William Gaddis, “Gotico Americano”

William Gaddis – Gotico Americano

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di Amedeo Buonanno

Leggere un romanzo di Gaddis è sempre un’esperienza edificante, il turbinio dei dialoghi fa sì che il lettore da statico diventi un vero protagonista del racconto origliando, guardando dal buco della serratura lo svolgersi degli eventi. Inizialmente si è spaesati, si hanno le vertigini per la quantità di informazioni, per la densità dei discorsi ma poi ci si abitua e le cose iniziano a prendere forma. “Gotico Americano”, il terzo romanzo di Gaddis, non è differente, anzi, lo scenario claustrofobico della casa in stile gotico americano in cui è ambientato, ne esalta la drammaticità. Seppure la dimensione dell’opera è minore di quella dei precedenti lavori di Gaddis, la profonda e severa critica alla società è immodificata.

Uscito nel 1985 e apparso in Italia nel 1990, edito dalla casa editrice Leonardo, dopo ventun anni rivede la stampa ad opera della casa editrice Alet con una completa revisione della traduzione operata da Vincenzo Mantovani.

La protagonista principale è Elizabeth, giovane ed avvenente figlia del magnate dell’industria mineraria F.P. Vorakers, proprietario della Vorakers Consolidated Reserve (VCR). Mesi prima dell’inizio del racconto il padre muore ed Elizabeth, insieme al fratello Billy, vivono di stenti perché l’eredità, amministrata da Adolph, è bloccata fino a quando le “ventitré cause civili intentate dagli azionisti contro la società e per i suoi beni nel tentativo di farsi restituire ciò che il vecchio ha speso in bustarelle” (pag.13) non saranno chiuse e tutto non sarà chiarito. Elizabeth è sposata con Paul Booth, un veterano del Vietnam, che aveva denunciato il suo caposquadra per uso di eroina ma questi, per ringraziarlo, gli “ha fatto rotolare una bomba a mano sotto il letto” (pag. 256). Paul è stato il portaborse del signor Vorakers ma dallo scandalo di bustarelle che ha coinvolto l’azienda ed il suocero, ne è uscito stranamente pulito. Insieme a Liz (così il marito chiama Elizabeth), spinto dalle difficoltà finanziarie, dovute al blocco dell’eredità e all’inamovibilità di Adolph, lascia New York City per affittare, da un certo signor McCandless, una casa ammobiliata sul fiume Hudson, una casa in perfetto stile gotico americano.

Paul è uno dei tipici personaggi di Gaddis: compulsivamente attratto dal denaro e assorbito dalla smania di possesso. Liz, una donna distrutta emotivamente da un incidente aereo a tal punto da non riuscire neanche a recuperare la posta dalla cassetta perché una volta ha letto sul giornale che ci si può trovare un serpente a sonagli, rappresenta una voce fuori dal coro, sensibile e legata ad emozioni sincere, vittima del mondo che la circonda. Paul fa di tutto per “costruire qualcosa per dimostrare [di avere] qualcosa in mano” (pag. 25) e si scontra spesso con il fratello di Liz, Billy, accusandolo di voler “solo dimostrare il suo disprezzo per il denaro ed ogni cosa” (pag. 25). La loro diversità è però solo superficiale. Entrambi chiamano Elizabeth a proprio modo, Paul la chiama Liz, mentre Billy la chiama Bibb, privandola di una qualsivoglia  personalità, arrogandosene quasi il possesso. Entrambi usano un modo di parlare molto colorito ed arrabbiato e cercano in tutti i modi di avere soldi da Adolph. Nonostante Billy e la compagna Sheila siano “tutti buddismo e fumo e gli amici” (pag. 43), Liz comprende presto che tutto è solo “questione di soldi ed è così penoso” (pag. 43) dimostrando così una sempre maggiore sovrapponibilità tra Billy e Paul. La stessa Elizabeth confermerà questa impressione quando al fratello dirà:

“Io a volte non riesco quasi a distinguervi, te e Paul, perché tu ti esprimi nello stesso modo” (pag. 208)

La narrazione si svolge quasi esclusivamente all’interno della casa in stile gotico americano, all’interno della quale ruotano le vite, le passioni e le paure, soprattutto di Liz, figura femminile fondamentale, perno del racconto. Non è la prima volta che Gaddis conferisce ad una donna l’importante ruolo di contraltare alla società mercificata e deumanizzata, basti pensare alla madre di Wyatt protagonista de “Le perizie”, o la signora Joubert in “JR”. Gaddis vede in alcune donne quel sentimento materno di accoglienza incondizionata verso il figlio che le permette di contraddistinguersi dal restante desiderio di ricchezza e di possesso della società moderna. La stessa Liz rappresenta una vera e propria vittima di questo mondo cinico ed insensibile alla bellezza e all’arte. E’ anche in quest’ottica che va vista la conclusione dell’opera così carica di simbolismo.

Gaddis chiarisce i motivi della sua opera in [2]

“Io ho considerato tutti i cliché: un uomo anziano ed una donna più giovane, l’inevitabile adulterio, lo straniero misterioso, la casa infestata ecc. Ho detto a me stesso, prendi questi cliché e mantieniti fortemente aderente alle unità, non evadere verso il mondo esterno, ma fa’ in modo che ogni cosa prenda corpo in questo piccolo palcoscenico. Volevo semplicemente vedere se ci sarei riuscito.

Insieme ai cliché che Gaddis ha indicato va aggiunto anche quello della casa come simbolo di tranquillità, di stabilità, di ordine, fondamento di ogni famiglia che si rispetti. L’autore però lo sovverte, rivestendo la casa di un senso di disordine, di dolore, facendola diventare luogo di soprusi, violenze e solitudine. Lo stesso stile in cui è stata costruita, il gotico americano del titolo, è anch’esso una metafora. McCandless spiega a Liz:

“La casa è stata costruita per essere vista dall’esterno, era … era lo stile […] sì, avevano dei libri sullo stile, questi architetti di campagna, e i falegnami, era tutto copiato, no? da quelle grandi dimore vittoriane […] Tutta quella ispirazione del gotico medioevale, ma questi poveri diavoli non l’avevano, la pietra e il ferro battuto. Tutto quello che avevano erano i vecchi materiali, semplici e affidabili, il legno e i martelli e le seghe e il loro goffo ingegno nel ridurre queste grandiose visioni lasciate dai maestri a una scala umana con le loro piccole invenzioni […] un’accozzaglia di presunzioni, prestiti, inganni, l’interno è un guazzabuglio di buone intenzioni, come un ultimo ridicolo tentativo di fare una cosa che val la pena di fare anche su una scala così piccola” (pag. 243)

evidenziando come sia fondamentale la “vista dall’esterno”, l’apparenza, a dispetto della realtà rappresentata da un’accozzaglia di presunzioni ed inganni. Poco prima Liz si era resa conto di non aver mai guardato veramente la casa,

“una coppia di finestre così vicine, lassù, da dare l’impressione che appartenessero a una sola stanza mentre in realtà si aprivano nelle contigue estremità di due locali nessuno dei quali poteva dirsi veramente ammobiliato” (pag. 242)

 

ed in questa descrizione, come ci fa notare Moore [1], non può non leggersi una descrizione del rapporto tra Liz e Paul, uniti sotto un unico tetto ma inesorabilmente divisi da un muro di differenze, con nessuno dei due veramente fornito di cultura, gusto ed educazione.

I due sono diversi anche nel senso della famiglia rappresentato dalla casa, mentre Liz vorrebbe essere attorniata dai mobili dei suoi genitori, per ricreare intorno a lei un clima di serenità, o comunque apprezza molto il gusto dei mobili dell’attuale casa, per Paul la casa è solo “un posto dove mangiare e… mangiare e dormire e scopare e rispondere al telefono” (pag. 260)

Nel suo forsennato tentativo di costruire qualcosa, Paul diventa addetto stampa del reverendo Elton Ude, un tele predicatore che ha impiantato in Africa una stazione radio, la Voce della Salvezza, con la quale cerca di diffondere il vangelo mietendo anime per il signore (pag.55) . Pur non comparendo mai di persona all’interno del libro, Ude svolge un ruolo fondamentale nel racconto diventando il simbolo del fanatismo religioso e dei suoi effetti.

Nella società consumistica che Gaddis delinea così bene, in cui la smania di denaro è il primo obiettivo, in cui tutto può essere acquistato e venduto, la religione (o, meglio, l’uso che ne fanno alcuni suoi rappresentanti) rappresenta un fondamentale strumento di mobilitazione delle masse, uno strumento del potere. Se, da un lato, McCandless enumera i tanti massacri commessi in nome de “l’unica vera fede” (pag. 141), dall’altro, evidenzia come il maggior danno prodotto della religione rivelata sia la sua propensione a lobotomizzare gli individui, ad abituarli alla stupidità (pag. 147) sostituendo alla ragione la verità rivelata:

“la rivelazione è l’ultima via di scampo che l’ignoranza trova dalla ragione. La verità rivelata è l’unica arma che la stupidità ha contro l’intelligenza” (pag. 197)

Ude è capace di smuovere le masse, sostituendo alla paura del signore “la paura di qualcosa di concreto”, riesce a “trasformare ogni cosa in una crociata” (pag. 200) e per questo importante bacino di fedeli diventa un interlocutore privilegiato del senatore Teakell (pagg. 111-112). Questo legame tra religione e politica, ricorda McCandless, è presente da sempre ed è all’origine di molti massacri, basti pensare a tutto lo scempio commesso in Africa (pagg. 200-204). Il misterioso McCandless mette a nudo i diversi aspetti scomodi del fanatismo religioso, rappresentato dal reverendo Ude con cui, in passato, si è scontrato durante un processo a Smackover sulla libertà di insegnare il creazionismo come teoria alternativa a quella evoluzionistica.

Come fa notare Moore nel suo fondamentale testo su Gaddis [1], la costruzione narrativa non ha lo scopo di portare frustrazione al lettore, ma piuttosto cerca di drammatizzare il centrale conflitto filosofico tra verità rivelata e conoscenza acquisita. Non vi è infatti un narratore “divino” onnisciente, il lettore impara quello che realmente accade solo attraverso lo studio e l’uso dell’intelligenza. Se alcuni eventi rimangono ambigui, il lettore deve rimanere con questi dubbi piuttosto che insistere su una presunta certezza.

Questo tema conflittuale tra verità rivelata e conoscenza acquisita è centrale in tutto il romanzo. Come dice Gaddis in [2] “Da un lato vi è l’Assoluto, tutto in maiuscolo, la Verità, Dio, queste immagini monodimensionali, mentre dall’altro lato vi è il relativismo, la possibilità, l’ambiguità che per me sono più pertinenti”.

Il rappresentante di questo conflitto è McCandless che vede nel fanatismo e nella religione un motivo del mancato sviluppo della civiltà:

“vogliamo parlare della forza delle loro convinzioni religiose? ecco che cosa sono, sono dei forzati chiusi in un mondo di loro invenzione, che stanno scontando l’ergastolo, senza diritto alla libertà provvisoria, e vogliono tutti gli altri in carcere con loro, è questa compiacenza, Billy, il rivelatore della stupidità, la dannata convizione di essere nel giusto” (pag. 200)

“La massima fonte dell’ira è la paura, la massima fonte dell’odio è l’ira e la massima fonte di tutto è quest’irragionevole religione rivelata, da qualunque parte la si guardi, sikh che ammazzano indù, indù che ammazzano musulmani, drusi che ammazzano maroniti ed ebrei che ammazzano arabi, arabi che ammazzano cristiani e cristiani che si ammazzano tra loro, forse questa è l’unica speranza che ci resta. Prendi l’odio di se stessi generato dal peccato originale, scaricalo sui vicini e forse avrai abbastanza sette che si sgozzano a vicenda” (pag. 199)

Nonostante i proclami e l’indignazione, McCandless non è un personaggio positivo, risulta, alla fine, il più odioso e ipocrita di tutti, emblema dell’inazione e della negatività (anche nel suo modo di parlare in cui spesso ripete “no, no, no”), l’unico che potrebbe evitare un massacro ma decide di non agire:

“stai qui a fumare e tossire e parlare e lasciare che si ammazzino tra loro per una cosa che non esiste nemmeno? […] Sei tu che vuoi l’Apocalisse, Armageddon […] perché disprezzi la loro… non la loro stupidità, no, le loro speranze, perché tu non ne hai, perché non te ne resta neanche una” (pag. 259)

Questa mancanza di speranza, questa convinzione che non si possa cambiare la storia, questo desiderio di distruggerne il corso (“ma la storia no, quella non l’ha mai insegnata veramente, no, lui voleva cambiarla, o finirla, chissà […] per fare piazza pulita una volta per tutte” (pag. 268)), questo profondo scetticismo verso l’umanità, trasforma McCandless in un personaggio distruttivo. L’impressione, confermata dalla moglie a pag. 267, è che McCandless sia solo un povero vecchio, incapace di accettare il tempo che passa, invidioso di chi riesce a trovare una ragione per alzarsi ogni mattina e un motivo alla propria esistenza anche nelle cose più semplici:

“Ogni volta che alzavo lo sguardo lo vedevo là fuori, ogni volta che alzavo lo sguardo era là che fingeva di fare qualcosa che vale la pena di fare, guardalo, dieci foglie secche su quella dannata paletta, cosa cerca di dimostrare ancora, che è stato messo al mondo per uno scopo? […] E’ stato in quel momento che ho cominciato a bere la mattina e a guardare quel vecchio là fuori, a guardare quell’uomo che cercava di dimostrare che esiste una ragione, diavolo, per alzarsi la mattina” (pagg. 179-180)

I motivi per “alzarsi la mattina”, anche se consolatori o fantasiosi, permettono alle persone di prendere responsabilmente delle decisioni e di accettarne le conseguenze. Rifiutarsi di vivere in nome di una immutabilità dettata solo dalla propria ipocrisia e disinteresse, risulta di gran lunga più deleterio per l’umanità tutta. Quest’aspetto dimostra come l’ipocrisia di McCandless, nell’insegnare l’indignazione ma non facendone seguire azioni concrete, non sia in fondo diversa da quella di Ude che miete le anime per il signore col sangue degli innocenti in nome però di un dio più concreto che è il denaro.

Bibliografia

[1] Steven Moore, William Gaddis, New York, Twayne Publishers, 1989 (pagg.112-142) – traduzione mia

[2] Paul Ingendaay, Agent of Change. Conversation with William Gaddis, 18th – 19th December 1995 – traduzione mia

Le opere di Gaddis attualmente disponibili in italiano:

[3] William Gaddis, Le perizie, Mondadori, 1999

[4] William Gaddis, JR, Alet Edizioni, 2009

[5] William Gaddis, Gotico Americano, Alet Edizioni, 2010

[6] William Gaddis, L’agonia dell’agape, Alet Edizioni, 2011

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