IL TERZO SGUARDO n.36: VISIONS OF GERARDO. Il tratto, il colore, il segno

VISIONS OF GERARDO. Il tratto, il colore, il segno

_____________________________

di Giuseppe Panella*

Visioni di Gerard è il titolo di uno dei più bei romanzi autobiografici (ma, in fondo, lo erano tutti) di Jack Kerouac in cui raccontava la sua vita a Lowell, Massachussets, durante la sua adolescenza e il suo rapporto con il fratellino Gerard cui era molto attaccato). Il paesaggio descritto in Visions of Gerard è sempre freddo, grigio, nevoso, rallegrato solo a sprazzi da qualche raggio di sole primaverile e sempre ostile tanto da costringere spesso ad un’esistenza di tipo claustrofobico e nevroticamente isolato.

Ben diversi sono i paesaggi che arricchiscono le tele di Gerardo Rodriguez Quiros, un artista la cui solarità e volontà di magnificenza coloristica non possono certo essere messe in discussione. Ma non si tratta, tuttavia, qui soltanto di un’emergenza direi tattile di un’espressione coloristica che permea e attraversa la tela quanto di un recupero della capacità di disegnare attraverso il colore, di rendere cioè il colore l’elemento fondamentale (e determinante) nell’elaborazione del tratto.

I paesaggi, ad esempio: se si guarda con attenzione i quadri dedicati alla Sardegna (Cerdeña) o i Bambues dello stesso ciclo si può individuare nella volontà di sfumare il tratto e di privilegiare i momenti “colorati” che si impongono con la loro forza espressiva al posto dello stacco del disegno. Si percepisce una sorta di attenzione alla descrizione frutto di uno sguardo che osserva di corsa ma non si può soffermare e quindi fugge, come in uno zoom troppo veloce, per provarsi a cogliere le atmosfere e non il particolare preciso della possibile cartolina che, invece, prevarrebbe subito.

Questo vale soprattutto per gli alberi e le canne dipinte nel loro stormire e frusciare, in movimento per effetto del flusso ventoso che li scuote e li agita mentre l’occhio del pittore cerca di fissarli nella loro dynamis piuttosto che nel loro essere eternamente fissi nel paesaggio eterno che li sorregge e li definisce. La pittura per Gerardo Rodriguez, allora, sembra essere la descrizione emotiva di un continuo muoversi dello sguardo che non si rassegna al ruolo dello specchio ma si configura come elemento attivo in un contesto di mille anni fa. Il colore ha questa funzione – valorizzare il moto della pennellata per evitare lo stucchevole effetto del probabile acquarello e dare alla tempera la densità di un intenso progetto di rappresentazione delle emozioni suscitate dall’oggetto rappresentato. Nei paesaggi il tratto coloristico domina, dunque, sovrano e si impone all’occhio.

Nel Paisaje toscano, gli alberi verdissimi che si stagliano su in alto a lambire il tetto di un cielo sempre più blu e sembrano correre a ricongiungersi con esso sono un trionfo di puro colore. Il disegno, pur apparentemente netto e pulito sullo sfondo, sembra riassorbito dall’esigenza coloristica che predomina e ruba la scena alla precisione del tratto: la dimensione apparentemente realistica (e che potrebbe sembrare didattica) del quadro si rivela, a un secondo sguardo, una sorta di vertiginosa fuga verso l’alto in cui la dimensione onirica è rivelata dalla potenza ridondante del colore.

Analoga sensazione si prova nella raffigurazione colonizzata dei Cerros de Escazu o della Punta Coyote dove l’effetto non è tanto quello del sublime suscitato dalla maestosità del monumento naturale né il pittoresco della veduta dal vero e quindi naturalisticamente abbozzata quando il tentativo di renderne la bellezza allo statu nascenti, come sorgiva espressione della naturalità del mito. La volontà espressiva della poetica di Gerardo è quella di far nascere, non di formare…

Lo stesso accade nelle numerosissime nature morte di vasi con la frutta ma anche in quelle che mostrano oggetti d’uso quotidiano (come certi vasi molto blu e molto gialli che fanno il paio con le imposte anch’esse blu elettrico della finestra della casa cui sono appoggiasti o la zuppiera di ceramica che contiene i limoni giallissimi che sembrano strabordare ed espandersi, sfondandone i limiti delicati di manufatto che si presenta come prezioso).

Ma dove Gerardo Rodriguez tenta il tutto per tutto nel suo progetto di resa onirica dell’oggetto realisticamente rappresentato, quelle che definirei le sue visioni, è quando si cimenta con il corpo delle donne che mette in scena nei suoi quadri. Le Cuatro mujeres del suo omaggio al Rinascimento fiorentino (e, nello specifico, alla Venere botticelliana) sono nuances di colore, effetti sfumati di ricordo e di sogno, forme del desiderio più che ritratti muliebri di corpi reali ed esistenti

Le “quattro donne” di cui si intravede il volto e il cui vestito coloratissimo e informe trattiene le forme senza esaltarne la bellezza armoniosa sono un omaggio alla figura umana proprio nel modo e in cui e perché viene paragonata ad un paesaggio o a una natura morta – dandole parvenza di Assoluto, vengono restituite allo sguardo che le fa vivere e diventare vere più che se fossero state dipinte in uno studio di modelle d’Accademia. Per concludere: Gerardo Roderiguez non si nega nel dare una “vita colorata” alle sue creature ma sono esse, poi, una volta compiute, a vivere di vita propria e a evitare all’originale la necessità di un confronto e della sfida sempiterna tra realtà e arte.

 

_____________________________

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

_____________________________

*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

____________________________

FONTE IMMAGINE: http://www.arte.go.it/eventi/2010/e_0069.htm

Annunci