QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.83: Tra classicismo e amore per la vita quotidiana. Nicola Prebenna, “Era il maggio odoroso”

Tra classicismo e amore per la vita quotidiana. Nicola Prebenna, Era il maggio odoroso, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

Nicola Prebenna sta moltiplicando la propria produzione letteraria in questo periodo della sua vita costruendo i propri libri di poesia come altrettante tappe di un percorso in cui dare conto (e rendere di conseguenza maggiormente fluide, più sistematizzate e comunicabili le proprie idee sul mondo e sulla propria ragion d’essere in quest’ultimo.

Era il maggio odoroso ( : e tu solevi / così menare il giorno…) è citazione diretta da A Silvia di Giacomo Leopardi, un autore che rappresenta sicuramente il punto di riferimento lirico di quest’ultimo saggio poetico di Prebenna. Ma, allo stesso modo, la sua poesia non è lontana da certi accenti lirici novecenteschi e più vicini alla sensibilità dei Moderni come questi versi di Apollinaire:

«Maggio il dolce maggio in barca lungo il Reno / Signore guardavano dall’alto della montagna / Siete così carine ma la barca s’allontana / Chi è stato a far piangere i salici rivieraschi // Ora gòli orti fioriti si spostavano indietro / E i petali caduti dai ciliegi di maggio / Sono le unghie di colei che tanto ho amato / I petali appassiti sono le sue palpebre / Sulla strada in riva al fiume lentamente / Un orso una scimmia e un cane da zingari guidati / Seguivano un carrozzone trainato da un asino / Mentre per le vigne romane lontanava / Sopra un piffero sperduto un’aria militare. // Maggio il dolce maggio ha rivestito le rovine / Di edera di vite e di roseti / Il vento del Reno scuote i giunchi della riva / E le chiassose canne e i nudi fiori di vigna»

 

(è un testo pubblicato poi in Alcools nella serie delle poesie cosidette “renane” – nella trad. it. di Renzo Paris si trova nel volume intitolato redazionalmente Gli amori, Milano, Mondadori, 2005).

Si tratta – come si può facilmente vedere – di testi molto diversi (quello canonico di Leopardi e quello “modernista” e simbolista di Apollinaire) ma possono servire utilmente a mostrare la doppia direttrice, la duplice dimensione, la “doppia anima” (si potrebbe dire) della poesia di Prebenna.

Come scrive, infatti, Sandro Gros-Pietro nella sua Prefazione al volume:

 

«Già nel preludio, ritroviamo un elemento che funzionerà come fil rouge lungo tutto il viaggio del libro, come leggiamo in Mattino: “Svaporano / le caligini dell’Erebo / e si dissolve il torpore della carne… // lenta sul tuo volto scivola / la carezza, // ed inebria di luce / il sole / noi due”.  Inizia, dunque, alle prime luci dell’alba, quando le tenebre dell’Erebo si sono appena dissolte, il canto amebeo d’amore, cioè quel noi due – il poeta e la sua donna – che costituirà la guida fuori campo per tutto il viaggio. La donna amata rappresenta l’eros, cioè la forza che fa muovere l’intero universo e che è un fondamento a tutte le azioni e le scelte. L’emozione dei sentimenti e più in generale il sistema affettivo, che fa riferimento anche ai figli e ai nipoti come al ricordo della madre, degli amici, dei luoghi natii, sono al centro della prima sezione del libro di Prebenna. Ma è già presente anche il secondo filo rosso che, insieme all’eros, si dipana lungo tutto il libro, e si tratta di thanatos, l’immagine della morte, che ritroviamo esplicitamente almeno nelle due poesie Frullio e Mi illudo di vedere l’amico Ugo, oltre che, in modo più sfumato, in Di là dai pini che contiene una riflessione suscitata dalla visita al cimitero nell’occasione della festività dei morti…» (p. 9).

 

Eros e Thanatos, dunque, insieme al tema del viaggio e alla rievocazione di ricordi del passato anche vicino e non necessariamente remoto, fanno un tutt’uno nella pagine sapida e accorata di Prebenna. I luoghi (come la tragica alba del 7 aprile 2009 del terremoto tonitruante di L’Aquila distrutta e ridotta in macerie) sono funzione della soggettività che li esplora e li legge come cifre simboliche, come enigmi del suo essere-presente. Lo spazio si apre sul mito rivisitato (come nel caso dell’extra-comunitario clandestino che fa naufragio lungo il suo viaggio verso la ricchezza sognata e la libertà di poter auspicare e raggiungere una vita degna, autentica) o verso sacre icone di ieri e di oggi (Giovanna d’Arco, Pio di Pietrelcina) che rappresentano visivamente e spiritualmente un passato cui fare riferimento ancora e sempre per trovare la forza di continuare a vivere.

La vocazione classicistica di Prebenna è un dato di fatto ben noto. Fin da Colpo d’ala (che è uscito nel 1978 presso la Casa Editrice C. F. D. di Avellino e che conteneva in appendice anche interessanti e qualificate traduzioni dai Carmina di Catullo e dalla tragedia Iliona di Marco Pacuvio), il rispetto per la tradizione lirica italiana e la volontà di continuarla pur nel registro quotidiano è certamente molto forte. Questo spirito di stampo tradizionale-intimistico è però fortemente attenuato in Rari nantes (che è di dieci anni più tardi, del 1988 quindi ed è uscito a Foggia presso la Casa Editrice Bastogi) in cui prevalgono poesie ridotte e riconducibili a lacerti più brevi, più icastici e, contemporaneamente, più sofferti. Ma è in Dacruma (Torino, Genesi, 2001)  dedotto da un termine latino arcaico che indica le lacrimae rerum che la forza (e la forma) lirica di Prebenna si manifesta con tutta la sua insorgenza e novità. Dedicata alle figure esemplari di Orfeo e di Laocconte, la raccolta presenta momenti sfumati di visione lirica misti a tratti psicologici intriganti. Un esempio importante è la poesia Dissolvenza (a p. 29 del volume):

 

«E l’isola emerge / palpata dal sole / lambita dall’impercettibile / sussurro di onde / leggere. //  Verde affiora / la cima dei pioppi / e intanto aereo / scrigno rinserra / orpelli ed’antico / valore. //  Lento si dissolve / il mare, si dirada / l’isola / in monotone, scomposte / colline»

 

dove il senso della profondità visiva sembra accentuato dalla preponderanza di parole morbidamente atteggiate e attenuate e dove pure l’occhio che vede si confonde e si rivela insieme alla capacità di introspezione legata in maniera quasi spontanea alla parola scritta. Analoga prospettiva si ritrova in In gurgite vasto (edito sempre a Torino da Genesi nel 2004). Il progetto poetico di quest’ultimo testo è assai più articolato, tuttavia, del precedente e presenta caratteri di analisi in certo modo assai più rilevanti. Come alcuni dei testi che lo compongono mostrano a sufficienza, ci si trova già in presenza di una maggiore maturità espressiva e di un senso più autenticamente atteggiato di padronanza ritmica:

 

«TIROCINIO. Da sponde distanti accenniamo, / è però solo apparente il distacco / perché angelo custode mi sei / sempre accanto e gli attimi / e i giorni mi ispiri; // è preparazione il presente / per una più lunga separazione / inevitabile, che si spera / il più tardi possibile. // Chi mai mi dice che il primo / a rimanere qui, solo, / debba essere io? / Non sta a noi stabilirlo, / quel che è in nostro potere, / che noi vogliamo, è amarci. / volerci bene, perché quando / l’ora si sarà fatta innanzi / ci congediamo paghi / e ci dispieghiamo inermi al futuro. // In fondo, non è che conti / chi primo taglia il traguardo, / ma chi primo – e noi siamo primi – / si è impossessato della vita / e anche se morto / non se ne stacca più» (p. 55).

 

Il taglio sapienziale non impedisce lo scatto tipicamente lirico del rimpianto vissuto e della nostalgia incipiente che rende il testo intriso di una melanconia tutta umanamente (e montalianamente) posseduta dal canto. Anche nell’ode intitolata … E la fiaccola … vive (pubblicata, invece. da Delta 3 Grottaminarda (Avellino) nel 2005) i toni elegiaci si mescolano all’amore per la vita, il presente caratterizzato da eventi significativi che hanno lo stesso sapore di quelli antichi (il rito eterno ma semprediverso delle Olimpiadi) a un passato che non ha cessato di esercitare il suo fascino e il suo imperio mitico totale.

In Era il maggio odoroso i momenti diversi (forse le disiecta membra) della mente poetica di Prebenna si ricompongono in un disegno di dualità di percorrenza lirica: l’amore e la morte; la storia e il mito si inseguono, si comprendono, si ricompongono, si ritrovano, si innestano l’uno dentro l’altro sotto il segno del Desiderio che percorre la natura (maggio non è forse il più dolce, il più longanime dei mesi?). Il segno dell’Amore inteso in entrambi i suoi possibili sensi e significati attraversa e traccia il percorso della poesia prebenniana come un solco che lascia una scia significativa e teneramente limpida, fatta di tensione lirica protesa verso l’alto di una sacralità considerata qui come forma assoluta, sola possibile comprensione delle contraddizioni dell’umano:

 

«VOLUTE DI NEBBIA. Sali lentamente, blocco compatto, / verso l’alto, t’avviti su piani / sempre più aerei; // lembo tuo estremo si sbriciola / e torna ad impastarsi di terra, / mentre ancora compatta / prendi il largo e poi a tua volta / lenta ti smembri. // E’ forse un gioco a cui assisto / dal balcone di casa che si protende / nei campi vicini e monti lontani. // Potessi a lungo durare / e celare la miseria del vivere, / l’ingorda insaziabile brama / di tutto possedere e conquistare, / senza norma e senza freni, // l’opaca attitudine al bene / che ciascuno ostenta e poi / per viltà e debolezza tradisce. // Scorgo in te sepolte ansie / antiche di corse al vento / sulle acque del futuro velato / di sogni grandi e successi / certi e garantiti per tutti. // Non affogare nella tua indistinta / inconsistenza la tenace voglia / di sfidare il già visto, / che senza bocciolo di speranza  / non siamo che vapore sottile / che si dissolve e… / serio è il gioco a cui dai vita, / nebbia della campagna a me vicina» (pp. 87-88).

 

Nell’accettazione di questa contraddittorietà tutta umana che si fa anelito verso il divino pur restando impalpabile sogno o chimera consiste esattamente (quasi naturalier) il disegno poetico di Nicola Prebenna.

 

 

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

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