STORIA CONTEMPORANEA 88: Un “descamisado”? Alberto Prunetti, “Il fioraio di Perón”

Un descamisado?  Alberto Prunetti, Il fioraio di Perón, Viterbo, Stampa Alternativa, 2009

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di Giuseppe Panella*


Alberto Prunetti racconta, sia pure con tecniche narrative di fiction (il montaggio alternato anche se in terza persona delle vicende accadute al prozio in Argentina e al pronipote alla ricerca delle sue tracce e della propria eredità perduta), una storia vera. Il Cosimo Guarrata del romanzo è, in realtà, Cosimo Quartana, parente diretto dell’autore, vissuto effettivamente, a Buenos Aires, a partire dal 1924 e fioraio di fiducia della Casa Rosada, la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica argentino (ne fa fede la foto di gruppo che apre il libro).

Come scrive, in maniera forse un po’ troppo entusiastica, Massimo Carlotto, prefatore del romanzo (e – come si apprende dai ringraziamenti in fondo al volume – mentore e soprattutto sostenitore letterario della sua necessità):

 

«La bellezza del progetto letterario di Alberto Prunetti è di aver diluito sapientemente la complessità della storia nei rivoli di numerose vicende personali. Ogni personaggio, anche il più apparentemente insignificante, rappresenta, racconta, rimanda. Nella tradizione del migliore romanzo-reportage, Prunetti mette in gioco sé stesso come personaggio e attraversa la trama in lungo e in largo, mentre Guarrata narra il passato con particolare incisività. San Telmo, le donne e il tango. E i Tanos, come venivamo chiamati all’epoca in cui sbarcavamo dalle navi stringendo tra le mani fagotti maleodoranti. E i descamisados di Perón e della sua Evita. Pagine di grande potenza evocativa capaci di fa luce su quel mistero chiamato peronismo. Spero che questo libro venga letto da tutti coloro che in questi anni hanno scoperto l’Argentina, la sua infinita bellezza e le sue innumerevoli tragedie e da coloro che ignorano chi è Osvaldo Bayer o chi erano Soriano e Walsh» (p. 6).

 

Certamente si tratta di nomi importanti: quello di Osvaldo Bayer, l’autore di Patagonia rebelde o Rainer y Minou  e che compare come personaggio in Millenium 2 di Manuel Vázquez Montalbán o quello di Osvaldo Soriano, il grande scrittore di Triste, solitario y final o di Mai più pene né oblio; quello di Rodolfo Walsh, il geniale autore di romanzi polizieschi assassinato dalla polizia argentina e padre del giornalismo investigativo. Ma è anche vero che questo testo a metà tra narrazione e ricordo vive soprattutto della sua capacità di far emergere verità nascoste, sogni sopiti, infelicità inconfessabili: lo strazio di una vita vissuta in una nostalgia che non sembrava avere senso se non in un’incapacità di trovare radici e requie in un Mondo Nuovo.

 

«L’Argentina di ieri e quella di oggi, unite da una storia che, tra crisi e trasformazioni, resta pervicace nelle sue linee di fondo e in cui il peronismo riemerge periodicamente quale collante politico e culturale di una nazione. Nazione ben strana, del resto, in cui apparente spensieratezza italiana e apparente tragicità spagnola hanno dato luogo a una curiosa sintesi, che differenzia il paese da tutto il resto dell’America Latina» (scrive Valerio Evangelisti nella quarta di copertina del romanzo).

 

E’ l’Argentina con le sue contraddizioni di paese appartenente “all’America povera” (come la definisce Cosimo Guarrata in una sua lettera ai parenti in Sicilia) la vera protagonista del libro: un’Argentina metropolitana (dove però Buenos Aires assomiglia molto a una città antica della Calabria e della Campania) e un paese remoto, arcaico, rebelde come la Patagonia mapuche dove Alberto Prunetti conclude il proprio percorso narrativo di viaggiatore ingenuo e acculturato insieme.

La Casa Rosada, il cui colore è dovuto al sangue di bue che vi è sgocciolato sopra insieme al bianco della vernice formando un impasto non rovesciabile in candore (politico, ovviamente), sarà il luogo d’elezione di Cosimo, approdato a forza d’impegno e di fatica, al ruolo di fioraio ufficiale del Potere che si presenta come relazione istituzionale tra popolo e governo e è, invece, solo violenza, spesso bruta, sempre stupido e incapace di un vero rapporto con gli uomini sui quali esercita il proprio dominio. I militari che governano il Paese sono, nella maggioranza, stupidi e ottusi. Non così sembra il giovane Juan Domingo Perón al lavoratore intento a costruire le proprie architetture di fiori e di colori. Da quell’incontro casuale scaturirà l’ammirazione dell’italiano per il generale emergente e ne deriverà un rapporto di rispetto e fiducia che durerà nel tempo, fino al “secondo ritorno” di Perón nel paese travagliato e spaccato in due dalla guerra civile e dalla guerriglia dei Montoneros peronisti. Quando Cosimo Guarrata lo incontra per la prima volta non sa certamente chi è e che cosa sarà del suo destino politico:

 

«”Felipe, chi è il tipo, quello robusto, coi capelli tirati all’indietro e il sorriso stampato in faccia?” “Quello laggiù? E’ il colonnello Juan Domingo Perón, appena eletto ministro del Lavoro. Un provinciale, non farà carriera. Vedrai che durerà poco e lo faranno fuori presto”. Felipe si sbagliava. Se ne ricordò Cosimo il 17 ottobre 1945, quando Plaza de Mayo venne occupata da una moltitudine di persone raccolte da un unico grido: “Perón ! Perón !”. Per alcune settimane non si diceva altro. Perón! Era il nome che univa tutto il Paese, il nome che risuonava nelle bocche di migliaia di immigrati, di quelli venuti dall’Europa come di quelli venuti dall’interno, dalle province di Corrientes e Jujuy, da Tucumán e da Santiago del Estero. Tutti si affacciavano alla metropoli babele di lingue e facce, tutti avevano conosciuto il disprezzo degli oligarchi, degli agrari che chiedevano di bloccare le frontiere per conservare i loro privilegi. E invece erano arrivati dalle barche e dalle Ande, portando con sé la speranza di una vita migliore e le idee di redenzione dalla miseria. La lotta contro la povertà sembrava destinata a incrociare il nome di quel militare che veniva lui stesso da lontane province, anche lui con una madre india» (pp. 72-73).

 

Perón diventerà ben presto un mito grazie all’opera propagandistica di Evita, un’ex-attrice di varietà poi passata alla radio con un passato poco limpido ma formidabile intrattenitrice e creatrice di miti per l’avvenire. Senza di lei, il generale andino non sarebbe mai diventato il personaggio mondiale che fu (lo ammettono anche i critici più severi della sua figura come il Guevara personaggio del musical Evita di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber poi divenuto un film con la sceneggiatura di Oliver Stone e la regia di Alan Parker – nel film il Che è interpretato da un poliedrico Antonio Banderas) e sarà la sua morte a mettere fine all’incantesimo della liaison con le classi più povere del Paese. Anche Maria, la moglie di origine portoghese di Cosimo, si invaghisce di Evita fino a diventare una delle sue più accanite sostenitrici (con un certo imbarazzo e un vago fastidio del marito). La morte di Evita Duarte nel 1952 e la crisi economica della nazione argentina finiranno per far crollare verticalmente il prestigio del generale fino al suo esilio volontario nel 1955. Da allora in poi Cosimo si limiterà a decorare la Casa Rosada con i suoi fiori e anche il ritorno in patria del generale, nel 1974, non lo emozionerà più di tanto. Anche il rapporto con la moglie, nato sotto il segno delle grandi speranze che l’uomo provava per la possibilità di avere un figlio maschio, piano piano si deteriorerà e si spegnerà nell’indifferenza fino alla morte di lei. Una relazione occasionale con Veronica, fiorista come lui, non basterà a ridargli quella linfa vitale necessaria per tornare a vivere e a sperare. Cosimo morirà nel 1983 e la sua eredità risulterà di difficile attribuzione. In realtà – come scoprirà Prunetti grazie all’aiuto dell’amico Osvaldo Bayer e delle sue entrature giornalistiche – un suo vecchio compagno di lavoro se ne era impadronito falsificando il testamento e facendolo riconoscere da un notaio prezzolato. Quando la verità verrà alla luce e Bayer consegnerà ad Alfredo una copia del vero testamento depositato sarà troppo tardi – il millantato proprietario dei vasti beni del fioraio (una casa, delle terre vicino Buenos Aires e delle altre in Patagonia) aveva già venduto tutto e dissipatone il ricavato. L’esperienza argentina del pronipote lo porterà sui luoghi del prozio e lo metterà in sintonia con lui in un rapporto di relazione evocativa con il passato e con le vicende che avevano caratterizzato l’esistenza del siciliano emigrato.

Fuggito dalla Sicilia, in conflitto con il padre, Cosimo, nonostante il successo economico e il prestigio ottenuto come fioraio ufficiale della Casa Rosada, non diventerà mai un “vero” argentino.

In bilico tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, la sua parabola di vita sarà tipica dei migranti di ogni tempo e nazione: simile a una barca contro corrente, il suo vivere di lavoro e di speranze sarà alla fine intessuto di una lunga stagione di nostalgia.

 

 

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

 

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