IL TERZO SGUARDO n.32: Le epifanie del gatto. Marina Alberghini, “All’ombra del gatto nero”

Le epifanie del gatto. Marina Alberghini, All’ombra del gatto nero, Milano, Mursia, 2011

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di Giuseppe Panella*

Apparentemente il gatto nero e le sue vicissitudini non sembrerebbero il soggetto adatto per una ricostruzione così a vasto raggio della cultura occidentale (fa eccezione il bel saggio che ricostruisce Il grande massacro dei gatti, opera di Robert Darnton, un pregevole storico dell’Illuminismo che rievoca questo episodio realmente avvenuto a Parigi a metà del Settecento). Eppure Marina Alberghini è riuscita, attraverso una vertiginosa carrellata che parte dall’antico Egitto e finisce praticamente ai giorni nostri, a trasformare la figura del gatto in una sorta di magico psicopompo che accompagna gli uomini e la loro esistenza dagli albori della loro storia fino ad alcune delle sue manifestazioni più recenti. Ma se il gatto è il tramite e il passaggio attraverso il tempo, sono la storia della persecuzione di massa delle donne definite streghe dai loro detrattori e la pratica mortificatrice del corpo che contraddistingue l’azione istituzionale della Chiesa Cattolica insediata come religione pubblica da Costantino il Grande con l’editto di Nicomedia del 311 d. C. e come religione di Stato da Teodosio I nel 380 con l’editto di Tessalonica a costituire la sostanza storiografica della ricostruzione della Alberghini. Il rapporto stretto tra donne-streghe e gatti (soprattutto neri) comporterà infatti la persecuzione e spesso la morte su larga scala per entrambi (anche se le cifre dei processi per stregoneria con relativa morte sul rogo vanno ridimensionate rispetto a quelle, sparate un po’ a casaccio, da Dan Brown in Il Codice Da Vinci del 2003 che porta a due milioni le vittime di quella persecuzione funesta). E’, invece, credibile la cifra di otto milioni di gatti uccisi per ottemperare all’invito papale a combattere la stregoneria e i suoi riti ritenuti strumento diretto di Satana. Il 13 giugno del 1233, infatti, papa Gregorio IX, poi strenuo avversario dell’imperatore Federico II, emanò una Bolla, la Vox in Rama audita est (il richiamo è al lamento di Rachele, moglie di Giacobbe e qui simbolo generale di Israele per la perdita dei suoi figli) in cui invitava allo sterminio dei gatti neri considerati uno strumento diabolico e una forma di incarnazione del Diavolo in un corpo animale. Secondo il testo di Gregorio, l’adorazione sacrilega di un gatto nero – un bacio adorante dato alla sua parte posteriore resa agibile dopo che il gatto aveva sollevato la coda – era il preludio all’apparizione di un Essere Luminoso (metà uomo, metà gatto) che era evidentemente il Diavolo. All’adorazione oscena e all’apparizione del Maligno, seguiva poi altrettanto inevitabilmente il Sabba con tutte le sue connotazioni di commercio sessuale promiscuo etero e anche omo-sessuale. Il gatto, in sostanza, sarebbe stato il vero protagonista del Sabba e l’animale prediletto da streghe e stregoni. La persecuzione cristiana dei gatti sarà, infatti, il rovescio dell’amore di Maometto per la razza felina e avrà effetti importanti anche sul consolidamento della nuova religione (se si deve credere allo studioso svizzero non conformista Sergius Golowin). Ma quello che conta è che la persecuzione delle streghe perseguiva un ben preciso disegno di distruzione di ogni forma alternativa di religiosità (sia di tipo magico che e tradizionalmente legata ai precedenti culti pagani della Natura e della vegetazione) e trovò nella Santa Inquisizione, istituita appunto da Gregorio IX, la sua forma più strutturata e incisiva. La pubblicazione di trattati e di ricostruzioni teoriche dell’operato delle streghe e dei servitori conclamati di Satana (esemplari il Manuale dell’Inquisitore di padre Nicolau Eymerich di Gerona e il celebrerrimo Malleus Maleficarum di Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, tutti e tre domenicani) comporteranno un accrescimento quasi parossistico della caccia alle streghe e ai loro fiancheggiatori e seguaci. La repressione delle pratiche magiche troverà, infine, in uno dei padri del pensiero politico moderno, Jean Bodin, uno dei suoi sostenitori maggiori (è sua La Démonomanie des Sorciers del 1580 tradotto successivamente in latino). Solo con l’avvento dell’Illuminismo e con le doverose eccezioni (bellissime le pagine di Michel de Montaigne contro i roghi di streghe ed eretici), la persecuzione delle streghe cesserà quasi del tutto e anche ai gatti neri sarà riconsegnato lo statuto di animale domestico e non solo di creatura diabolica. I tre animali cui il demonio, infatti, sarà, e per sempre collegato resteranno, comunque, oltre i gatti neri, i rospi e le mosche – animali fastidiosi e spesso spaventevoli ma certo non nocivi o pericolosi per l’uomo ma dei quali l’iconografia medioevale e rinascimentale ha lasciato tracce significative nell’immaginario collettivo. Ma i gatti – seguendo la ricostruzione erudita e simpatetica insieme di Marina Alberghino – non sono soltanto il simbolo araldico di una persecuzione che, attraverso di essi, va a colpire e a controllare biopoliticamente i corpi di donne e uomini liberi e dai costumi non piegati dalle imposizioni politico-religiose della Chiesa. Sono anche stimolo e bandiera di innumerevoli progetti artistici della Modernità. E’ il caso del cabaret (e anche rivista letteraria) Le Chat Noir aperto dal bizzarro e poliedrico artista svizzero (ma fallito come pittore di soggetti sacri!) Rodolphe Salis nel novembre del 1881 sulla collina “dei Martiri” di Parigi. Locale straordinario per la clientela artistica (e spesso artistoide) che accoglieva, fu un momento irripetibile della cultura francese. Salis ebbe la straordinaria intuizione di collegare arte e baldoria alcoolica, creando un caffè “di puro stile Luigi XII”, in una stanza ampia e ben suddivisa, con un lampadario in ferro forgiato d’epoca bizantina dove i gentiluomini di tutte le classi sociali (esclusi gli “infami preti e i militari”) avrebbero potuto bere l’assenzio (amato da moltissimi intellettuali come Victor Hugo, Rimbaud e Verlaine ma anche da Garibaldi) e l’hypocras (vino rosso zuccherato e aromatizzato con chiodi di garofano e cannella) in coppe d’oro. Il nome gli venne dal colore del suo gatto Amoreux, il beniamino del locale che accolse gran parte degli intellettuali francesi del tempo (da Alphonse Allais ad Alfred Jarry, a Guy de Maupassant a Émile Zola) e dove Proust ha ambientato una celebre sequenza della Strada di Swann in cui Odette de Crécy lo visita in compagnia del barone di Charlus. Uno dei grandi trionfatori delle serate allo Chat Noir fu, tuttavia, il celebre chansonnier Aristide Bruant, antesignano di quella strenua linea di cantautori francofoni che continuerà a imperversare e a stendere la loro lunga ombra fino a tutta la seconda metà del Novecento. Le Chat Noir sarà un modello di liberalità di costumi e di vita che sancirà la nascita del binomio tra arte e trasgressione sociale e umana ancora vigente e darà la stura a tutta una serie di aneddoti più o meno veritieri che vedranno Salis e il suo amico-socio Émile Goudeau come protagonisti. Una gatta, Éponine (proprio come la sorella di Fantine  Thénardier che morirà sulle barricate dei Miserables di Victor Hugo per amore dell’impossibile Marius) sarà una presenza costante nella vita di Théophile Gautier, capofila del Romanticismo, allievo di Victor Hugo, maestro di Balzac e autore di uno dei romanzi più famosi dell’Ottocento francese, Le Capitaine Fracasse. Un gatto sarà al centro della resurrezione artistica e umanda di Ludwig Ernest Kirchner, fondatore del movimento pittorico Die Brücke che intendeva ritornare alle origini della rappresentazione originaria della figura umana e del paesaggio in pittura come avveniva in autori come Albrecht Dürer, considerato un maestro insuperabile da tutti i membri del movimento. Kirchner ritroverà lo spirito artistico originario perduto per effetto dei disturbi nervosi causatigli dalla Prima Guerra Mondiale (di cui temeva gli spaventosi effetti su di sé) creando un sodalizio con il gatto Smokie che ritrarrà molte volte. Lo stesso accadrà a Paul Klee che vedrà nel proprio gatto Bimbo una sorta di spirito-guida nel mondo intermedio che si apre tra la natura e ciò che va oltre di essa. Infine, Howard Phillips Lovecraft, personaggio straordinario nella vita e scrittore impressionante nella sua pur non abbondantissima produzione letteraria (mentre lascerà migliaia di lettere ad amici e a scrittori di cui rivedeva i parti fantastici, spesso riscrivendoli in toto). Il “solitario di Providence” (come è meglio noto) scriverà in un testo del 1933, Cani e gatti:

 

«Il cane da, il gatto è. Il gatto è colui che fa le cose non per vuoto senso del dovere, ma per il proprio piacere, splendore, forza, fantasia e fascino. Il cane evoca emozioni facili e grossolane; il gatto attinge alle fonti più profonde dell’immaginazione e della percezione cosmica della mente umana».

 

Libro frutto di un amore incontenibile per i felini domestici, il saggio di Marina Alberghini coniuga, con notevole interesse storico e con invidiabile gusto antiquario, una pagina della storia culturale dell’Occidente che allude e riverbera a questioni e problemi ancora aperti e non certo compiutamente risolti del nostro presente.

 

 

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

 

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