QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.85: Finale di partita ed eredità dell’umano. Giovanni Stefano Savino, “Lascito. Anni solari VII”

Finale di partita ed eredità dell’umano. Giovanni Stefano Savino, Lascito. Anni solari VII, Firenze, Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*


«LXXIV. Da una pasqua all’altra (questa notte / la luna al primo quarto oltre la tenda / si è appoggiata sul vetro del tuo quadro) / un soffio sembra la voce che ascolto / di un operato alla gola, sommesso / e vetrato. Il mio verso, come il pane / donato dal fornaio a un canile / o a qualche poveraccio del quartiere / secco, meglio ai rifiuti con le bucce / e gli ossi della cena o con i rami / alle fiamme. Risolve un dubbio il libro / che nuovo mette radici. Non toglie, / io spero, il cencio del tempo la polvere / della memoria. Ma questa a chi serve?» (p. 70).

La metafora esibita dello straccio come temporalità e della memoria come polvere spiega il titolo della prima sezione del volume (che non appartiene – ricorda Savino – al ciclo degli Anni solari et pour cause, non solo perché le poesie che ne fanno parte sono state scritte prima). Il taglio e il tono di essa appare diverso da quello del successivo Lascito: predominano il canto e il rimpianto, il ricordo è vivo e solido nella sua disperata vitalità, la scrittura molto più rilanciata da una classica immediatezza di stile rispetto a quello che diventerà in seguito. La differenza di scrittura è, però, abbastanza evidente: la prima parte del libro è molto più costruita e “poeticistica” nella sostanza rispetto alla seconda, che è invece straordinariamente modulata in frammenti di vita che sono poi trasformati e rovesciati in altrettanti momenti di dichiarazione di poetica. Questo non vuol dire che i testi lirici di questa prima parte non siano pregevoli, anzi: alcuni momenti che la costituiscono sono di altissima intensità. Si legga a p. 72 lo struggente commiato della raccolta:

 

«LXXVI. Abbiamo scritto insieme un solo libro, / questo ultimo, se pure i personaggi / ti siano ignoti o apparsi casualmente / come per strada andando per acquisti; / hai voluto che l’ultima parola, / toujours, fosse citata nella lingua / usata negli incontri sorvegliati, / i lunghi come i brevi, dai severi / occhi di Crono; hai corretto e aggiunto / accrescendo la bozza di tua mano; / tuo debitore come a San Vincenzo, / quando ti chiesi e ottenni che fermassi / il vento sulle dune, e oltre il ginepro / fino a Baratti il mare dell’infanzia»

 

E’ il tempo che passa a dettare il testo poetico e a condurlo sulla via del trapasso dove ciò che è stato diventa mitico sentiero del sempre in attesa del futuro. Il momento della scrittura – come sempre in Savino – permette di aggiustare il tiro, di conoscere ciò che sembra essere stato e sanzionarlo con il registro del presente: toujours è parola-chiave a dire il niente che rimane e il tutto che è stato e che ha formato il denso nesso collante della vita trascorsa. Savino racconta quel che è rimasto nel frattempo: la vita ha lasciato il suo spazio alla memoria e alla capacità di ricostruzione fantastica degli eventi e ora la poesia deve renderne conto permettendo di riviverla. E’ questo messaggio che il poeta affida alla sua scrittura delegandole la fatica continua del vivere: lo scrivere sostituisce l’esistere e permette a ciò che è esistito di ri-vivere attraverso il gesto continuato e sublime di raccontarne non tanto le gesta quanto la sua continuità estrema e sempre rinnovata. Risiede in questo ciò che non esito a definire il titanismo di Savino: ricominciare ogni giorno, scrivere ogni giorno, raccontarsi (e raccontare) ogni giorno qualcosa che non esiste più e che la sola potenza evocativa della poesia riesce a portare alla vita attraverso la pagina. In Lo straccio e la polvere lo stacco non era così netto: quello che c’era diventava riscontro mitopoietico del passato imbevendo di sé la pagina del presente che, in tal modo, stingeva della melanconica padronanza della totalità del vivere. In Lascito tutto questo non è più necessario perché sulla pagina scritta, nel suo calderone infuocato di nostalgie e di desideri, nel suo rimanere attonito di fronte all’inconfutabile verità che il mondo è rimasto uguale a quello che si è vissuto (e sognato), poesia e istanza vitale vengono a coincidere. Il moto è stato regolare: attraverso sette poderosi (e ponderosi) volumi di versi e di Anni solari la forbice estrema tra scrittura lontana e vita viciniore è andata via via richiudendosi fino a comprimersi e poi a richiudersi. Ormai Savino (come ogni vero poeta) parla di sé ma facendolo e sprofondandovi a livello estremo non fa altro che parlare della poesia:

 

«LXI. “Non parli mai di te”, mi dici, “mai”. / Per più di centotrentacinquemila / versi non ho fatto altro, e in poi dal ventre / di mia madre, da uomo saldo e attento / a barcollante vecchio. Nel quaranta / ho obbedito allo stato, che mi volle / soldato, non evasi, e fui in Sardegna / e in Sicilia, ed andai con le mie scarpe / dopo, e dalla obbedienza mia alla chiesa / mi sono liberato con lo studio, / credo nell’uomo, e da quel pozzo tolgo / il bene e il male. Tengo questi giorni / nella cassetta della vita, e suonano, / se la sbatacchio come uno scaccino» (p. 125).

 

La realtà dell’esistenza è fatta di offerte: di sé agli altri e degli altri a noi stessi. Come nella cassetta che il sagrestano agita in chiesa per sollecitare la devozione astratta a farsi carità compiuta, così i dati elementari (i flat facts) della vita diventano comprensione e dono quando passano attraverso il vaglio della scrittura. Savino non si sottrae alle occorrenze di una riflessione sul destino della sua stessa scrittura e, nel mentre ne ravvisa i caratteri di caducità, di mediocrità, di nullità effettiva e/o presunta, ne accentua la potenza rammemorativa e la forza di espressione verbale. Vilipendendosi anche così aspramente, in realtà, il poeta si rafforza sotterraneamente e deduce, a partire dalla propria apparente mancanza, la forte capacità comunicativa che lo contraddistingue e che lo rende capace di una così raggiante espressività:

 

«XXIII.  Non ho che le parole di ogni giorno, / che riprendo ogni volta, non per dire / cose diverse dal mio primo verso; / affianco nomi tante volte usati / come pane, cucina, letto, cielo, / coniugo verbi fino da ragazzo / a me noti. Il compiuto, se è un monologo, / un tu per tu dell’io, come la fiamma / il dito, fuggo. Mi attira il lungarno / da ponte a ponte vuoto ed il colare / lentissimo del fiume fino a quando / non raggiunge la foce e muta sorte. / E mi offro come quadro al muro appeso / e fui miles sul bordo della strada» (p. 94).

 

Rivendicando l’assoluta semplicità del suo dettato, il poeta rinnova il proprio patto con il lettore e con la poesia, assumendosene tutta la complicità e la colpevolezza assolute possibili. Le sue parole sono quelle di sempre della poesia (il cuore / fiore/ amore di un celebre testo poetico di Saba, poeta peraltro al quale egli potrebbe essere utilmente paragonato) e sono modulate in modo da evitare che alla fine risultino fini a se stesse ma permettano una comprensione larga, stupefatta, attenta e attigua al reale. Per questo motivo poi  Savino si può permettere anche uno sberleffo neo-classico giocando con le aurea verba di Virgilio e con la sua cultura vasta e profonda (che si ostina a definire da auto-didatta anche se invece risulta approfondito corpo-a-corpo con ciò che i classici della letteratura gli hanno concesso in dono come respiro vitale e come progetto di sapere):

 

«LVI. Mi torna a mente un verso di Virgilio, / batte e ribatte, mentre si fa sera, / ed intorno mi guardo, rari nantes, / e respiro di nuovo della casa / il freddo e l’assenza di futuro, / il nulla vero appiccicato all’uomo, / all’io supremo chiuso in spazi fissi, // e rido, misero, in gurgite vasto» (p.  122).

 

Il verso virgiliano (Eneide I, 118) fa da pendant alla solitaria dimensione del poetare che affascina e, nello stesso, conturba il poeta. Il segreto della riuscita dei suoi versi, in realtà, è tutta qua: quello che la sua poesia fa emergere, che porta alla luce, che spinge verso la descrizione attonita e solare della propria esistenza è un residuo doloroso ed empatico insieme di una vita trascorsa a lottare e a confrontarsi con le difficoltà del mondo: un gurges vastus in cui i versi composti giorno per giorno con la fedele macchina da scrivere sono i (non) rari nantes che giungono a riva con la forza della loro penetratività sentimentale. Tutto quello che è riuscito a strappare al mare magnum della sua esistenza viene salvato e reso degno di figurare in un’ideale raccolta di immagini e di desideri, di sogni e di sopravvenuta possibile felicità. Senza di essi, la poesia non sarebbe che flatus vocis e retorica un po’ bolsa e scontata. Ma se così fosse non sarebbe Lascito adeguato per un poeta sincero e anti-retorico come è sempre stato Savino.

 

 

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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