STORIA CONTEMPORANEA n.79: Il mistero dell’organo di Melegnano. Gabriele Prinelli, “La mano dell’organista. Melegnano 1817”

Il mistero dell’organo di Melegnano. Gabriele Prinelli, La mano dell’organista. Melegnano 1817, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2009

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di Giuseppe Panella*

 

La scena è a Melegnano, in provincia di Milano, in epoca postnapoleonica. Gaspare, un giovane artigiano specializzato nella riparazione di organi antichi trova nelle canne di quello della chiesa del paese che sta per sostituire con uno nuovo delle ossa appartenenti a una mano umana (in principio aveva pensato che fossero quelle di un piccione che vi era finito per caso e vi era morto). Dopo aver consultato il medico Federico detto il “Malsano” (per il suo aspetto fisico non dei migliori), la sua ipotesi viene confortata dalla diagnosi anatomica di quest’ultimo. Ma come erano finite quelle ossa in un luogo dove nulla avrebbero avuto a che farci? Per tutto il romanzo, Gaspare cerca la risposta a questa domanda che, alla fine, si trasformerà in una storia tra il macabro e il fiabesco, di quelle che, una volta, si raccontavano davanti al fuoco nelle lunghe e implacabili sere invernali.

L’organo della chiesa di Melegnano e la sua sostituzione  sono al centro di tutta la vicenda:

 

«C’erano voluti due anni per arrivare a quel momento. La trattativa per la costruzione del nuovo organo era cominciata ventiquattro mesi prima, ma era stata avversata da numerose vicissitudini. In principio pareva mancasse la copertura finanziaria e la Regia Imperial Reggenza, organo preposto al controllo dei bilanci, ne aveva respinto il progetto. Troppo oneroso. Poi si procedette per vie traverse; un finto progetto ridotto nelle spese, qualche spintarella nelle alte sfere, suppliche, una promessa di sottoscrizione popolare… e l’autorizzazione arrivò (non era ancora Italia ma il Lombardo Veneto già era maestro in queste cose); si ammalò il costruttore, morì il vecchio, subentrò il figlio, si superarono quid pro quo derivati da un uso difficoltoso della lingua scritta e, finalmente, si arrivò al momento sospirato. L’organo in disuso era un po’ sfiatato, qualche registro faceva cilecca ogni tanto, i tasti erano deformati dall’uso, ma nel complesso il suo dovere lo faceva con la dignità di un vecchio provato dagli anni, ma generoso nei risultati. Un giorno del 1815 all’improvviso morì. Segni che questo potesse accadere ce ne erano stati, ma quando accadde trovò tutti impreparati» (pp. 31-32).

 

Quelli che fanno muovere la storia, tuttavia, sono gli stereotipi-personaggi che appartengono alla tradizione e che si trovano in ognuna di questo tipo di storie che si rispetti. Il punto di partenza della vicenda è costituito da una grande processione, con tutti i santi e la Madonna schierati, officiata perché arriva la pioggia tanto attesa. Dopo le preghiere e le invocazioni dei fedeli, il temporale scoppia inatteso e furibondo. Ma che cosa sarà successo dopo? Il prete del paese, un buonuomo che indulge al buon vino ed è tenuto sotto il controllo di una perpetua di ferro che ne vincola ogni mossa racconta la parte della storia più legata al culto e alla religiosità popolare ma è costretto a smettere pungolato dalla sua perpetua di ferro. L’oste proprietario dell’”Osteria delle tre T” (Tano, El Turc e soprattutto il Tirchio) rievocando le vicende seguite alla processione esplode in un urlo disumano di odio nei confronti di una sua cliente mite e mangiona, Donna Lucia, che si è dileguata quella notte senza pagare il conto di mesi e mesi. Il trattore, un siciliano trasferitosi a Melegnano da molti anni e che nella parlata ricorda un po’ troppo i personaggi dei romanzi di Camilleri, non va molto oltre nel suo racconto. Enrico Pianelli detto il Marchese, capo-carceriere del Castello della cittadino, si ferma anche lui all’evasione di quattro galeotti (Malaffare, Coltello facile, Serramanico e Manomozza) dei quali solo l’ultimo non verrà ritrovato. Un eccentrico che si diletta di chimica e si spaccia per il Mago Merlino conclude il ciclo raccontando di quando al crocicchio appena fuori del paese si erano incontrati l’evaso di notte Manomozza, donna Lucia e uno sconosciuto che poi finirà sotto una carrozza che aveva perso il controllo per via del temporale e sarà trovato morto  ma mai identificato. Che cosa era successo veramente? Gaspare lo scoprirà per amore della bellissima Cecilia, figlia di due bruttissimi genitori, Angiul il sacrista, magro e stralunato tanto da sembrare un’apparizione spaventosa e Maria detta La Penitente per il suo volto triste ma che, in realtà, assomiglia a un elefante in forma di femmina, della quale si è perdutamente innamorato essendone riamato (come succede sempre nelle favole).

Alla fine, proprio grazie alla narrazione di quella notte di tregenda, riuscirà a strappare ai genitori di lei la promessa della mano della figlia. Dopo aver scoperto le malefatte di Angiul che si era (moderatamente) arricchito grazie alle vicende su cui Gaspare aveva fatto luce e soprattutto in virtù della mano mozza di donna Lucia, uccisa dallo sconosciuto che l’aveva  privata di una mano paffuta e fiorita di anelli che non si staccavano troppo agevolmente dalle sue dita troppo grasse e di cui  il sacrista si era impadronito, il permesso per la celebrazione delle nozze non poteva che essere spontaneo, se non necessario.

In buona sostanza, La mano dell’organista è una favola un po’ orripilante nei contenuti e con un lieto fine che chiude la storia – un racconto popolare che cerca di dimostrare come fosse bello il “buon tempo antico” e quanto oggi tutto di quel mondo sia cambiato ma certamente in peggio.

 

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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