STORIA CONTEMPORANEA n.77: De profundis… Davide Camarrone, “Questo è un uomo”

De profundis… Davide Camarrone, Questo è un uomo, Palermo, Sellerio, 2009

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di Giuseppe Panella*


Boucouba Osea è il nome di un uomo che non è mai esistito, eppure il suo nome risuona come un grido di battaglia o un gemito di dolore nelle pagine di questo romanzo breve di Davide Camarrone.

Nata come un racconto per un’antologia edita anch’essa nel 2009 (Il sogno e l’approdo, curato da Antonio Sellerio per l’omonima casa editrice e legata a un progetto ideato da Ivan Tagliavia e Sandro Tranchina per l’Associazione Scenario Mediterraneo) e dedicata al tema dello Straniero e dell’Altro come punto di riferimento per una ricostruzione delle attuali vicende italiane di emigrazione e di sempre più frequente emarginazione legata ai suoi sviluppi più drammatici, la storia narrata in quest’opera è divenuta in seguito uno spettacolo teatrale (Sotto un velo di sabbia, scritto e diretto dallo stesso Sandro Tranchina che lo ha mescolato ad un analoga storia di Giosuè Calaciura, Il mare è piccolo ma Dio è grande). Dopo questa sua metamorfosi sulla scena teatrale, Camarrone ha ritenuto opportuno ampliarlo fino a fargli assumere la dimensione di un breve romanzo-narrazione.

In esso, il personaggio principale della storia non parla in prima persona ma affida la sua tragica vicenda a una donna-memoria, Fatima Niakaté, che la racconterà dettagliatamente con le parole stesse apprese dal suo protagonista a un giornalista del “Corriere della Sera”, il quotidiano presso il quale Boucouba Osea, cittadino italiano nato da genitori di colore, un nigeriano e una somala da tempo trasferitisi in Italia per fare i lavori più umili, ha lavorato con un certo successo, firmando una serie di inchieste relative al mondo della prostituzione delle ragazze provenienti dall’Europa dell’Est. Fatima è in grado di ritenere a mente tutto quello che le sembra importante ricordare. Il giornalista cui si rivolge, Paolo Ventimiglia, un vecchio cronista sulla via del pensionamento, riferisce, infatti:

«Più volte, nei suoi viaggi, Paolo aveva sentito parlare di certi uomini prodigiosi capaci di mandare a memoria l’intera storia di un popolo e di tramandarla sempre uguale, parola per parola, generazione dopo generazione. Ogni particolare, ogni frammento ascoltato dai suoi protagonisti o nella ripetizione fedele di altri uomini memoria. Uomini, però. Non sapeva, Paolo, che, tra di essi, vi fossero anche delle donne.  – Voi li chiamate Griot – aggiunse Fatima. – Il nome Griot viene dal portoghese. Significa criado, servo» (p. 30).

Fatima Niakaté è una griotte in grado di ripetere a memoria la storia che il giornalista gli ha affidato. E’ il colpo d’ala con cui si apre questo breve libro fatto di rabbia e di passione civile, il racconto di una drammatica vicenda di morte e di emarginazione. Le parole di Boucouba Osea risuonano come una lamentazione biblica e il resoconto di un viaggio di avvicinamento all’inferno. Dopo essersi fatto assumere come lavorante stagionale in Sicilia prima in un vigneto, poi in un sito archeologico che si è trovato malauguratamente a coincidere con il percorso di una superstrada e i cui reperti affiorati nel corso degli scavi verranno fatti accuratamente sparire. Nonostante sia un cittadino italiano e possa sganciarsi dalla difficile situazione in cui è venuto a trovarsi quando il capo della spedizione archeologica si accorge della distruzione dei reperti e fa arrestare i lavoratori abusivi che lavorano alla superstrada per farli poi successivamente espellere, Boucouba Osea decide di andare fino in fondo e si fa rimpatriare (il suo passaporto falso che reca le generalità di Ahmed Nyetel, il nome del padre e il cognome della madre, lo classifica, infatti, come cittadino di uno stato africano e per la precisione la Libia). Inizierà così la sua odissea nei campi di accoglienza profughi in Italia e in Africa. Prima a Bonagia di Erice, in Sicilia, poi, una volta arrivato a Tripoli, in una ex-petroliera che serviva ai libici da campo intermedio prima che i loro prigionieri fossero trasferiti a Kenafra, un campo di morte dal quale (quasi) nessuno ha fatto ritorno a una vita civile e umana. Anche Boucouba Osea non tornerà mai più in Italia dove lo attendevano il padre e la madre. Di lui resterà il ricordo: prima il racconto di Fatima tenuto in pubblico e filmato in diretta presso la redazione del “Corriere della Sera”, poi il testo di esso che sarà pubblicato dal giornale in tre puntate per le cure di Paolo Ventimiglia che realizza con esso il suo ultimo scoop.

Questo è un uomo è un testo assai breve e incisivo in cui l’orrore delle detenzioni nei campi cosiddetti di accoglienza per i migranti che dai paesi del Terzo Mondo tentano la fortuna nei paesi dell’Occidente opulento è registrato con frasi prive di retorica, secche come un referto medico o poliziesco ma intrise nel profondo di un pathos che non ha bisogno della retorica per poter sbocciare. Analisi spietata del senso di angoscia e di orrore provato per la violenza esercitata dal Potere su chi non si può più difendere, lascia (forse) uno spiraglio alla speranza che si annida nella narrazione di chi è “sopravvissuto per raccontarlo” dopo essere passato attraverso il deserto del terrore e della perdita di fiducia negli esseri umani. Anche il racconto della morte può pur sempre essere un segnale (anche se debole) di fiducia nella vita, nonostante tutto. Ciò che si ricorda di chi non è sopravvissuto non può essere più dimenticato da chi è rimasto ad ascoltarne le vicende: la memoria farà delle vittime i protagonisti della Storia.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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