (cui non sfuggono neanche certe arti e lettere) e gregarismo. Il controllo della produzione weltmarkt capitalistica, con i suoi moti inerziali e gravitazionali mortiferi, non mira solo alla produzione dell’oggettivistica d’uso e usurabile, bensì nel suo immoto ciclo di riproduzione costruisce altre “gabbie d’acciaio”. Infatti, insieme alle cose, cura anche l’indispensabile produzione complementare di soggetti assuefatti, soddisfatti e “rimborsati” (!?), stabilizzando un’oggettivazione di stile individuale e collettivo ostile alle differenze politico-culturali delle singolarità emergenti, che, nonostante tutti i massaggi massificanti, sono l’“altro” che non si riconosce nelle identificazioni pubblicizzate. E poi non è una casualità spuria, dunque, il fatto che tutte queste fotocopie parlanti (diretti e dirigenti) – prodotti su scala industriale e rinchiusi nelle “gabbie d’acciaio” –, svuotati di ogni ben dell’intelletto e della capacità autonoma di giudizio, fanno uso massiccio e nauseante di locuzioni ingessate quanto vuote e ripetute insensatamente come se fossero delle contro-argomentazioni da opporre alla controparte.

Ma in questo miasma qualunquistico, l’impegno del pensiero allegorico-antagonista luniano è una voce di dissenso e di “impegno” che chiama alla grande contraddizione come (anche) alle derivate (mai eliminate o scomparse), perché chi ha il potere della parola creativa e decostruttiva con parodia o altre armi di distruzione satirica ha

«il compito di contribuire allo svelamento della falsificazione che mummifica la fantasia del mondo, sotto forma di ottimismo a comando, di gregarismo elettronico, di afasia informatica. […] La comuni­cazione plastificata delle piccole e grandi centrali del consenso va senza tregua respinta: e alla scrittura letteraria, così ostica all’ideologia filomimetica di quelli che una volta erano Editori e ora sono soprattutto Stampatori di precot­ti paraletterari, o ipoletterari, compete un gesto prolungato di irrisione e di pa­rodia violenta.

Ecco, appunto: la parodia, come forma non conformizzabile di svuotamento e di dépouillement del cattivo Buon Senso, e del suo fungere iperdiffu­so da termocoperta contro i gelidi rischi dell’avventura letteraria, nei suoi im­previsti anche feroci.» (Invasione di campo, p. 87).

E da questa avventura letteraria non va certo esclusa la poesia, sebbene nella “stragrande maggioranza (quasi un plebiscito)”, ancora una volta, sembri (maniacalmente liturgica) percorrere le strade “della lirica elegiaca, dell’inti­mismo a buon mercato, del patetico pronunciato a voce bassa col capino in­clinato sulla spalla” (Ivi, p. 88).

Ma ci sono state le controtendenze delle voci, sebbene isolate, di un E. Cacciatore e di un E. Villa; il loro potenziale linguistico eversivo e fuori moda, e “attivamente dentro la contraddizione linguistica centrale dei nostri anni (quella tra il nobile sospiro dell’accettazione malinconiosa dell’esistente, e la spinta aspra dell’utopia): contraddizione, alla fine, politica” (Ibidem), è stato un sicuro controcanto (come nota Lunetta) e pratica di contraddizione vitale.

La “scrittura della contraddizione”, scrive Lunetta, si pone tra “l’appiattimento sul consumo e lo scarto semantico” (Invasione di campo, p. 110), e i testi poetici sono uno

«spartito da allestire e da digerire, senza soluzione di continuità, fi­no alla chiusura, sempre disperatamente provvisoria. L’incompiuto è la viven­te allegoria di questa provvisorietà, precarietà, scontentezza. C’è in loro, sem­pre, un sentimento meticcio di amore-odio nei confronti dei materiali che ado­perano; e un certo sospetto: come se questi stessi materiali, che si presentano sotto figura accattivante e disponibile, celassero in realtà intenzioni ostili, di sottrazione e di provocazione. E questo comunque, in fondo, che aizza il poe­ta, ed eccita il suo istinto canino.

[…]

Il concetto di contraddizione, allora, si contrappone al senso comune dei codici poetici dominanti, e annette quello di paradosso. Dal momento che la più autentica funzione della poesia consiste nell’azzerare costantemente i pro­pri statuti per procedere oltre il già noto, pena la ripetitività dei codici formali, e quindi la banalizzazione del suo linguaggio, il momento paradossale del fare poesia appare di importanza primaria, soprattutto in ordine al gioco delle metafore.

[…]

Dice Pound, con splendida icasticità: “Nessuna buona poesia è stata mai scritta nello stile d venti anni prima”.» (Ivi, pp. 108-9, 111, 114).

La poesia è come una macchina la cui efficacia ed efficienza dipende sia dai materiali usati che dalla téchne e dall’abilità con cui il lavoratore si mette all’opera per un montaggio radicale e iconizzante dei testi:

«In questa coerenza ha un ruolo fondamentale l’abilità con la quale il poeta procede a un gioco di contaminazioni, che comunque non è mai passivo, non è mai neutrale; anzi, tanto più innovativo e sorprendente esso ri­sulterà quanto più sarà innervato di stridori (non casuali) e di contraddizioni (non scontate). Jurij M. Lotman parla in proposito, con bella incisività, di “lin­gua creola”. Servendoci di un’analogia di Wittgenstein, diremo che la robu­stezza di un testo poetico complesso è simile a quella di un filo, che consiste “non nel fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma nel fatto che molte fibre si sovrappongono le une alle altre”. Un poeta consapevole è un ar­tefice che connette elementi di provenienza eteroclita riducendoli per forza di stile alla propria ortodossia”» (Invasioni di campo, p. 109).

Ma in tutto ciò, il poeta, ci ricorda Mario Lunetta, non deve dimenticare (insegnano G. Leopardi e B. Keaton) di ridere: “chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri come chi ha il coraggio di morire” (Leopardi); e poi, in un mondo che crea solo consumatori e non c’è nessun épater le bourgeois,  la spada caravaggesca della battagliera e ribelle  Giuditta deve mirare a tagliare con un colpo netto la gola dell’Oloferne, ovvero la filiera della micidiale ristrutturazione capitalistica odierna e dei suoi sacerdoti. E, parafrasando Brecht, se non si è potuto essere gentili la prima volta, si può sempre beckettianamente dire: “prova ancora, fallisci ancora, fallisci meglio”.

Leggere e dialogare con queste scritture frastagliate del poeta e critico Mario Lunetta è stato come il ritrovarsi (pure) con un altro suo nuovo Liber veritatis (2007): scandagli volti a mettere a sacco gli anfratti più grigi della cultura del nostro tempo, cattivo e aggressivo quanto più morente nel suo postmoderno integralista e di “evirati cantori”, mentre di rimando rilanciano, in una galassia di sensi che bruciano con pregnanza e urgenza, il tempo della poesia come kairós della lentezza,  della “tendenza e qualità” o del quasar che prende vita con il conflitto dell’esplosione e l’utopia dell’ipotesi dissidente amante il logos critico e esatto  (ex actus).

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