Tiziano Scarpa, “L’ultima casa”

Tiziano Scarpa, L’ultima casa, Transeuropa edizioni, 2011, pp.136, € 12,00

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di Francesco Sasso

 

L’ultima casa, opera teatrale di Tiziano Scarpa, fu rappresentata il 27 luglio 2007 durante il 39° Festival Internazionale del Teatro de La Biennale di Venezia, diretto da Michele Modesto Casarin, messo in scena dalla compagnia Pantakin.

La commedia è incentrata sulle figure di Ahmed (muratore africano), Lucio (muratore italiano), Irina (giovane badante dell’Est europeo), Ivo Mezler (vecchio architetto paralitico), Aba (giovane donna).

La scena s’apre su un cimitero italiano dove una donna si difende da un tentativo di stupro; dove due muratori poveri, i quali stanno lavorando all’ampliamento del cimitero, sono costretti a dormire nei loculi non ancora assegnati; dove un anziano ed egocentrico architetto passeggia nel camposanto per mostrare alla badante il brutto progetto d’ampliamento del cimitero, a suo dire reazionario. Le esistenze dei cinque personaggi si intrecciano con quella di una vecchia vedova che viene a visitare la tomba del marito ed è vittima di una crudele beffa.

 

L’ultima casa è una commedia che si conforma ad una forma di grottesco a sfondo sociale e richiama la tradizione dell’antica Commedia dell’Arte e, al tempo stesso, il teatro beckettiano fatto di situazioni grottesche condite da gags che discendono direttamente dal varietà televisivo. Nella sua forma bizzarra e parodistica, sorretta da una prodigiosa energia e inventiva verbale, l’opera mette in luce l’ipocrisia della società italiana nei confronti dei lavoratori stranieri, della morte, dell’amore e della cultura. Alla fine, dalle pagine dell’opera, quasi una vicenda corale, agile e varia come la vita artificiale, vertiginoso intrecciarsi di azioni con rovesciamenti improvvisi di prospettiva, mai nulla è come pare, saranno gli stessi personaggi teatrali a condannare l’ipocrisia dello spettatore in quanto osservatore passivo della vita quotidiana italiana.

f.s.

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