Giovanni Nebuloni, “Dio a perdere”

Giovanni Nebuloni, Dio a perdere, Prospettive editrice, 2010, pp.242, € 12,00

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di Francesco Sasso

Leggo dalla quarta di copertina di Dio a perdere che Giovanni Nebuloni vive e lavora a Milano, traduttore da varie lingue ed è al suo quarto romanzo. In vero, la quarta di copertina dice altro che, ad una prima lettura, mi pare eccessivo. Le forme paratestuali, come ci insegna Genette, hanno una loro funzione, giacché prolungano il testo, per presentarlo al mondo e facilitare la sua ricezione. Certo, leggere che il romanzo di Nebuloni:

«insegna lo stile agli americani delle storie d’azione e col quale ogni autore degno di questo nome deve fare i conti. Si vorrebbe che [il romanzo, N.d.R] non finisse mai e si pone indiscutibilmente come pietra miliare nella letteratura italiana. È un faro per le generazioni future e mette necessariamente in discussione anche tutte le opere – quelle vere – precedenti».

Ora, non so chi abbia scritto questa nota in quarta di copertina, ma chiunque sia dovrebbe sapere che il paratesto è una soglia, parafrasando il saggio di Genette, una zona di transazione tra il testo e i suoi lettori. Mai soglia fu così poco invitante per me.

Ma prima di tornare sui miei passi e abbandonare il libro, decido di entrare in un’altra zona limite, la prefazione, il cui compito è di far meglio accogliere il testo e di sviluppare una lettura più pertinente. E qui, dopo una lunga filippica sulla mancanza di originalità di trama e stile, di mancanza di respiro internazionale, del “vuoto” ecc. del novantanove percento della letteratura contemporanea italiana, Michele Guendalini, il prefatore, ci fa intendere che lo scrittore Giovanni Nebuloni è il più grande romanziere italiano.

Ma cos’è successo con questo Dio a perdere? Annuso l’aria, come una bestiola da biblioteca e decido di tacitare il mio istinto che vorrebbe lanciare il libro fuori della finestra, dove peraltro imperversa un temporale estivo.

Ho letto il romanzo Dio a perdere e dico subito che vale la pena di certo, ma non siamo di fronte alla «pietra miliare nella letteratura italiana», come recita la quarta di copertina, né dinnanzi al più grande romanziere italiano, come insinua Michele Guendalini.

Dio a perdere è la storia di un professore universitario italiano di origine araba, nonché agente segreto per conto dell’Aisi (Agenzia italiana per le Informazioni e la Sicurezza Interna). Egli e sorvegliato dall’amico e collega Bonera e dalla Cia perché sospettato di essere un doppiogiochista, in pratica di essere al soldo dei servizi segreti arabi. Un giorno il professore-spia Calefi è rapito da una squadra di amazzone mussulmane e sostituito con un sosia. Le mussulmane, che si presentano come Jann, ossia entità soprannaturali e intermedie fra angeli ed esseri umani, informano il professore che egli potrebbe essere il Tredicesimo Iman, il tanto atteso Iman degli Iman per la comunità sciita. Il loro compito è proteggerlo dalla Cia e dai servizi segreti italiani.

Tuttavia, da lì a poco, il sosia di Calefi muore per cause naturali durante una escursione sul Pizzo Alto in Valsassina. Mentre il sostituto del professore va a spasso in montagna, un terremoto apre una crepa sul terreno ed egli scopre una caverna da cui sprigiona un batterio esiziale, plasmodi, che uccide in pochi secondi il nostro sosia.

Sul posto si precipita l’altro protagonista della storia, l’agente segreto Bonera. Dopo accurate analisi di laboratorio sulle cause della morte del pseudo professore, l’agente italiano decide di perlustrare la caverna e scopre che le pareti sono ricoperte di pitture realizzate da uomini dell’età della pietra. E qui entrano in scena due nuovi personaggi: Massimo Aliprandi, ufficiale dei Nocs, e Valeria Capanna, archeologa della Soprintendenza alle Belle Arti.

I tre protagonisti sono coinvolti in una serie di avventure all’interno di caverne e cunicoli sotterranei alla scoperta di una civiltà sconosciuta di 8.000 anni fa, mentre la Cia osserva l’evolversi degli eventi, pronta ad intervenire per recuperare qualche campione del batterio da studiare e poi utilizzare come potenziale arma batteriologica. Tuttavia, non solo la Cia spia i nostri protagonisti, anche le amazzoni sono pronte ad intervenire. E qui mi fermo per non svelare troppo della trama.

Quand’ebbi chiuso Dio a perdere, mi dissi: La materia del libro è di prima mano, la trama del romanzo è originale, la scrittura è scorrevole e nessuna parola richiama attenzione su di sé, quello che lo scrittore dice ha una vera solidità, ma insomma non arriva mai davvero al cuore delle cose. E ciò, a me pare, è causato ad una serie di falle nella narrazione.

Due soli esempi per capirci. Il primo: eccesso di descrizione enciclopedica. In più punti, la storia raccontata è rotta da una precisa descrizione, spesso simile ad una fredda scheda tecnica, del funzionamento di un apparecchio tecnologico (per esempio l’esame del carbonio 14 ecc), oppure dei meccanismi biologici di un virus, dell’evoluzione storica della religione mussulmana ecc., che danno l’impressione, se non la certezza, di leggere pagine estratte di sana pianta da un’enciclopedia e che nulla aggiungono all’evoluzione della storia, se non l’appesantire il discorso narrativo. In poche righe, a me pare che l’autore senta l’esigenza di far sapere al lettore che lui sa molte cose.

Secondo esempio di falla narrativa: spesso il dialogo dei protagonisti si riduce a semplice cronaca degli avvenimenti in corso. In alcuni momenti, a dire il vero non pochi, il dialogo fra due protagonisti su un fenomeno o evento che entrambi osservano o vivono, si riduce ad una gara fra due petulanti che si divertono a fare la telecronaca minuta di ciò che osservano, fanno, conoscono. E ciò, a me pare, denunci una sola cosa: la debolezza della voce narrante. Per non parlare poi di quando nel dialogo i protagonisti seminano considerazioni, fra vuote e banali battute stile cinema americano, messe fra parentesi come fossero cose profonde. E qui potrei citare pagine su pagine.

Per concludere, la storia è originale, l’intreccio dei ragionamenti narrativi, l’incastro, la necessità, il significato della storia narrata è di estremo interesse. Vedo viceversa assai chiaro che qui è sciupata una storia, la quale con meno sapienti divagazioni e più sapiente equilibrio narrativo il Giovanni Nebuloni poteva far bello, non dico una “pietra miliare”, ma un buon romanzo di intrattenimento. E vedo sì, ad un certo punto, che il paratesto mente nella presentazione dell’opera: questo sì, pietra miliare di come non si dovrebbe scrivere una quarta di copertina ad un romanzo.

f.s.

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