QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.84: Liriche per cantare, versi per ricordare. Aa. Vv. “L’amore del giglio. Poesie alla mamma” – Domenico Cipriano, “Novembre”

Liriche per cantare, versi per ricordare. Aa. Vv. L’amore del giglio. Poesie alla mamma, Fanna (PN), Samuele Editore, 2010; Domenico Cipriano, Novembre, con una prefazione di Antonio La Penna, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*

L’amore del giglio è un libro collettivo redatto da cinque poeti, due donne (Alejandra Craules Bretòn, poetessa messicana, Natasha Bondarenko, invece, ucraina) e tre uomini (Nabil Mada, marocchino, Patrick Williamson, inglese e l’italiano Domenico Cipriano) che ricordano, rievocano, cantano, riflettono, fanno emergere, si concentrano, sognano e presentano aspetti e momenti del loro rapporto con la loro mamma. Alla fine dell’antologia, Domenico Cipriano non si tira indietro annota con nitido disincanto e tuttavia con continuato amore:

«LE DISTANZE. Ci siamo abituati a non telefonarci spesso / a perdere le tracce del percorso / e nell’afa della festa / ritrovarci appena di sprovvista. / Non credo che dai giorni confusi / possiamo cogliere di noi / la stessa solitudine, quel vizio antico / di sopravvivere di passi quotidiani / tra i profumi che lasciava la cucina vuota / in quella pace di luce in cui la vedo» (p. 68).

Echi della memoria, sussulti del passato, densità espressiva di grado zero per non commuoversi e cantare a voce troppo alta rendono questo omaggio alla madre il segno di un rapporto saldato e annotato-annodato dal tempo che passa e in cui la distanza non conta ma consolida e sottoscrive.

Ma quale madre a tutti gli effetti è, per Cipriano, anche la sua terra natia, l’Irpinia, sconvolta da un terribile sisma sussultorio il 23 novembre del 1980. A questo evento straziante e indimenticabile egli dedica una suite di 23 brevi testi lirici (tanti quanti corrispondono alla data tragica dell’evento).

Nelle parole accorate ma rigorose di Antonio La Penna (Il terremoto e la poesia irpina) dedicate al poema di Cipriano si trova, accanto a una rievocazione del lutto e del tragico quotidiano, anche un’evidente volontà di ricordo del passato:

«Il termine rievocazione è inadeguato: il contatto con le forze spaventose della terra sembra ancora immediato e schiacciante. Colpisce l’incalzarsi asindetico dei verbi: un cumulo espressionistico per un grande quadro apocalittico. Colpiscono anche le metafore. Di solito vediamo il sisma come lo scatenarsi di una violenza meccanica; qui la violenza sembra animale: la terra “geme… lotta, sussulta, avviluppa…”. La violenza espressionistica continua anche nella seconda strofa: “ non era tuono di bombe che arroventò / le grida gli occhi di polvere spalancati…”. E’ implicito il confronto con i bombardamenti apocalittici della Seconda Guerra Mondiale. Quadri espressionistici abbozzati tornano poi nel corso del racconto; tornano metafore carnali per rappresentare la violenza della materia bruta:ueste viscere contorte / bozzati tornano poi nel corso del racconto; tornano metafore carnali per rappresentare la violenza del per es., “queste viscere / contorte di cemento e ferro” (strofa 14)» (p. 4).

Le parole usate da Cipriano per ricordare sono le stesse che egli usa per scandire il suo canto ma qui assumono una misura di necessità, quella dell’osservazione straziata di un mondo perduto e non più ritrovato, di una dimensione della propria vita che non è più ritornata, della realtà andata in pezzi e mai veramente ricostruita se non nelle illusioni di chi l’ha (male) amministrata:

«7. tornare nelle case a piano terra, nei garage / dormivegliare sulla sedia, in 3 (tre) giorni / ero cresciuto. avevo più forza e pazienza. / cercavo di costruire già le case / con le graste dure delle tegole: iniziavo / a sfidare la presenza della terra mentre / altrove si scavava e nella terra si moriva. // 8. solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti / il gioco nel vivere insieme in un non-luogo. / i grandi si adattano ma non comprendono / la semplicità da cui riaffiora la vita. ci si abitua / ad altro dall’alto dei cumuli di stracci e torna / il bisogno di farsi spazio e sgomitare per i soldi / e il potere nella farsa di non dimenticare» (pp. 18-19).

Il trauma è ancora vivo nella coscienza poetica di Cipriano e le sue ripercussioni riecheggiano potenti nella sua scrittura ritmica e scandita con vigore lirico spesso travolgente.

Come si è già detto, il poemetto è composto da 23 poesie come la data del sisma; bisognerà aggiungere che esse sono composte da “stanze” di 7 versi (poesia eptastica) e un prologo di 34 – l’ora di sera in cui il terremoto avvenne realmente (le 7, 34). Inoltre, il testo è preceduto da un prologo di 11 versi (che corrisponde come numero al mese di novembre). La numerologia che sembra essere indispensabile per comprendere la natura arcana del libro è, in realtà, la magia che gli consente di essere il ricordo e la messa-in-presenza attiva di un mondo ormai scomparso e impassibile, condannato dagli eventi a risultare invisibile a chi vorrebbe esserne parte. E’ come se a quell’ora del mattino il mondo si fosse fermato e le vibrazioni della morte si fossero infrante contro un muro di gomma in grado di farle rimbalzare, di trasformarle in destino ineludibile, inesorabile:

«19. gli occhi inerti, fissi, segnano un percorso / nella sosta della memoria, un punto in cui / tutto si ferma, si affanna per uscire / ma si stringe nel restare. il passo è lento / strisciante, tutte le immagini riportano / all’ultima parola ascoltata: la ricerca / di un aiuto da chi è sepolto, sconosciuto. // 20. gli addii sono lunghi da superare, tra le foto / nelle ricorrenze si prova sempre a cercare / un viso, il disegno delle case abbandonate. / tra i viali intrecciati che non hanno segni / vive il calpestio sulla terra sgretolata quando / tutto si strinse sulle case e nuove case / si mescolarono in grigioscuri di cemento» (pp. 30-31).

La catastrofe di ieri si mescola alla ricostruzione di oggi e risulta altrettanto distruttiva, altrettanto incapace di riportare alla vita ciò che l’avvento feroce della volontà della Natura ha voluto sacrificare alle sue ragioni incomprensibili. L’unica salvezza nasce dal ricordo di ciò che è stato e che, nonostante tutto, resta indelebile e scabro davanti agli occhi dei testimoni di un tempo. Cipriano affida alla sua poesia di ipnotica capacità evocativa il compito di suggerire la scansione del passato e di trasferirla nell’assorta musicalità del presente. Quello che era stato visto e vissuto dagli occhi e dalla mente di un ragazzo diventa il sostrato di immagini sul quale costruire un’intelaiatura di parole-canto, di parole-elaborazione di vita. Nell’ottica della jazz poetry (cui da tempo aderisce Cipriano e grazie alla quale ha ottenuto i suoi maggiori risultati in tema di liricità espressiva dei sentimenti) la musica non è né subordinata né precede le parole ma è capace di trasformare il dettato verbale in meccanismo di trascinamento del suono elaborato ritmicamente.

Così anche in Novembre le parole passano travolgendo l’ostacolo del tempo e si riappropriano della loro dimensione naturale di rappresentazione attiva del mondo che hanno rappresentato. Grazie alle parole, dunque, il terremoto del 23 novembrte 1980 cessa di essere un puro evento storico per trasformarsi in una concisa metafora del rapporto tra il ricordo e la realtà, tra ciò che è stato e ciò che si è diventati. Quel giorno segna una cesura forte– da allora in poi tutto quello che era stato non c’è più e tutto sarà diverso. Tutto sarà stato cambiato dall’Evento che rovescia perfino l’arco temporale della vita rendendo impossibile un ritorno ad abitudini antiche e a costumi consolidati.

«intro. Ti guardo con occhi / diversi parola risorta / ogni notte udendo / la voce degli uomini / senza più voce, lontani / sfuggiti dai luoghi. / torni di notte, distante / un respiro e lì germini / frasi distorte che / modifico in vita. / poi credo e non vedo» (p. 11).

La parola che racconta non può che essere diversa da quella pronunciata nel tempo di allora – il suo suono oggi rievoca e fa rivivere ciò che la coltre di polvere delle macerie della morte ha fatto riposare nell’oblio. La voce della poesia, la sua musicalità diffusa, il suo sogno riemerso compiono una sorta di piccolo evento, quasi miracoloso nella sua semplicità, al contrario di quanto naturalmente accaduto (come quando nei film del periodo d’oro del muto i campanili delle chiese o i comignoli delle fabbriche cadevano e poi ritornavano integri quando la pellicola veniva riavvolta all’incontrario). Cipriano, raccontando il “suo” terremoto del 1980, in realtà, racconta la tragedia di tutti coloro che sono morti o sono sopravvissuti “a stento” ma mentre compie il suo gesto di poesia li salva e li trasforma in testimoni viventi di ciò che è stato: è come se fossero di nuovo vivi. Adesso.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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