STORIA CONTEMPORANEA n.82: “The Stalking Place”. Leonardo Bonetti, “Racconto d’inverno”

The Stalking Place. Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno, Genova-Milano, Marietti 1820, 20092

______________________________

di Giuseppe Panella*

Primo di una tetralogia già in corso (nel 2010 è, infatti, uscito il Racconto di primavera sempre presso Marietti 1820), Racconto d’inverno è un romanzo disperato pieno di speranze. Redatto da un morto che sa di “essere ancora vivo” dato che è rimasto in vita per raccontare la propria morte, l’opera prima di Bonetti è il resoconto, lucido e allucinato, del sogno ad occhi aperti di un protagonista che non vorrebbe accettare l’idea di non poter più vivere eppure continua a farlo. La sua non vita è la chiave di volta dell’intero libro. In esso, la vita e la morte si intrecciano e si susseguono senza soluzione di continuità. Uno “sbandato” di cui non viene detto il nome o la provenienza e di cui non viene rivelato il passato arriva a una grande casa che si erge in un bosco in prossimità delle montagne che difendono il confine del paese in guerra:

«A vederlo ora, infatti, di fianco e con le sue mura remote, l’edificio aveva assunto la realtà di un carcere violentato nella sua compattezza. Dico così perché ciò che credevo o pensavo venne a mutare improvvisamente, o meglio la casa stessa assunse l’aspetto di qualcos’altro, di qualcos’altro da ciò che credevo o pensavo; da quel nuovo punto di vista, voglio dire, ciò che appariva come vuoto e cieco si animò senza farsi annunciare, lasciandomi del tutto sorpreso. Non si trattava di paura, nemmeno di turbamento: solo ebbi l’impressione che i muri segnati dalle granate e le finestre dai bordi smangiati vivessero di una loro perfezione, rispondessero a una propria necessità come a un rito perfetto. E mi venne da ridere. Insomma, un riso sommesso accompagnato da un soffio leggero e un po’ stupido. Non sapevo perché. Quasi avessi bisogno di difendermi in qualche modo da ciò che non mi aspettavo ma che, ora che ne avevo percezione, mi sembrava di aver sempre saputo. Ragione di più, e con più ostinazione, per difendersene. In quel punto l’oscillazione di una luce mi percorse sulla destra; fu un luccichio lento e impercettibile seguito da un movimento di ombre; una lucentezza. Dopo un attimo capii meglio di cosa si trattava. Sul retro della casa qualcuno si era mosso con un lume e stava avvicinandosi all’angolo della facciata posteriore, probabilmente per venire a controllare da dove venissero i rumori di cui ero unico responsabile. Appena passato l’angolo sarebbe stato visibile e, lo ammetto, restai senza respiro a lungo» (p. 14).

 

I debiti di questa situazione nei confronti del Racconto d’autunno del 1947 di Tommaso Landolfi sono largamente riconosciuti dall’autore del romanzo soprattutto con una delle due epigrafi che aprono il libro. Ma forse essi vanno molto al di là della situazione che costituisce il perimetro culturale della narrazione e si costituiscono come un vero e proprio calco esistenziale e umano.

Lo sbandato trova all’interno della casa misteriosa che si rivelerà successivamente un autentico labirinto un uomo con l’andatura “leggermente reclinata in avanti” e un “volto da bambino” che lo nutre e lo alloggia e poi si offre di fargli da guida spingendolo, tuttavia, ad ammettere i propri limiti per riuscire, in questo modo, a raggiungere una possibile salvezza. Attraversare i sentieri che portano al di là delle montagne che si trovano alle spalle dell’edificio per trovare scampo in una nazione libera in cui non ci si troverebbe più nella situazione di guerra per bande che affligge il paese in cui vive il protagonista non è affatto facile soprattutto per la mancanza di una strada transitabile. Occorre arrampicarsi e superare notevoli difficoltà ambientali tra cui le rocce aspre e spesso insidiose, il terreno scivoloso, la neve fitta, il freddo pungente per il quale non bastano le difese precarie offerte da vestiti e scarponi logori e ormai sdruciti. Inoltre, in un attraversamento particolarmente aspro di una cengia, il protagonista cade e si fa male al braccio sinistro – questo incidente con il dolore che gli ha provocato ne appesantirà la pratica motoria necessaria a superare gli ostacoli montuosi. Affaticato e dolorante, l’uomo non riesce a compiere fino alla fine il percorso necessario a mettersi in salvo. Dopo essere sfuggiti al rastrellamento di una banda di soldati che agiscono però senza ordini e disciplina militare, decidono di tornare indietro. Qui al protagonista del romanzo si palesa la presenza di una donna, la sorella scomparsa da tempo della sua guida, che, invece, gli sembra aleggiare nella casa. Inoltre, il ritrovamento (certo non casuale) di una lettera della ragazza indirizzata a un suo misterioso “amore” spinge lo “sbandato” a compiere un’esplorazione dei sotterranei della casa. Qui egli si troverà in una dimensione del tutto altra rispetto ai piani superiori. I pavimenti allagati, le cantine umide e muffose dove si ritrovano pezzi di oggetti in frantumi ricoperti di alghe, le porte che si aprono su altri ambienti di cui non si riesce a capire la necessità e la natura fanno pensare all’altro grande punto di riferimento del romanzo di Sonetti – il film Stalker di Andrej Arsen’evič Tarkovskij del 1979 ispirato al romanzo, Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugatski e ormai divenuto un classico della cinematografia mondiale.

 

«Gli scantinati di quella casa giacevano invasi dall’acqua lasciando a tratti intravedere il fondo, a tratti grandi zone scure che parevano sprofondare improvvisamente. Scalini che dovevano dare l’accesso sulla destra a un ambiente non molto ribassato e che scorreva in una specie di ampio corridoio con, ai lati, aperture di celle da cui si potevano intuire profili giganteschi, oblunghi, forse resti di enormi botti di legno nero. Sulla sinistra, invece, una scala ripida che affondava velocemente nel buio più completo. Quello che mi attirò letteralmente a sé, però, fu il passaggio centrale attraverso il quale mi incamminai e che conduceva a una porticina semiaperta da cui proveniva un debole chiarore. Dovetti scendere qualche gradino trovandomi immerso fin sopra le ginocchia in un’acqua melmosa e maleodorante con il freddo che mi entrava nelle ossa. Sotto era così scivoloso che dovetti essere molto cauto per evitare di procurarmi una storta. Mentre avanzavo, intanto, non smettevo di pensare con ribrezzo a tutte le odiose creature che avrei calpestato in quella stagnazione snervante. Risalii uscendo dalla densità di quella vasca, quindi mi affacciai all’interno spingendo la piccola porta che avevo di fronte: un macabro cunicolo dalla volta a botte, curvo nella semioscurità, con luci radenti che provenivano dalle diramazioni laterali, piene d’ombre, mentre dall’alto le infiltrazioni d’acqua bagnavano pareti maculate, infestate di alghe. La putrefazione nutriva  ogni centimetro, ogni sporgenza, tanto che il fetore ristoppiò fuori dalla porta appena fui entrato. All’interno, assurdamente, oscillavano le mosche, in nugoli, mentre da lontano un rumore sembrava violentare lo spazio come un respiro avvampato, sbuffante e sinistro» (pp. 102-103).

 

Anche l’esplorazione delle cantine non produrrà alcun risultato concreto. L’uomo, tuttavia, si convincerà della presenza  costante della ragazza e riterrà sicura la volontà omicida della sua “guida-bambino” che non sopporta più la sua presenza nella casa. Riterrà, infatti, provato l’uso ai suoi danni di droghe allucinatorie come l’elleboro (anche se esso gli risulta utilizzabile anche in funzione terapeutica nei confronti della follia – ciò che la tradizione antica attribuisce al pastore Melampo che guarì con esso le figlie del re di Argo afflitte da un grave squilibrio della mente ad opera di Dioniso). L’elleboro nero sarebbe stato infuso dal giovane e mescolato al vino bevuto nei pasti per fiaccare la resistenza dell’uomo e impedirgli di continuare l’esplorazione della casa. Nonostante questa consapevolezza, il viaggio all’interno dell’edificio continua e lo “sbandato” scopre una rete di corridoi e di stanze scavate all’interno delle mura dell’edificio che li ospita. In questo viaggio di esplorazione, infine, matura la consapevolezza dell’esistenza “reale” della donna misteriosa che gli si è palesata attraverso le lettere opportunamente ritrovate nella sua stanza (ed evidentemente messe là dal fratello. Alla fine, la ragazza compare, addormentata, nel letto a baldacchino che è da sempre nella stanza  da lei occupata nella casa. L’uomo si congiunge con lei, con disperazione e “febbre assoluta”. Dopo la sua scomparsa momentanea e il suo ritrovamento come cadavere crivellato di colpi di pugnale nello stesso letto in cui i due amanti avevano fatto l’amore (forse anche se questo non è certo sicuro), l’uomo si convince di essere pazzo e fugge. I colpi di mitra della squadraccia militare che transitava presso il confine fermeranno la sua corsa. Eppure l’Io narrante è consapevole di non essere morto ma di essere rimasto a non-vivere in quei luoghi dove ha conosciuto l’amore. Romanzo terribile tenero allo stesso tempo, Racconto d’inverno oscilla tra la prospettiva allucinata di un sogno frutto dell’immersione nei “paradisi artificiali” dell’ebbrezza da droga e il conte morale sui limiti della natura umana e la sua impossibile contrapposizione al Male. In esso, allora, la verità e l’illusione si fronteggiano e si intrecciano senza distinzioni di sorta anche se, alla fine, la scelta tra la Vita e la Morte si risolve in un’ennesima illusione senza spiegazione sicura:

 

«Nuovo, sono nato a ciò che ero, finiti gli affanni della volontà, dimesse le presunzioni della conoscenza. Sento dentro il respiro della terra e non so cosa sia un torrente o un albero se non un braccio o una vena dei miei sensi. Né so cosa sia la vita; la guardo da quaggiù, da questo interregno senza nome che chiamo non vita. E’ il luogo migliore da cui poter raccontare la mia storia solo per far sapere che un giorno ho cessato d’esistere» (p. 204).

 

 

_____________________________

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]
_____________________________
* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

Annunci