STORIA CONTEMPORANEA n.85: Romanzo di formazione. Franco Giarda, “Il ragazzo che amava Jack London”

Romanzo di formazione. Franco Giarda, Il ragazzo che amava Jack London, Faenza (Ravenna), Mobydick, 2009

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di Giuseppe Panella*


Leggere Jack London è stata esperienza comune a tantissimi intellettuali italiani maturati e cresciuti entre (les) deux guerres che hanno attraversato il Novecento. Il mio compianto maestro Eugenio Garin mi confidò una volta che i suoi studi di filosofia erano dovuti particolarmente proprio alla lettura di Martin Eden (il grande romanzo autobiografico dello scrittore americano che affascina anche il protagonista del romanzo di Giarda) perché nell’opera londoniana il protagonista cita e commenta testi e opere del filosofo positivista Herbert Spencer che al pensatore fiorentino parvero fortemente significativi, tali cioè da spingerlo a studiarne e approfondirne l’opera.

Che Guido Serra, il ragazzo protagonista della narrazione (almeno in parte) autobiografica contenuta in questo libro, sia affascinato da London, autore di testi avventurosi tra i più affascinanti della letteratura americana, non stupisce. E’ meno pacifico il fatto che l’interesse per London si spinga fino a toccare la sua dimensione di socialista militante e a privilegiare romanzi come Il tallone di ferro che ne rappresenta il culmine (fu un testo narrativo assai caro a Lev Trotskij che ne scrisse con entusiasmo e a “Che” Guevara che deve il suo “vero” nome Ernesto a quello del protagonista della storia). L’interesse di Guido è legato certamente all’ammirazione per il passato di socialista militante del babbo il quale conserva gelosamente una medaglia che rappresenta Giacomo Matteotti, assassinato dai fascisti nel 1924 per impedire che facesse venire alla luce la collusione del regime mussoliniano con la compagnia americana Standard Oil che aveva ottenuto concessioni illegali acquisite per lo sfruttamento del petrolio in Sicilia mediante elargizioni di denaro a importanti gerarchi del fascismo. Ma London rappresenta per lui un modello di vita inimitabile (anche se poi rimesso in discussione per il suicidio dello scrittore – in realtà si trattò di una morte per overdose di oppiacei) come un modello di riferimento è costituito dalla musica di Richard Wagner che ama contrapporre a quella di Giuseppe Verdi (soprattutto per far dispetto al padre che lo predilige sopra ogni altro). Il romanzo di Giarda si svolge nel giro di due anni (il 1942 e il 1943) e una stagione (la primavera del 1944) e nell’arco di essa si consuma la parabola di un ragazzo che matura in fretta ma che non riesce a prendere una posizione politica precisa per un lungo periodo di tempo finché, quando alla fine arriverà ad assumersi le proprie responsabilità, non può fare altro che soccombere (proprio come un eroe di un romanzo o, meglio, di un racconto di Jack London come La bistecca, ad esempio). L’attenzione di Giarda è tutto rivolto alla ricostruzione della psicologia del ragazzo che costruisce i fondamenti della propria cultura su letture tanto disordinate quanto intense che lo portano a riflessioni e a interrogativi che nessuno, né il padre socialista né il prete don Marino e neppure il battiloro Abele Falsone che costituirà per lui una sorta di padre putativo. Falsone (nomen omen ?) gli presta l’ormai introvabile Tallone di Ferro (divenuto da tempo un libro proibito dal fascismo), lo fa riflettere sulla verità della democrazia e del suo valore assoluto, sul rapporto tra potere ed economia nelle società capitalistiche avanzate rispetto all’Unione Sovietica e, soprattutto, gli spiega la Tetralogia dell’Anello di Wagner. Il giovane Guido, infatti, è rimasto piuttosto disturbato dalla lunghezza dei dialoghi presenti nel primo atto dei Maestri Cantori di Norimberga e dalla mancanza in essi di quegli artifici recitativi cari alla tradizione italiana come il “do di petto” che, invece, sono frequenti nelle opere di Rossini che il ragazzo apprezza assai di più. Le sue perplessità sulle qualità artistico-sceniche del compositore tedesco lo fanno incontrare con un altro spettatore presente alla rappresentazione pomeridiana alla Scala che lo invita ad andarlo a trovare per discutere con lui del compositore tedesco. Guido lo farà presto, spinto dalla curiosità nei confronti di questo bizzarro personaggio, e tra loro nascerà una qual certa dimestichezza basata sulla stima che Guido ha per l’artigiano di via della Pecetta, 36. Ma Guido non ha solo interessi letterari e musicali – oltre a una serie ricorrente di innamoramenti per fanciulle che gli sembrano simili a quelle presenti nei romanzi di Jack London (come Avis, la donna della buona borghesia che si innamora di Ernesto Everhard, maniscalco-filosofo socialista e rivoluzionario, all’inizio del Tallone di ferro e che vivrà con lui un’intensa storia d’amore culminata nel matrimonio), il ragazzo ha due amici, Bruno e Renato che, pur essendo di idee politiche opposte (Bruno Molteni è un fascista, l’altro è un antifascista generico), continuano a condividere passeggiate e partite di biliardo. Con i due litiganti perpetui, il giovane vivrà delle singolari avventure come una gita a Genova per vedere il mare che farà preoccupare non poco la madre (una volta tornato a casa la donna lo ricambierà dell’angoscia provata con una buona dose di ciabattate sulla testa e sulle spalle dategli per punizione).

Una volta compiuti i quattordici anni, Guido andrà a lavorare in una fabbrica che produce oggetti di gomma – la madre avrebbe voluto che studiasse ancora visto che sembrava piuttosto portato per l’apprendimento ma il ragazzo preferirà guadagnarsi il pane pur frequentando, anche se con una certa malavoglia, la scuola media serale. In fabbrica si farà apprezzare e perdonare anche gli errori spesso marchiani che commette (è stato mandato nell’archivio della fabbrica). Tutto sembrerebbe scorrere con una certa facilità con gli alti e bassi consueti della vita se la guerra non avesse uno snodo improvviso: dopo la lunga seduta notturna tra il 24 e il 25 luglio 1943 e l’arresto di Mussolini in un’ambulanza alle 18 dello stesso giorno, il fascismo cade ma non per questo la guerra finisce. Cominceranno, invece, i terribili bombardamenti sulle grandi città italiane che faranno vivere ai loro abitanti notti terribili e angosciose. La descrizione della città di Milano martoriata dalle bombe inglesi è tra le cose migliori del libro:

 

 

«Il bombardamento durò ore. Si era tornati nelle cantine dove almeno non si vedeva Milano bruciare. Le donne pregavano ad alta voce. Anche i capi-famiglia pregavano, però solo con la testa. I piccolini tremavano fra le braccia delle madri. Nessuno piangeva più. Quando la morte è proprio lì, a un metro, non è più il caso di piangere. Si ricominciò a piangere quando suonò il cessato allarme. Milano bruciava, come un unico, immenso tizzone. Bruciò per giorni e migliaia di milanesi l’abbandonarono al suo destino. Guido la ammirò dal borgo dov’era sfollato, perché lo spettacolo aveva una sua malefica bellezza cui era difficile sottrarsi. Sentiva, nel medesimo tempo, piacere e dolore. Un piacere torbido per quell’essere lontano dalla città e al sicuro dalle bombe. E un dolore vago, quasi una sorta di pietà, immaginando la sorte di quei milanesi. Era una visione da Apocalisse che combinava con maestria da pirotecnico le nuvole rosse di fuoco, i sibili delle bombe, i cupi boati delle esplosioni, i fasci inquieti dei fari della contraerea che inutilmente cercavano il ventre degli aerei con la feroce speranza di squarciarli. Ma i quadrimotori, dalle loro vertiginose altezze, seminavano la morte con il professionale distacco di un carnefice. Guido immaginava il parlare fra i piloti, biascicando gomma americana.

– Che ne dici, Tom, colpiamo quella stazione? Meglio

– Meglio quella grande cupola. La vedi, Fred? Deve essere la Galleria. Ci sono stato nel ’35 e ho preso un Campari. Tre dollari, quei ladri! » (p. 84).

 

La guerra cambia la prospettiva della vita a venire e anche Guido si sente costretto a prendere una decisione. Se disapprova l’aver mancato di parola alla Germania come colpa da parte del nuovo governo post-mussoliniano, non può certo sentirsi dalla parte dei fascisti. Le azioni dimostrative attuate dai sindacati comunisti lo colpiscono per la loro compattezza e, alla fine, la richiesta da parte di Falsone di schierarsi dalla parte del proletariato (il settanta per cento della forza-lavoro che possiede solo il quattro per cento della ricchezza prodotta – come viene spiegato in Il Tallone di ferro) lo convince a compiere una missione che sembra apparentemente facile: depositare una borsa contenente volantini sotto un palo della luce alla stazione di Porta Garibaldi. Qui sarà catturato dalla polizia fascista, poi torturato (e parlerà rivelando il nome del suo contatto) e poi sarà fucilato in piazza Baracca:

 

«Lo spazzino attese che succedesse qualcosa, ma non successe nulla. Ora i tre corpi erano immobili. Li guardava a bocca aperta, come impietrito. Passò un lunghissimo minuto. E ancora il corpo di uno dei tre sussultò forte. Lo spazzino si avvicinò adagio, passando la ramazza a casaccio sul marciapiedi e senza staccare gli occhi dai tre. Si avvicinava al rallentatore, come se temesse di disturbare la loro morte. Quando fu a pochi passi vide chiaramente chi sussultava in quel modo incredibile. Il guizzo, la vana e caparbia reazione di un corpo ormai morto salvo che per quell’inutile, ultima resistenza, era di un ragazzo che indossava una giacchetta Principe di Galles e una sciarpa rossa. Lo spazzino guardò in giro cercando qualcuno con cui scambiare almeno un gesto. Qualche persiana si era socchiusa, ma poco. Giusto per vedere la scena. Dalla grande piazza si udì lo sferragliare del primo tram che andava verso il centro» (p. 173)

 

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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