QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.75: L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, “Eternità delle rovine”

L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, Eternità delle rovine, con un’ Introduzione di Gualtiero De Santi, Borgomanero (NO), Giuliano Ladolfi Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*


Eternità delle rovine è un libro malinconico e desolato ma non disperato. Già nella nozione stessa di eternità si dà spazio a un’illusione attiva e non rinunciataria – quella della possibilità sempre presente che ciò che perisce e transita in modo apparentemente irreversibile sia destinato a durare anche se in un’altra dimensione (un’altra vita forse). Inoltre è pur sempre  l’eternità (e quindi la sua non numerabile durata) a essere in primo piano rispetto alla pesante fragilità delle rovine.

Come recita la poesia che dà il titolo alla raccolta:

 

«Non c’è più rumore. / Uomini qui risero e piansero / bambini nacquero e giocarono / si guardarono attorno sorridenti / senza sospetti / pieni di fiducia / ragazze in fiore / illuminarono lo spazio. // Come lontano / l’urlo del cacciatore antico / che uccise il primo cervo / il grido che scosse la foresta / smorzò il brusio della natura. //  Niente più. / Solo il vento resta / i profili delle colline / l’orizzonte / il cielo aperto / gli alberi immoti. // Creature e cose / s’inoltrarono impotenti / nel silenzio. // Silenzio / sacro velo che occulti / le orme perdute della vita. // Oh l’eternità delle rovine !» (pp. 14-15).

E’ inevitabile che scatti il ricordo del Vo comparando: e mi sovvien l’ eterno, / e  le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei dell’Infinito leopardiano – eppure pur quanto diversa e più trasognata da quella è la descrizione del silenzio sacrale che si può ritrovare nei versi di Ricchi.

L’idea della scomparsa totale del ricordo si impone sulla potenza vitale del passato che si è spento. L’esistenza umana con la sua ferocia avita  e la sua bellezza superba non c’è più e di essa vi è scarsa e poco rimarchevole traccia  (il vento, il profilo delle colline, gli alberi immoti e apparentemente senza vita alcuna appartengono a una natura disanimata e disumanata). Eppure un tempo quegli stessi luoghi erano stati popolati da una fitta schiera di esseri umani che lasciarono il segno della loro prepotente presente: si amarono e si riprodussero, uccisero gli animali che gli servivano per nutrirsi e sopravvivere, si resero parte dirigente di un disegno che sembrava avere allora un senso. Ora, invece, sembra non averlo più o averlo quasi del tutto perso. La domanda più lecita è allora: perché? Cosa è accaduto che ha mutato radicalmente il profilo della vita associata e della natura in cui essa si svolge irripetibile e sempre uguale nello stesso tempo?

 

«Potessero i luoghi / avere voce / dire la vera storia / del cammino / dei mutamenti / delle gioie e dei pianti / oh i luoghi / i luoghi e i tempi / roghi della storia / e i suoni che attraversarono i secoli / le grida / gli entusiasmi / le paure / oh / i luoghi / orme antiche dell’eternità» (p. 18).

 

Il passaggio attraverso il tempo è terminato: i luoghi della Storia (e delle più piccole storie umane) sono muti e inerti di fronte alla fine dell’esperienza dei secoli. Ciò che è stato sembra essere stato cancellato e poi sprofondato nell’abisso di un oblio definitivo. Invece a quei luoghi oggi silenziosi occorrerebbe – sembra sostenere Ricchi – dar vita di nuovo attraverso una strategia sensibile del ricordo che gli ridia la voce non più emessa. La Storia rappresenta il momento delle maggiori atrocità umane ed è  il luogo in cui risuonano le sue grida di terrore e di morte, eppure parla e invoca, nello stesso tempo, la resistenza della vita come estremo baluardo alla damnatio dell’oblio assoluto. Ad essa, dunque, bisognerebbe ridare voce. E’ questo il compito della poesia oggi – rivela Ricchi mentre cerca di dare fiato al ricordo attraverso le parole evocatrici della sua lirica attonita e pensosa.

I “luoghi” – nell’accezione della poesia di Ricchi – sono ciò che rimane oggi dell’umanità e che costituisce, per questo motivo, l’unica sua possibile promessa di eternità: in essi la Storia ha inciso la propria orma e l’ha resa capace di parlare a chi la guarda con sguardo capace di commuoversi e di sognare. Ciò che trascorre e che infinitamente muta non è riconoscibile, infatti, se non attraverso la memoria la quale è il dono – da sempre – di una poesia capace di imporsi come tale.

Scrive Gualtiero De Santi nella sua Introduzione alla raccolta lirica di Ricchi:

 

«Il mondo non viene insomma rinnegato, bensì amato francescanamente (e betocchianamente) per quella sua “modestia di nascere e svanire”, che è l’uguale delle umane esistenze. La sua perfetta armonia, gli splendori che ne discendono, delineandosi nei riflessi dell’assoluto, mettono in campo un fraseggio del legato che fonde armonie e disarmonie, preghiere ed esortazioni, gli empiti del corpo e il sorriso dell’Essere. Questo fraseggio suppone, come abbiamo detto, i soprassalti dell’eccitazione, tutto un fervere di “gridi” (quasi al modo pascoliano) ma anche un tessuto sottile di fruscii, respiri, crepitii, sussurri che tendono alla Bellezza e che ricercano un sorriso divino. La solitudine rassegnata dell’esilio si fa insomma sempre percorso vitale alla volta del Mistero e dell’Essere» (p. 8).

 

C’è certamente una vocazione metafisica, allora, nella poesia di Ricchi, una ricerca che lo porta a privilegiare quei sussulti e quei sussurri che alimentano la  liricità di un dettato che si propone di esplorare la tensione verso il Divino che proviene da una terra ormai abbandonata dall’armonia propiziatoria del Sacro. Ma c’è anche – altrettanto sicuramente – un anelito verso la creaturalità forse perduta ma ancora vigente nei soprassalti memoriali delle rovine, intese come resti e sopravvivenze del passato in attesa di un loro possibile riscatto, di un loro possibile recupero che si attui attraverso lo strumento privilegiato della ricognizione poetica:

 

«Sempre più vicina / la voce delle cose / mormorio arcano / che accarezza la memoria / ci perderai! sussurrano / e subito mille volti e immagini parole / così lontane Dio così lontane! / il loro tempo passò / il nostro tempo sta passando / sì una carezza alle cose ai volti / dare memoria / all’arcano cammino della morte. // Quanta tenerezza / in questo scomparire» (p. 63).

 

C’è speranza ancora per gli uomini – la fine della Storia non è ancora arrivata. Sarà possibile ancora “tentare di vivere” (come propone Paul Valéry nel suo Cimitero marino) e sarà ancora probabile continuare a cercare una via di salvezza nonostante la morte incombente del pianeta attesa, errore dopo errore, come una punizione dovuta. Anche se le vittime della Storia continuano a morire e il Tempo prosegue inarrestabile la sua marcia trionfale, anche se la morte sembra essere l’approdo invece della vita come prima istanza del pensiero, non è ancora il momento di dire basta e rassegnarsi all’ultimo declino, alla necessità del tramonto:

 

«Hegel no / non è ancora finita la storia / troppo sangue scorre dappertutto / troppa sofferenza // neppure Cristo è morto / caro Nietzsche / troppe crocifissioni / ancora  / tutti i giorni» (p. 79).

 

L’approdo di Ricchi, dunque, è  religioso ma il suo anelito alla vita è troppo forte perché si attenui e venga assorbita in un puro e semplice desiderio dell’al di là futuro e incomprensibile (cui pure, a p. 52, è dedicata una poesia assai problematica proprio per la mancanza di voluptas dolendi ma una rigorosa forma di ricerca di verità pur nell’accettazione necessaria del destino comune a tutti gli uomini). Tra consapevolezza delle “rovine” e del loro paesaggio irrevocabile e l’aspirazione a una Risposta che gli permetta di andare al di là di esse verso un altro passaggio altrettanto epocale, il percorso poetioco di Ricchi si accende e si consuma come un fuoco che arde e non si spegne, esperienza luminosa e profonda che fa da sentinella all’avvento atteso e insieme temuto.

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

 

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