QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.74: Il gran teatro del mondo. Liliana Ugolini, “Gioco d’ombre sul sipario (ut fabula poiesis)”

Il gran teatro del mondo. Liliana Ugolini, Gioco d’ombre sul sipario (ut fabula poiesis), con una postfazione di Giò Ferri, Verona, Cierre Grafica, 2010

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di Giuseppe Panella*


Non è certo un’idea nuova l’utilizzazione della metafora del teatro ad indicare il gioco di luci e di ombre, di conflitti e di angosce e di follie, soprattutto di maschere e di volti, che caratterizza il mondo dell’esistenza umana (probabilmente è una pratica antica quanto il mondo stesso che si vuole descrivere). Nuovo è invece è il progetto stilistico e la modalità espressiva che sottende e sostanzia il gioco poetico (umano e appunto teatralizzante) del libro di Liliana Ugolini. Giò Ferri è, infatti, assai esplicito nel ricostruire come si manifesta la serie di trasformazioni poetiche presenti nelle scritture stilizzate e marcatamente visive che contraddistinguono la proposta generale di lettura della realtà umana che attraversa e configura radicalmente l’opera della poetessa fiorentina:

 

«Liliana Ugolini, da una vita, pone entro lo spazio, oltre il tempo, fra le linee e gli angoli di una scenografia, la propria invenzione (come ricerca e scoperta). Ma, grazie ai suoi segni e suoni interiori, ben presto guadagna il proscenio. Per dirla con Gaston Bachelard: “ogni angolo di una casa, ogni cantone di una camera [di una scena teatrale]. Ogni spazio ridotto in cui piace andare a rannicchiarsi, a raccogliersi su se stessi, è per l’immaginazione una solitudine, vale a dire il germe di una camera, il germe di una casa”. Di una scena. Di un racchiuso ma non concluso territorio spaziale. “L’angolo è la casa dell’essere” […] Il processo creativo di Liliana Ugolini si sviluppa propriamente, in questo Gioco d’ombre sul sipario (ma anche in tutta la sua produzione), fra parola, spazio, interiore gestualità, in questa uscita dall’angolo per farsi Artefice-regista di una rappresentazione della parte nascosta (ombrosa) della vita, propria e nostra, vaticinante in particolare in particolare in quell’ incipit poeticamente folgorante: Fugace notte pulsa di bagliori / nell’apparente immenso dello sguardo / che abbraccia la galassia» (pp. 44-45).

 

Sarà bene cominciare da qui. Il Teatro è sotto la volta del cielo, l’”angolo” in cui tutta la vicenda si svolgerà è costituito da ciò che il Tempo ha contribuito a costruire con la sua azione paziente, i personaggi mimano se stessi e, nello stesso tempo, alludono ad altro. Il Mimo si staglia nello spazio teatrale che lo avvolge e nel quale cerca di farsi strada con la forza del suo gesto – a lui spetta il Prologo e la tessitura del gioco (la palla nera con cui scandisce i passaggi della vicenda gli permette di tirare le fila della trama). Il re, il cavallo, il bosco, il mare, i fiori, gli occhi, i bambini e la luna, i numeri, il circo, i vecchi, i colori, l’opera, la musica, il soprano poi si mettono in fila lungo tutto l’arco del libro e si confessano per testimoniare la propria devozione alla vita. La poesia è l’ascolto della parola che dice la verità di questi personaggi della finzione per renderli veri e comprensibili. Trasformati in figure sulla scena e la scena ricondotta alla sua natura di progetto del mondo, il gioco d’ombre è perfettamente coincidente con i giochi tremendi, dolcissimi e deliranti della vita dove il sogno si presenta con i caratteri della realtà e la realtà non è altro che il trascolorare incerto e pallido-assorto della produzione onirica. Le parole si agitano nello spazio che il palcoscenico concede loro, i suoni (la musica classica non peregrina né scontatamente efficace cui si fa riferimento nel testo – Händel, Grieg, Schubert) si appoggiano alla tensione descrittiva che evocano per acquistare autonomia linguistica e densità espressiva, le coloriture e le policromie selvagge (Chagall come punto di riferimento essenziale per la sinfonia dei sensi prodotta dall’esplosione dei colori) si spingono ai confini della loro possibile letteralità. Il sipario sul quale vengono proiettate le ombre e i sogni è lo sfondo dell’intensità vitale che li rende veri e, nello stesso tempo, materia maneggevole di realizzazione di un progetto di ricomprensione generale dell’esistenza. Il poeta qui si duplica e si rimette in discussione come regista di ciò che non può controllare e che, nello stesso tempo, non è altro che la sua creazione personale. La poesia si trasforma in pratica demiurgica, si manifesta nella sua dimensione plastica dell’esistente, modella i corpi e i muscoli dei cavalli, dà senso alle azioni dei clown, crea i numeri del circo e dimostra il suo stupore di fronte alla Luna e alla volta del cielo. E’, nello stesso tempo, la sfera della stupefazione per gli infanti e l’oggetto di nostalgia dei più anziani.

 

«La scena. Memoria e tempo formarono la scena / dove imparo la parte mai imparata. / Sgambetto dal mio filo e il palco si fa scuro. / Di parole ho mente e bocca piena / e non mi serviranno per capire. / L’inchino è riservato a quel Supremo / che il sipario m’aprì per la Commedia. // Ci sono numeri immortali. Il cinquantacinque della Via Senese / il settantanove della Via Romana il ventuno delle Campora / il nove di Boulevard du Palais. Alcuni sconosciuti / i cui segreti resteranno. E i numeri delle case trentadue / centosessantasette detti e scritti ad indicare / un labirinto di storie tracce d’algebra / e l’uno che segue nella testa d’ognuno » (p. 23).

 

Il poeta, come si è visto, è il metteur en scène di un testo recitato in cielo e di cui non si riesce a capire il perché qui sulla Terra. La sua funzione è quella di chi ripeta ciò che ha imparato ma non riesce del tutto a capirne le ragioni profonde, intime perché queste non possono che essere misteriose come le ragioni della numinosità dei numeri (55, 79, 21, 9, 32, 177) che vengono elencati e tutti divisibili e trasformabili per e in qualcosa, scia luminosa e infallibile di entità matematiche che non vogliono rimanere isolate, senza relazioni con gli altri, come se fossero dei numeri primi.

La vita umana è incomprensibile nonostante le parole e i gesti che la scandiscono e cercano di circoscriverla senza riuscirci. Nessuno impara a viverla o a capirne i reconditi significati futuri o passati ma tutti, più o meno, in modo goffo o superlativo, sconnesso o raffinato, ci provano – anche i poeti. La virtù della scrittura è quella di saper modellare la malta grezza del gioire e del soffrire senza rinunciare a viverne e assaporarne la qualità, pur andando oltre di essi per provare a capire che cosa sono le emozioni che producono o dove portano. Scrivere poesia e recitare sono la stessa esperienza, per Liliana Ugolini – mettono in rapporto con qualcosa che non c’è e che pure produce effetti di rilevante candore: fanno vedere ciò che apparentemente non si può cogliere da soli.

 

«L’opera svela la psiche / la torbida verità multiforme / e il volto morente del cuscino / e una conchiglia. Il teatro / è la dimensione del colmo / e soffia indicibile. La morte / è marionetta metro di suoni / e il nastro di Möbius / l’urlo della risata» (p. 25).

 

E’ la spiegazione dell’evento questa, dunque, la possibile soluzione dell’enigma? La morte è come la striscia di Möbius che non ha né un diritto né un rovescio e presenta caratteri di infinita interpetrabilità e di applicazione senza termini definiti alla dimensione dello spazio. Infinitamente moltiplicabile, la morte si presenta con i caratteri di fissità della marionetta che costringe le sue prede a diventare. Il teatro dell’esistenza umana è, quindi, solo una preparazione all’avvento e all’evento della fine, di una raggelata coagulazione di istanti che non concede tregua ma solo brevi dilazioni nel corso della vita di ognuno, brevi attimi di pace, l’urlo liberatorio di una risata sola. Ma non è certo che sia così – non tutto è stato già detto, non tutto è stato già stabilito:

 

«Rovina nel corpo / la psiche di gomma. / Toccarla nel fondo di lingua / in maschera nera nell’opera / giornaliera dell’arte. Canovacci / già bianchi per improvvisi coerenti. / Il palco nasconde la buca del suggeritore / e il trucco è più giù / nell’incognita della scoperta» (p. 28).

 

Non si sa mai, infatti, dove andrà a parare la recita: chi la sostiene e la orienta non si rivela e il souffleur non può fare niente di diverso dal ripetersi senza sosta un mantra che vorrebbe lo consegnasse alla fine all’immortalità della voce. Il gioco non è mai fatto del tutto.

Il canovaccio dell’esistenza è sempre bianco – bisogna improvvisarne la stesura e solo dopo provare ad adattarlo alla natura della propria scelta di vita. Sulla scena non si può che tentare la sorte e cercare di capire se si è capito come funziona il gioco. Le situazioni che si incontrano nel corso di esso e che si susseguono vertiginosamente e che, alla fine, si prospettano sia come trappole mortali sia come occasioni fortunate (e spesso fortunose) sono incerte e trasognate – sono come la voce della Luna che parla senza dire e dice senza mostrarsi compiutamente.

E’ in questo scacco del teatro come metafora della vita che la poesia di Liliana Ugolini coglie il suo trionfo forse labile e transitorio, forse venato di pianto e di desiderio inesplorato, forse libero dalla necessità di spiegarsi le ragioni profonde del suo esserci ancora e ancora.

 

 

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

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