F.Kermode e il senso della fine

di Eleonora Ruzza

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Se nella Filosofia del «come se» (1) Hans Vaihinger riconduce l’intera attività conoscitiva alle finzioni, quali strumenti di difesa contro le ostili contraddizioni dell’ambiente esterno, con The Sense of an Ending (1967) Kermode inaugura gli studi sui confini romanzeschi, attribuendo al come se del novel la funzione di restituire alla linearità del vivere la coesione della forma chiusa. Immerso nel flusso del tempo e imprigionato nella condizione del mezzo, l’individuo è indotto a costruire «finzioni esplicative» in grado di dare un ordine all’incompiutezza delle continue trasformazioni, e rendere tollerabile la successione.

Ciò avviene tramite la costruzione di disegni ideali coerenti che, per il fatto di avere una conclusione, consentono l’approssimazione all’intero, ovvero la percezione di un’armonia di inizio, mezzo e fine (2). Esempio radicale di tali finzioni sono i modelli escatologici, entro i quali gli eventi vengono disegnati in prospettiva, in modo tale da far convergere le molteplici linee della contingenza verso quell’unico punto di fuga che è il limite cronologico estremo. Da un lato dunque il pensiero apocalittico affida all’evento trascendente della Fine la funzione di giustificare il presente, instaurando una rete di relazioni verticali e paradigmatiche, in base alle quali gli avvenimenti assumono lo statuto degli indizi (3); dall’altro lato esso risponde ad una necessità di consonanza con il reale, poiché la struttura della profezia si contraddistingue per un’elevata flessibilità, che le consente di adeguarsi alle smentite del tempo attraverso continue modifiche dei propri dati. Di qui l’istituirsi di un principio di complementarità che nella procedura dell’aggiustamento trova lo strumento per equilibrare lo scetticismo (4).

Sebbene il pensiero profetico abbia per fondamento l’imminenza della Fine, l’allontanarsi dei confini del tempo in seguito alle mancate conferme della Rivelazione non ha provocato – scrive Kermode – l’abbandono dell’escatologia ma la sua applicazione al presente.

Quando la fine presenta il carattere dell’immanenza e l’individuo entra in uno stato permanente di attesa, si sviluppa il moderno concetto di crisi, quale giudizio e separazione, di cui la potenziata attività «previsionale» dell’uomo si serve per trasformare il chronos nel kairos delle epoche. Spazio di tempo ricolmo di un significato derivante dalla certezza della conclusione, il kairos è per Kermode il modello delle finzioni romanzesche, che con quello escatologico condivide non solo la completezza derivante da relazioni di causalità ma anche la compresenza di discordanza e armonia, attuale e immaginario. Così, se è nell’ombra della fine che si costruisce l’organizzazione strategica dei fatti narrati, l’esigenza di adesione al reale fa sì che il cammino verso la conclusione non appaia rettilineo ma tortuoso, per effetto della peripeteia. La mancata conferma delle aspettative, dovuta al «volgersi delle cose fatte nel loro contrario» (5), viene avvertita come elemento necessario del pattern narrativo, giacché «quanto più audace è la peripezia, tanto più ci accorgeremo che il romanzo rispetta il nostro senso di realtà» (6). Le procedure escatologiche sembrano dunque intersecarsi con quelle della semiotica testuale nella misura in cui la situazione di chi vive in medias res viene a coincidere con quella del Lettore Modello quando, di fronte ad una «disgiunzione di probabilità», riempie l’attesa compiendo «passeggiate inferenziali», cioè configura un possibile corso di eventi sulla base di sceneggiature interstestuali, fabulae prefabbricate che il bravo Autore Modello – come lo sviluppo storico nelle profezie – provvederà a smentire (7).

In tale disposizione orientata degli avvenimenti, la genesi del mondo diegetico presenta, secondo Kermode, il carattere ambiguo delle Rivelazioni, e l’incipit consiste in un insieme di virtualità di cui solo una parte verrà attualizzata. A colui che interroga l’inizio nel tentativo di trovare le «ragioni seminali» dello sviluppo successivo, la strategia incipitaria risponderà allora in maniera elusiva. Solo l’incongruenza e la compresenza degli opposti garantisce il verificarsi della peripezia, e il dispiegarsi di un percorso difficile che manterrà l’effet de réel sino a che l’explicit non verrà a riordinare l’insieme (8). In questo modo la finzione normativa dell’intreccio svolge una funzione analoga a quella degli intervalli tra un tick e un tock da cui dipende la percezione del tempo: il suo compito sarà di mantenere viva l’attesa generata dal tick dell’inizio, alimentando la sensazione che tutto accade come se il tock segua di certo, giacché è solo presupponendo la sua esistenza che la quantità della successione si trasforma in qualità, assicurando l’integrazione di passato, presente e futuro.

Trasfigurato il reale in una forma organizzata, l’accumulazione dei momenti della contingenza acquista così lo statuto dell’aventure, in cui lo specchio della mimesi è infranto dal senso della fine, poiché nel momento in cui il flusso degli eventi viene introdotto nel campo di forze del racconto esso assume la struttura di un’«azione intera» nella quale, teorizza Aristotele, «le parti siano così connesse che, trasposta o sottratta una di esse, l’intero ne risulti mutato e alterato» (9).

 

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NOTE

 

(1) Cfr. H. Vaihinger, La filosofia del «come se», trad. it., Roma, Astrolabio, 1953.

 

(2) F. Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, trad. it., Milano, Rizzoli, 1972, pp. 49-55.

 

(3) R. Barthes, Introduzione all’analisi strutturale dei racconti, in AA.VV., L’analisi del racconto, Milano, Bompiani, 1987, pp. 7-46.

 

(4) F. Kermode, Il senso della fine, cit., pp. 19-30.

 

(5) Aristotele, Poetica, trad. it., Milano, Rizzoli, 1987, p. 150.

 

(6) F. Kermode, Il senso della fine, cit., p. 32.

 

(7) U. Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979, pp. 111-119.

 

(8) F. Kermode, Il senso della fine, cit., pp. 101-103.

 

(9) Aristotele, Poetica, cit., p. 147.

 

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