STORIA CONTEMPORANEA n.76: Nelle pieghe della storia: gli elefanti di Annibale. Chiara Prezzavento, “Somnium Hannibalis. L’ultimo dei Barca, la cenere e il sangue”

Nelle pieghe della storia: gli elefanti di Annibale. Chiara Prezzavento, Somnium Hannibalis. L’ultimo dei Barca, la cenere e il sangue, Milano, Robin Edizioni, 2009

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di Giuseppe Panella*

 

Annibale (che significa Dono di Dio in lingua punico-fenicia) Barca (da Barak, soprannome dato a suo padre Amilcare, che vuole dire fulmine sempre nella stessa lingua) è in fuga. Dopo la sconfitta subita a Zama da parte di Publio Cornelio Scipione detto l’Africano e dopo un periodo in cui ha continuato a reggere le sorti militari e politiche della sua città Cartagine che lo ha eletto suffeto, ha dovuto lasciare la città natale per evitare di essere consegnato ai Romani che ne avrebbero voluto la testa per evitare di essere ancora insidiati aspramente dalla sua micidiale intelligenza bellica.

Annibale sa che la sua testa varrebbe ben poco se cadesse nelle mani dei suoi nemici di sempre ai quali suo padre gli ha fatto giurare, sull’altare del dio Baal, “eterna inimicizia” (questo episodio rimarrà per sempre impresso nella mente di Freud che farà del generale cartaginese uno dei suoi eroi eponimi). Si rifugia, allora, presso la corte di Antioco III di Siria che è in procinto di invadere la Grecia per sottrarla all’egemonia di Roma. Il suo esercito, tuttavia, viene sconfitto (ironia della sorte!) alle Termopili dalle legioni guidate da Publio Cornelio Scipione Asiatico. E’ dopo questa durissima sconfitta che il re si reca a far visita al suo illustre ospite al quale, tuttavia, ha negato il comando generale dell’esercito seleucide avocandolo a sé. In una lunga notte di confessioni e di rimpianti, di schermaglie verbali e di accuse e contraccuse reciproche, il più grande condottiero di Cartagine racconta la propria storia di uomo e di militare. E’ una narrazione intensa e disperata, costituita di descrizioni poeticamente elevate che arrivano a sfiorare la soglia del sublime (la descrizione dell’attraversamento delle Alpi all’altezza del Moncenisio) e di analisi della strategia militare che lo hanno condotto alla vittoria a Sagunto in Iberia e poi sul Ticino, alla Trebbia, sul lago Trasimeno, a Canne in Apulia. Annibale racconta la sua vita a un re Antioco che lo invidia segretamente ma cerca di nascondergli la sua ammirazione e ostenta spesso un contegno sprezzante.

In questo modo, Chiara Prezzavento schizza in maniera brillante un ritratto a tutto tondo del condottiero cartaginese, delle sue contraddizioni, delle sue convinzioni, dei suoi tratti caratteriali, delle sue angosce e delle sue profonde aspirazioni alla gloria, partendo proprio dall’episodio di quella “fobia romana” (che tanto stimolava Freud nelle sue riflessioni sulla religione cattolica nei confronti dell’ebraismo e sulla necessità per gli ebrei di non farsi assorbire da essa):

 

«”Vengo con te”, ripetei per la terza volta, a voce un poco più alta. Allora Amilcare si alzò. Mi pareva immensamente alto, ancora di più nel gioco della fiamma che faceva rilucere di scarlatto e di nero le fibbie del suo mantello. Mi prese per mano e si avviò a gran passi, tanto che faticavo a seguirlo. Quasi mi trascinò attraverso i corridoi semibui e le stanze vuote fino all’altare di casa. Annibale tacque e scosse il capo. Da dove sedeva, il Re poteva vederne il profilo intento e lo sguardo fisso sotto la palpebra socchiusa. – E ti fece giurare odio eterno a Roma? – domandò, in un tono beffardo di cui aveva quasi vergogna. – E‘ vero, dunque? E io che la credevo una storia da bivacco! – Lo è, così come tu la conosci – rispose Annibale dopo un tratto, e parve che non volesse dire più nulla. Come la storia si fosse risaputa, Annibale lo ignorava. Forse suo padre stesso o qualcuno del partito barcide l’aveva divulgata. Amilcare era stato abbastanza spregiudicato per questo, ed era vero che i soldati amavano raccontarsi l’un l’altro la storia intorno ai fuochi da campo. Se era stata usata, era stata usata bene. […] – Non mi ordinò di giurare odio eterno a Roma, se è questo che si racconta, – cominciò lentamente il Cartaginese, deciso a dire quel poco che bastasse. – Davanti all’ara, pose un ginocchio a terra e mi mise le mani sulle spalle. Disse che, se volevo andare con lui, dovevo sapere, dovevo capire con la mente di un uomo anche se ero solo un bambino. Disse che ero il figlio di un uomo potente, il più potente di Cartagine in quei giorni » (pp. 16-17).

 

Annibale giura e va con il padre in Iberia. Qui, dopo che Amilcare è morto in una scaramuccia lungo il fiume Tago e che il cognato Asdrubale è stato assassinato in circostanze mai chiarite dal servo fedele di un principe spodestato dal comandante cartaginese, egli diventerà il comandante in capo dell’esercito punico fuori di Cartagine. Dopo aver sconfitto le tribù iberiche riottose al suo giogo, dopo aver espugnato con un lungo e micidiale assedio la città di Sagunto fedele ai Romani, egli deciderà di venire in Italia passando prima per i più agevoli Pirenei e poi per le micidiali e durissime giogaie delle Alpi. Condurrà con sé i suoi uomini, i suoi fedeli e temerari cavalieri numidi e, particolare destinato a passare alla leggenda, trentasette elefanti (solo uno di essi sopravviverà una volta superate le montagne e raggiunta la pianura padana). Nelle menti delle popolazioni italiche, questi animali misteriosi, pazienti e ostinati a un tempo (quando non vollero attraversare il fiume Rodano, li imbarcò su degli zatteroni riempiti di erba e di terra e sostenuti da otri pieni di paglia facendogli credere che fossero su un terreno solido e non sull’acqua) si impressero a fuoco come macchine micidiali da guerra. Le battaglie vinte con una tattica esemplare di guerra contraddistinguono una campagna di conquista esemplare sotto ogni punto di vista. Eppure dopo lo sterminio attuato durante la battaglia di Canne (217 a. C.), Annibale non marcia contro Roma (come tutti si attendevano) ma preferisce deviare verso Capua, la seconda città più potente sul suolo italiano, e vi passa l’inverno. Ozi voluttuosi frutto di pigrizia e di desiderio di sesso oppure strategia politica raffinata? Probabilmente entrambi. Il generale di Cartagine sperava di arruolare nelle sue file i cinquantamila uomini dell’esercito della città per rinforzare il suo esercito ormai ridottosi di numero nel corso di tante battaglie e poi andare a distruggere le mura fortificate della Città Eterna. Il suo piano fallirà come pure sarà frustrato il suo tentativo di impadronirsi completamente della piazzaforte del porto di Taranto o di divenire il padrone della Sicilia. Dopo Canne, Annibale il trionfatore non sa come mettere a frutto le sue vittorie perché – come gli dirà il fido Maarbale, comandante della cavalleria numida:

 

«Ma Antioco non poteva sapere nulla. Colpiva alla cieca là dove gli si lasciava intravedere un varco. Non poteva sapere come Maarbale, offuscato dal vino e dalla stanchezza, fosse scoppiato a ridere davanti al diniego del suo comandante. “ Mio padre lo diceva sempre, che gli dei non danno tutto a un uomo solo!”aveva gridato, troppo furibondo per mostrarsi sardonico. “Tu sai vincere le battaglie, Stratega, ma quando hai vinto non sai che cosa fartene!”. “Tu invece sapresti?” gli aveva domandato allora Annibale, e il comandante della cavalleria si era piantato i pugni sui fianchi e aveva risposto di sì, con fare di sfida. “E’ un peccato, allora” aveva replicato gelido Annibale “che tu non sappia vincere le battaglie”. E Maarbale se ne era andato a gran passi. Annibale lo aveva guardato allontanarsi, improvvisamente raggelato dallo sgomento. A mente fredda, nell’atmosfera più sedata dopo la discussione, aveva visto con chiarezza la logica di tutte le buone ragioni che si opponevano alla proposta avventata di Maarbale. E aveva visto che non era per nessuna di esse se aveva rifiutato.  – No, è chiaro, – concesse Re Antioco con umiltà appena beffarda. – Io non sono un soldato e non capisco. E Annibale Barca non fa mai quello che ci si aspetta. Nemmeno vincere le guerre» (pp. 119-120).

 

Così, dopo gli “ozi di Capua”, di scaramuccia in scaramuccia, Annibale resta a vagare sul suolo dei Romani per ben tredici anni finché non viene richiamato in patria. Scipione l’Africano, portando l’attacco sul suolo cartaginese grazie all’aiuto del numida Massinissa (che si era ribellato al filo-punico Siface) costringe i potentati cartaginesi a creare un esercito e a metterlo sotto il comando del suo generale più temuto. Annibale sarà battuto a Zama da uno stratega che aveva imparato a muoversi sul terreno di guerra dall’esempio che lui stesso gli aveva fornito. Questo non gli costerà l’emarginazione, anzi. In patria sarà il comandante supremo politico e militare per qualche tempo e riuscirà a risollevare le assai depresse condizioni economiche della sua città. Ma, in conseguenza dello scandalo dei tributi da versare ai Romani e che risultavano pagati con un argento di lega inferiore a quello richiesto, sarà denunciato dai suoi stessi concittadini oligarchi ai sempre sospettosi Romani. Sarà così che sceglierà di andare in esilio. A Tiro, a Efeso presso il Seleucide Antioco III il Grande (di cui fu comandante dell’ala sinistra della flotta – la sola vittoriosa nello scontro con Roma), a Creta come ammiraglio di una sua personale flotta di pirati in funzione anti-romana, poi in Armenia a dirigere i lavori della nuova capitale Artaxana in onore del sovrano Artassa e infine in Bitinia, presso il re Prusia anch’esso in guerra con i Romani. Quest’ultimo, sconfitto a sua volta perché timoroso di affidare il comando dell’esercito al condottiero cartaginese, deciderà di consegnarlo ai suoi nemici di sempre. Nel 183 a. C., allora, Annibale deciderà di morire di sua mano usando il veleno contenuto in un anello che portava sempre con sé. E’ la fine di un uomo ma l’inizio di un mito. Chiara Prezzavento, allo stesso modo di Joseph Conrad nel lungo racconto orale che costituisce la sostanza narrativa di Lord Jim, mette in scena Annibale e il suo doppio-Antioco in un testo di lucidità storica e umana esemplare.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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