IL TERZO SGUARDO n.35: Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, ““L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi” & Novella Bellucci, “Il “gener frale”. Saggi leopardiani”

Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, “L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi, con una prefazione di Pasquale Maffeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011; Novella Bellucci, Il “gener frale”. Saggi leopardiani, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Saranno davvero di Giacomo Leopardi (e scritti nel 1836 poco prima della morte) i versi riportati nel cuore del saggio ad essi dedicati da Lorenza Rocco Carbone? Probabilmente non si saprà mai con certezza in assenza di una documentazione filologicamente corretta e adeguatamente commisurata all’oggetto che li concerne. Sarebbe tuttavia magnifico se questi versi scritti sull’onda della notizia di una sottoscrizione (Leopardi o chi per esso dice “soscrizioni”) in favore della costruzione di un monumento in onore della grande soprano francese Maria Malibran da poco deceduta a Manchester il 23 settembre 1836 fossero effettivamente del poeta di Recanati. L’autore dei versi si dice costernato da questa prospettiva quando, invece, uomini ben superiori per cultura e per importanza nazionale sono stati affidati all’incuria sepolcrale delle fosse comuni:

«Ma, se lo sguardo affisseran su quelli / Ch’ebbri di gioia stupida, rizzaro / A rinomanza indegna i figli miei / Che dovrò dire io lassa!… – E tu, Milano / Che del tuo buon Parini abbandonate / Soffri le care spoglie, e né pur dato, / Ti saria rinvenirle in mezzo all’ossa / D’ignoti sgherri, tu che tue ricchezze, / Larga alle mime, al Romagnosi avara, / E crudel dispensasti, osi tu dunque, Invereconda, a Donna (e sia qual vuolsi) / Che a caro prezzo le tue molli orecchie /  Co’ suoi trilli adulò, forbiti marmi / Levar sopra le ceneri insepolte, / De’ magnanimi tuoi, che alla cadente / Itala libertà le chiare vite / E quanto può quaggiù  farle dilette, / Di disperato anor forti sacraro? »[1].

L’intervento poetico diretto su fatti di cronaca immediati e di stretta attualità anche civile e sociale aveva caratterizzato una fase ben precisa dell’attività poetica di Leopardi (tanto è vero che alcuni dei testi dedicati a temi considerati troppo delicati o scabrosi dal padre Monaldo furono osteggiati da quest’ultimo e poi “rifiutati”) e un ulteriore ritorno ad essi all’epoca della stesura dei grandi canti “finali” (l’epoca del soggiorno napoletano e La Ginestra) potrebbe rappresentare sicuramente una notevole novità per lo studio e la valutazione storica del percorso leopardiano così considerato.

L’occasione per la pubblicazione di questi versi, rinvenuti in fondo a una rara edizione dei Canti pubblicati a Firenze nel 1836 dalla Stamperia Piatti, è stata – così come compare nell’appassionata e coinvolgente rievocazione della stessa Rocco Carbone – una visita compiuta insieme a un gruppo dei propri studenti presso la preziosa biblioteca di Torre del Greco di proprietà di Nicola Ruggiero, da sempre studioso e collezionista di cimeli leopardiani. Durante la visita guidata ai preziosi reperti bibliografici e museali che riguardavano il poeta di Recanati (dai confettini di Sulmona che causarono a Leopardi una fatale e definitiva indigestione a un ritratto a olio che lo raffigura e che costituisce un’autentica rarità) è spuntato fuori il volume del 1836 e i possibili inediti. A Lorenza Rocco Carbone che gli ricordava la scadenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, l’ormai ottantenne studioso replicava affidando la cura di stampare e commentare i versi finora sconosciuti di Leopardi. Ma, arrivati a questo punto, i dubbi intorno all’autenticità del testo sorgevano numerosi e la richiesta di prove o smentite non poteva che essere demandato, allora, altro che allo stesso possessore dell’inedito misterioso. Ruggiero, dopo lunga ricerca, individuava in un Pietro Leopardi (il cui nome di battesimo vero e integrale è, però, Pier Silvestro), un patriota di ambito abruzzese in esilio a Parigi. Ma questa spiegazione, per quanto plausibile, non placa Lorenza Rocco Carbone che insiste nel cercare attinenze, somiglianze, fasi analoghe e coincidenze di temi con alcune opere in verso e in prosa di Leopardi. Il rapporto più evidente è con le canzoni come vengono definite le odi quali quella All’Italia o Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze oppure quella Ad Angelo Mai quando ebbe scoperto i libri di Cicerone sulla Repubblica o A un vincitore nel pallone o Nelle nozze della sorella Paolina, tutte più o meno situate intorno al 1818-1821 subito dopo (e spesso contemporaneamente) la fase dei “piccoli idilli” (quella in cui giganteggia L’Infinito, per intenderci). Altro documento storico e letterario di grandissimo interesse risulta poi il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, lasciato interrotto nel 1824 (l’autrice utilizza e cita con apprezzamento l’edizione Feltrinelli del 2008 a cura e con un testo introduttivo di Salvatore Veca) che è probabilmente uno dei più straordinari esempi di analisi antropologica che ha come oggetto la genealogia vivente e la concreta disamina di un popolo che non è ancora potuto (o voluto) diventare nazione. Allo stesso modo il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica che è del 1818 e che si opponeva frontalmente alle Osservazioni sulla poesia moderna di Lodovico di Breme contiene momenti molto alti di polemica sulla necessità di ritrovare nei classici della letteratura italiana dei secoli precedenti il lievito culturale per la rinascita della nazione italica.

Altro testo leopardiano straordinario esaminato nel libro della Rocco Carbone è la Lettera a un giovane del XX secolo, uno dei Disegni letterari ideati fin dal 1821, mai portati a termine e quindi rimasto allo stato di abbozzo fino alla pubblicazione postuma. Anche in questo progetto di analisi proiettata verso il futuro la necessità di resuscitare le “illusioni” e credere in un futuro possibile, dove vincerà chi saprà essere resistente come le “ginestre” (così vengono definite da Leopardi le future generazioni). In sostanza, siano di Pier Silvestro Leopardi – come sosteneva Nicola Ruggiero – siano di Giacomo di Recanati, questi versi ritrovati (per caso o meglio per necessità) sono di ascendenza leopardiana o di possibile attribuzione al poeta. Che siano dei versi “rifiutati” per il loro eccessivo tenore cronachistico e per un taglio troppo fortemente foscoliano (potente è in esso l’eco dei Sepolcri e dell’elogio della funzione attiva e parenetica svolta dal culto degli “spiriti magni”)? E’ un’ipotesi che potrebbe rivelarsi non priva di senso e ne restituirebbe tutto il valore documentario (ma necessariamente anche poetico).

Proprio con l’analisi dei testi lirici “rifiutati”, della loro genesi e della loro dimensione stilistica si conclude la raccolta di Novella Bellucci dedicata al “gener frale” della categoria femminile come concepita e ripensata da Leopardi all’interno della propria concezione generale del rapporto tra i sessi [2]. In una serie nutrita di otto saggi dedicati a questo tema, la Bellucci ricostruisce un percorso tanto significativo quanto poco praticato dalla critica leopardistica:

«L’amore si manifesta come esperienza suprema, simile alla morte; esperienza mentale prima ancora che sentimentale; esperienza radicale che riguarda il pensiero più che la relazione: Leopardi mette a nudo il volto tragico della passione amorosa, la sua immensa potenza correlata alla natura sostanzialmente autoreferenziale. In un’epoca come quella in cui si trova a vivere, tesa all’idealizzazione delle proprie categorie costitutive e tanto più dell’amore, Leopardi svela l’estremo inganno di una cultura che ha celato dietro forme e codici secolari la natura del tutto immaginaria (pigmalionicamente, cioè autoreferenzialmente plasmata) dell’oggetto d’amore e al tempo stesso rivendica il più alto grado di esperienza esistenziale e conoscitiva alla passione amorosa »[3].

L’amore come sentimento radicale e come passione positiva” viene coniugato da Leopardi in molteplici forme di applicazione alla realtà del mondo: da quello terreno e romanticamente modulato quale sintesi inestricabile tra Amore e morte (come titola il canto scritto a Firenze nel 1832) all’Amore Celeste come forma (forse unica) possibile di felicità. Al tema dell’Amore Celeste, la Bellucci dedica un saggio di notevole interesse (Il magnanimo felice. La inaudita conclusione della “Storia del genere umano”[4]) in cui rileva la possibilità di un recupero della passione amorosa come forma espressiva del sentimento di solidarietà umana verso cui conduce come forma possibile di salvezza per gli uomini già schiacciati dalla Natura e dalle loro contraddizioni ormai invalse. Il riferimento è ovviamente alle Operette morali e al suo contenuto sempre e costantemente amarognolo e pungente:

«La prima delle Operette, dunque, la quale costituisce con tutta evidenza l’ouverture del libro e che pertanto si fa carico della responsabilità di esordio che ricade su ogni testo proemiale, preparando alla lettura di “quello che costituisce il vero e proprio argomento del discorso” per citare Perelman e attraverso di lui Cicerone (di questa Storia, le operette seguenti – almeno quelle del libro del 1827 – possono essere considerate come sviluppi e dimostrazioni), dopo aver disegnato la devastazione morale della modernità che si svolge in uno scenario irreparabilmente infelice e abbandonato dagli dei e dalle virtù magnanime, porta nella conclusione la presenza sconvolgente della figura d’Amore (Celeste) che rinnova la vita e permette l’esperienza della felicità. E’ l’unica rappresentazione di una felicità peraltro possibile e non salvifica (questo amore non ha nulla di metafisico), una felicità, seppur fragile e precaria (dato che l’amore “siede per breve spazio”), tuttavia luminosa e totale, a solcare il libro filosofico leopardiano. I magnanimi, che entro le pieghe di quel libro prenderanno forma letteraria nei testi successivi, ripeteranno il modello della infelicità essenzialmente connessa alla vita e da essa inestirpabile, ma soprattutto destinata alle anime grandi. “Va’ […] sii grande e infelice”, sentenzierà la Natura mettendo nel mondo l’anima, condannata a una maggiore dose di infelicità dalla sua eccellenza»[5].

La magnanimità, caratterizzazione etico-soggettiva del sublime longiniano, diventa alla fine della Storia del genere umano una prospettiva esistenziale praticabile attraverso l’amore (celeste) che, però, non è caratteristica esclusiva e voluta del Divino ma soluzione ricavata dalla passione umana.

L’idealità magnanima, in effetti, si manifesta e si concretizza in singole individualità umana il cui destino sarà quello di vivere nell’infelicità piena di desideri da cui il genere umano sembra non potersi sottrarre ma che nella loro esistenza saranno in grado di utilizzare al meglio le proprie potenzialità. In questo modo, l’ipotesi longiniana del Sublime come ”espressione di un animo grande” trova riscontro nel suo passaggio attraverso una passione forte e coinvolgente come l’Amore che si manifesta con caratteri universali e originari. Ovviamente, l’amore umano non è solo magnanimità. Può essere sentimento tragico e impossibile (come in Consalvo, uno dei Canti scritti nel 1832) oppure forma platonizzante di incarnazione di un’idea (anche se sul platonismo di Leopardi i pareri continuano a essere contrastanti e Rigoni potrebbe pareggiare il conto lasciato aperto dal Timpanaro degli anni Settanta) oppure espressione effisiva e musicale di sentimenti profondi (come negli scritti della fase “giovanile”).

L’esperienza dell’amore, dunque, in tutte le sue vaste gamme di piacere e di sofferenza (e di piacere mista a sofferenza come il caso del Consalvo ben esemplifica) è dunque esperienza fondamentale anche nell’ottica non romanticamente atteggiata di Leopardi. In questo consiste l’apprezzamento del poeta nei confronti delle donne e del sentimento da lui nutrito verso di esse anche in circostanze particolarmente avverse e sicuramente poco propizie al suo dispiegamento (si pensi al triangolo fiorentino con Antonio Ranieri e Fanny Targioni Tozzetti): il suo amore per il “gener frale” si nutre di esperienze sentite in profondità anche se non certo eclatanti dal punto di vista dell’apparenza pubblica. Secondo la Bellucci, dunque, è nella consapevolezza della fragilità dei corpi e della loro transeunte bellezza che vive la consapevolezza dell’ontologica incertezza della natura umana:

«La bruttezza, la deformità, il difetto fisico deturpano più gravemente il corpo femminile, al quale, per avere diritto all’amore, se non addirittura all’esistenza, viene richiesta la bellezza. E’ dunque ancora una volta una donna a rappresentare la condizione lacerata dell’esistenza delle creature, il loro stato “frale”. Più tardi, saranno le fanciulle morte “sul limitar di gioventù”, Silvia, Nerina, a riprendere, con ben altri esiti poetici, il tema della giovinezza violata, della violenza nascosta nel “chiuso morbo”; e, successivamente, negli ultimi anni, le due donne morte, protagoniste delle grandi “sepolcrali”, per le quali si sono più volte riscontrate simmetrie con le canzoni del ‘19» [6].

E’ nella consapevolezza della “sofferenza del corpo”, dunque, che il dolore del mondo si incarna nelle figure di donne ammalate o morte che campiscono nei Canti leopardiani – il loro soffrire anticipa e riassume quello di tutti gli esseri umani e lo rende degno di una descrizione poetica che permetta di ricordarlo come simbolo e sintesi dell’ “amaro vero” che ne è il contrassegno.

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NOTE

(1) L. ROCCO CARBONE, L’Italia agli italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi, con una Prefazione di P. Maffeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011, p. 25.

(2) N. BELLUCCI, Il “gener frale”. Saggi leopardiani, Venezia, Marsilio, 2010, in particolare alle pp. 131-187.

(3) N. BELLUCCI, Il “gener frale”. Saggi leopardiani cit. , p. 12.

(4) N. BELLUCCI, Il “gener frale”. Saggi leopardiani cit.  Questo saggio è collocato alle pp. 115-130.

(5) N. BELLUCCI, Il “gener frale”. Saggi leopardiani cit. ,  pp. 128-129.

(6) N. BELLUCCI, Il “gener frale”. Saggi leopardiani cit. ,  p. 157. Su questo stesso tema, cfr. L. LANZA, Mirabile bruttezza, premessa di A. Pajalich, Venezia, Studio Editoriale Gordini, 2008.

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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