Vincenzo Pardini, “Il viaggio dell’orsa”

Vincenzo Pardini, Il viaggio dell’orsa, Fandango 2011, euro 18.

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di Marino Magliani

C’è un ritorno alla bestia nella letteratura italiana? Forse un vero e proprio abbandono non c’è mai stato, “Fabio” è di un paio d’anni fa, scoperta di un ragno, di Voltolini, e dallo sviluppo di “Fabio” è nata Zoo, la bella collana “bestiale” di Duepunti edizioni, curata appunto da Giorgio Vasta e Dario Voltolini. Librini eleganti, le cui copertine sono realizzate con escrementi di elefanti. Una collana che ospita le voci della narrativa italiana contemporanea, dove vedrei molto bene Pardini.
Poiché Vincenzo Pardini è un altro che a raccontare le bestie ci riesce dar par suo, attentissimo, laddove il precipizio della banalizzazione è sempre in agguato, Pardini percorre a passo sicuro lo spartiacque, cosciente del pericolo, scarta le vie difficili, quelle impossibili, come fanno le bestie selvatiche nel bosco, che seguono sempre le stesse piste, e lasciano solchi nell’erba.

Sono piste collaudate, un repertorio di abitudini, dove l’odore della sorpresa si chiama paura. Ma Pardini va oltre, e negli otto racconti che compongono la raccolta ci regala il tempo, quello delle bestie, una sorta di oralità con cui la bestia narra e lo fa saltando da una montagna all’altra, attraversando una foresta o sbucando da una tana, con la luce che l’acceca. E lo fa fermandosi di colpo per poi raccontarci di un’altra montagna e di un’altra foresta e di un’altra luce e allora scopriamo che il tempo impazzisce perché l’uso dell’imperfetto e del passato remoto e del passato prossimo si incastra e spiazza il lettore abituato al tempo tradizionale, quello delle coordinate umane. Così impariamo che le bestie non raccontano usando il tempo come lo facciamo noi, poiché la bestia conosce esclusivamente il presente e il passato è solo l’esperienza che serve a dilatare il presente. Il viaggio dell’orsa è il primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, ma credo che per l’autore e/o per l’editore non sia stato facile sceglierlo. Un altro titolo possibile e bellissimo è quello del secondo racconto: Il fratello del lupo. Mentre La picciona etrusca sarebbe stato un titolo minore, anche se il racconto è tra i più belli, narra di invasioni e di battaglie e di territori conquistati e persi da Romani e da Annibale. La sopravvivenza della traballante civiltà degli Etruschi affidata ai piccioni viaggiatori, e Pardini ce lo consegna come un racconto che si avvicina alla tragedia teologica. Gli altri racconti sono Il gatto, La sfida e la pantera, La pistolera, Serague e La vendetta del gufo. Quest’ultimo è il racconto che più assomiglia ai temi di Banda randagia, l’altra fortunata raccolta pardiniana uscita per Fandango nel 2010, che narra la notte violenta dei giorni nostri e la periferia che ingoia una campagna sempre più deserta. Ne La vendetta del gufo si affronta il bene e il male, l’orribile crimine del bracconaggio, il massacro di cervi e volatili rari, e il tentativo dall’altra parte di arginare la piaga e di ripopolare l’habitat con speci in via di estinzioni. Serague invece è fiabesca ( le fiabe sono vere, sosteneva Calvino, sono il catalogo dei destini ), ed è l’autobiografia di una mula a cui non si può certo dire che le manca la parola, e tuttavia se non parlasse le mancherebbe davvero solo la parola. Serague comunica con un pappagallo e gli racconta il suo mondo, le sue fughe e i dolori che le hanno provocato gli umani, le prigioni e la fatica, ma anche le onde del mare e della sabbia, e le nuvole. E’ forse la storia più agiografica della raccolta, anche se più mediterranea, nel senso che le traversate del mare approdano a deserti esotici e a campi di battaglia. Il resto delle storie, tranne La pistolera, è ambientato tra le montagne aspre e ferrigne e le campagne, care a Pardini, che sono gli Appennini tosco-emiliani. Infine La pistolera. Un mese fa ero in Italia, nel bar del paese, la televisione accesa, davano Il mio West, la cui sceneggiatura è stata scritta da Vincenzo Pardini, con una piccola parte interpretata da David Bowie. Anche La pistolera è ambientata nei grandi spazi del West, dove Pardini infila sempre qualcosa delle sue vallate, dei suoi paesi, della sua nostalgia. La pistolera è un’assassina spietata, Melino Diodati un dodicenne che scopre il mondo, stalliere, figlio del cuoco del Saloon, un giorno gli viene consegnato il cavallo perché lo accudisca. Il padrone del cavallo è il leggendario Jodo Cartamigli, protagonista anche de Il mio West. Jodo si mette alla ricerca della pistolera. Melino e Jodo hanno in comune una malinconia: entrambi emigranti provengono da Melico Alto, un’eredità, la memoria. Non si muore mai del tutto, dice Cartamigli al padre di Melino Diodati. La pistolera incarna la morte, ingaggia con Jodo Cartamigli un duello impossibile. Ogni pistolero convive, teme e sfida la morte. Il sogno di Jodo Cartamigli è di tornare alla sua terra ( come ogni emigrante o esule, appena sa che il padre di Melino proviene anch’egli da quei posti non gli risparmia una serie di domande, intime, minime e nello stesso tempo importantissime, come il sapere se le imposte della sua casa sono ancora accostate ) ma per far questo, per tornare deve vincere il duello e questo si vedrà. Racconto epico, come molte cose della raccolta, ambientate nel Medioevo o ai tempi degli Etruschi, La pistolera – altra peculiarità pardiniana – non ha la pretesa di spiegare nulla, ma solo di raccontare, come chi ben sa che la vita non ce la può spiegare nessuno, tanto meno uno scrittore, ma solo raccontare. Il lettore s’immerge in queste pagine e trova tessuti nascosti, intravisti in altri libri o sperati, e scopre odori e passioni, pulsioni, la cieca violenza quotidiana dell’uomo sulla bestia e l’istinto di questa a raccontare senza logizizzare l’uso dei tempi perché – forse – la bestia non conosce la morte, ma solo il respiro del presente e la grande paura. Il bestiario di Pardini andrebbe suggerito a scuola, i bambini e i ragazzi dovrebbero crescere conoscendo l’odore del fieno e delle felci e gli occhi umani dei tori, il silenzio umido e freddo delle tane dove scappano e dormono e sognano le bestie, il posto della Luna, come la scrive Pardini, come se fosse anch’essa una bestia nella tana, e il lamento del lupo. I libri di Pardini dovrebbero leggergli gli architetti che tentano di salvare l’entroterra e le terre depresse, e chiunque si occupa dei territori montani, e gli antropologi e gli archeologi, persino i veterinari. Ammesso che non lo facciano già per il grande piacere dell’affabulazione.

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(Questa recensione è apparsa originariamente su Carmilla on line)

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