STORIA CONTEMPORANEA n.80: Romanzo di formazione. Paola Ronco, “Corpi estranei”

Romanzo di formazione. Paola Ronco, Corpi estranei, Bologna, PerdisaPop, 2009

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di Giuseppe Panella*

Corpi estranei di Paola Ronco è un romanzo di formazione – certo molto diverso da quelli che hanno scritto Joseph Conrad, Thomas Mann o James Joyce ma con una costruzione narrativa e una linearità di scrittura che la conduce alle stesse conclusioni. Come accade in ogni Bildungsroman che si rispetti, è necessario che alla fine di una determinata serie di eventi si giunga a un punto di svolta: o si finisce (in qualsiasi modo, non solo con la morte) o si cambia e si passa su un altro piano. E’ proprio quello che accade in questa opera prima pubblicata della Ronco. Tre personaggi – Mauro Cabras, un poliziotto parzialmente invalidato al servizio attivo e trasferito nell’archivio del commissariato, Silvia, un’addetta stampa precaria con un contratto a progetto che lavora in un’agenzia che si occupa di pubbliche relazioni, Alessia, una studentessa di Filosofia che si arrabatta con lavoretti saltuari – risultano legati dal filo insanguinato di una morte avvenuta durante una grande manifestazione politica a Torino.

Cabras, poliziotto modello, ha ucciso un manifestante, Antonio, che lo aveva assalito (o riteneva che lo avesse fatto) durante uno scontro piuttosto violento – colpito a sprangate ha reagito uccidendo chi lo aveva assalito. Processato per omicidio, era stato assolto senza grandi problemi ma la ferita invalidante e lo sconvolgimento psichico che ne era seguito aveva imposto la sua assegnazione a compiti sedentari e consigliato una psicoterapia d’appoggio. I suoi colleghi si dimostrano molto solidali con lui ma lo osservano spesso con l’attenzione vigile e preoccupata di chi si trova a contatto con qualcuno strano o malato di mente. Intanto nella città imperversa una banda di “giustizieri” (un po’ come in un film con Clint Eastwood giovane o un “poliziottesco” italiano d’antan) uccide un po’ a casaccio drogati, barboni e, alla fine, un marocchino indiziato di spaccio di droga, utilizzando delle armi “speciali” che destano perplessità nelle stesse forze dell’ordine. Uno dei colleghi di Cabras, l’atletico e ben introdotto Luciano Mongardi, è il compagno di Silvia con la quale è stata presa la decisione di prendere una casa “definitiva” in cui vivere e magari sposarsi. La donna, però, è in crisi anche perché continua a intrattenere una relazione clandestina con Umberto (sempre citato come il suo capo), sposato e poco affidabile. Infine, soffre di nausee continue che sono la spia di una gravidanza indesiderata. Nonostante partecipi e collabori al trasloco nella nuova casa, Silvia non sembra avere molte intenzioni di continuare il rapporto con Luciano. La sua stessa situazione lavorativa, inoltre, è incerta (il contratto a progetto è in scadenza di là a due mesi) e la direttrice dell’agenzia, Fulvia, sembra sul punto di sbarazzarsi di lei alla fine del periodo di lavoro. Per questo motivo, ha già assunto una stagista nuova che dovrebbe (forse) prenderne il posto. Ma la ragazza non si trova a suo agio nel suo nuovo posto di lavoro e, dopo una lunga e spaventosa reprimenda da parte della direttrice dell’agenzia, decide di non presentarsi più all’agenzia. Alessia, studentessa che nel corso del romanzo sosterrà con un esito intermedio l’esame di Filosofia morale con un professore democratico ma non fino in fondo (per l’esame fa leggere Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte di Marx ma poi ostenta un comportamento un po’ troppo paternalistico con i suoi studenti) è stata la fidanzata di Antonio, il ragazzo ucciso da Cabras durante la manifestazione di due anni prima. Adesso vive con Silvestro, un fidanzato buono e comprensivo con lei e che lavora in una discoteca. Per partecipare alle spese dell’appartamento in cui convivono con un terzo ragazzo, Aldo, attraversato spesso e volentieri da sussulti e fremiti rivoluzionari infuocati e sterili, Alessia accetta un lavoro di prova come barista in un locale molto lontano da casa sua, in zona Mirafiori. Qui viene a consumare la sua pausa pranzo proprio Mauro Cabras che lei riconosce con stupore e un po’ di preoccupazione. Lo stesso accade al poliziotto che si proverà, tuttavia, a dialogare con lei. Questo incontro (una vera e propria agnizione come nella tragedia greca o shakesperiana) fa scattare delle molle segrete in entrambi i protagonisti del romanzo. Cabras cercherà aiuto dal suo psicoanalista, il dottor Fulvio Orti, al quale confiderà i propri dubbi sulla dinamica dello scontro in cui ha perso l’uso di una gamba e di cui si è assunto l’intera responsabilità; Alessia ritroverà la voglia di lottare (parteciperà dopo due anni a una manifestazione contro il Centro di permanenza temporanea per gli extracomunitaria di Torino, in corso Brunelleschi) e progetterà una nuova vita a Parigi, nella speranza di una nuova vita felice con Silvestro (l’ultima chance che gli rimane come è l’ultimo santo del calendario a chiudere l’anno…).

Cabras, invece, dopo essersi rivolto al suo psicoterapeuta che lo ha esortato a non leggere i siti di controinformazione in cui si parlava dei fatti di cui era stato protagonista, rinuncia a prendere i farmaci di contenzione che gli sono stati prescritti e si tuffa nella lettura di tutte le versioni alternative della morte della sua vittima. Constata, a questo punto, una coincidenza troppo forte tra le rilevazioni dei fori di pallottola nel corpo di colui che lui avrebbe ucciso e in quello del marocchino “giustiziato” di recente. Arriva in questo modo a una parziale verità e ne chiede conferma al suo analista. Ma il dottore non risponde al telefono; recatosi a casa sua, il poliziotto apprende che si è ucciso gettandosi da un balcone del suo appartamento. La notizia lo sconvolge ma quando Mongardi si reca da lui per portarlo a bere una birra da qualche parte “per parlare” in pace di quanto è accaduto, non si rifiuta però di vederlo. Non vuole però salire in automobile con lui e decide di prendere la propria. Il prodotto, però, non cambia – perso il controllo dei freni della sua vettura (sabotati precedentemente – ma questo non viene detto nel romanzo), Cabras si schianterà contro un albero dopo una folle corsa su per la collina di Superga.

Silvia abortirà quello stesso lunedì, affrettando l’intervento, ancora turbata dalla consapevolezza raggiunta di non amare l’uomo con il quale dovrebbe trascorrere il resto della sua vita.

Corpi estranei racconta, dunque, di questi destini che si incrociano come in un film hollywoodiano o in un romanzo d’appendice piuttosto improbabile. Eppure – in questo romanzo gli incontri e gli scontri sembrano essere programmati da un deus ex-machina che vuole che si arrivi alla verità.

 

«”E questa roba? Che cos’è, Mauro?”. “Niente, lascia stare”, cerca di riprendersi i fogli, ma non si muove abbastanza veloce. Mongardi volta una pagina, mette su un’espressione compunta che lo rende ancora più insopportabile. “Mauro Cabras ha sparato per uccidere, mirando alla testa con determinazione precisa”, legge, scuote la testa. “Ma che è questo schifo?”. “Lascia stare”. “E qui? Beh, ma qui siamo nella fantascienza. Il fantomatico manifestante vestito di nero ha avuto il tempo di scagliarsi contro Cabras con una spranga, di ferirlo seriamente e di allontanarsi poi con calma, come si vede dalle fotografie; tutto questo nonostante intorno al poliziotto ci fosse un cordone di colleghi in tenuta antisommossa. Sarebbe stato facile fermarlo; perché non lo hanno fatto? La risposta può essere una sola, e cioè che anche il misterioso aggressore, così come l’omicida Cabras, fosse un servo dello stato.  Ma per favore”, scoppia a ridere, stropiccia il foglio. Vorrebbe dirgli che è quello che è successo davvero, comunque. Vorrebbe dirgli che l’ha visto, e se lo ricorda bene, fermo e immobile mentre partiva l’attacco. Mongardi, e l’intera squadra dei loro colleghi. E poi dopo. Dopo lo sparo. Quando si sono mossi tutti insieme, tranne Cabras e un morto sull’asfalto» (pp. 144-145).

 

E’ cominciato tutto allora: destini di morte e percorsi di vita che si intrecciano per un atto criminale commesso da chi dovrebbe difendere lo Stato e i suoi cittadini e che non possono trovare uno sbocco se non in una scelta definitiva, finale, radicale, totale. Scegliendo l’aborto o programmando la propria partenza da Torino, le due donne protagoniste del romanzo scelgono paradossalmente di continuare a vivere (Silvia non sarà costretta a sposare Mongardi che non ama più e romperà anche drasticamente con il suo amante sposato; Alessia tenterà una strada diversa dall’ormai consolidato circuito tra lavori occasionali, esami sostenuti tanto per fare, una vita fatta di tante rabbie scaricate a vuoto). Cabras finirà, invece, vittima di quella ragion di Stato che non aveva saputo riconoscere prima perché ottenebrato dal senso di colpa per l’omicidio che credeva di aver commesso e dalla necessità di eseguire sempre e comunque i compiti assegnatigli. I tre protagonisti del romanzo sono “corpi estranei” gli uni agli altri e anche a se stessi – incapaci di riconoscere le ragioni profonde che li spingono a vivere e a condurre un’esistenza priva di un significato reale, angosciati dal tempo che passa, desiderosi di una svolta che li conduca a una vita migliore ma in difficoltà al momento di imboccarla anche perché

 

«Le libertà non vengono date, si prendono» – come chiosa Pëtr Alekseevič Kropotkin, uno dei grandi padri del pensiero anarchico, nell’epigrafe alla terza parte del romanzo.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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