PASSAGGIO AL COMUNISMO (1/3). Saggio di Antonino Contiliano

Disculpen la molestias, esto es una revolución.

Sub Comandante Marcos

Perché ogni epoca sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio.

Walter Benjamin

Passaggio al comunismo  (parte I)

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di Antonino Contiliano

Lo stato e i governi – soprattutto nel mondo nord-americano-occidentale –, dopo essere stati privatizzati, tra la fine del XX e il primo decennio del XXI, dall’impresa, dal privato e dall’economia di mercato liberal-liberista del “pensiero unico”, ritornano ad essere invocati quali finanziatori e salvatori delle fraudolente bancarotte capitalistiche e delle sue crisi strutturali. Le classi egemoni della vecchia e della nuova economia della deregulation, che hanno imposto lo smantellamento del welfare state sociale, ora lo invocano per se stessi e il proprio sistema che è andato in fibrillazione e messo in pericolo lo sviluppo di crescite ulteriori.

Il nastro della corsa è stato tagliato, fra i primi, all’incirca tre anni fa (2007-2008), dal Governo americano. L’occasione e la paura, dopo le avvisaglie delle crisi (“bolla speculativa”) del marzo 2000 della new economy (crisi dell’indice Nasdaq o dei titoli tecnologici), sono state determinate dal crollo del credito ipotecario dei colossi  “FannieMae” e “FreddieMac”, dalla concomitante crisi dell’Aig (American International Group, la principale assicurazione del paese) e dal fallimento della banca d’affari  Lehman Brothers. Parallelamente le Borse e i mercati finanziari davano segni chiari di un trascinamento nel baratro dell’economia del paese e dei consumi, che erano stati mantenuti in vita con la politica dell’indebitamento pubblico e privato. Il Governo americano allora interviene decisamente nel salvataggio del sistema bancario e assicurativo – le cui speculazioni economico-finanziario liberiste avevano creato ricchezza per alcuni e disoccupazione e miseria per tanti – iniettando milioni di dollari dello Stato. L’esborso di denaro pubblico americano (messo in atto dalla Banca Federale americana per salvare dalle crisi finanziarie il sistema bancario, in barba al principio liberistico dell’autosufficienza del mercato e delle sue leggi – che autorizzano una concorrenza e una competizione senza limiti) – è stato stimato in 600 miliardi di dollari.

Non meno grave è la situazione in Europa, dove Stati e banche per sopperire alle proprie insolvenze debbono ricorrere ai prestiti della Bce (Banca centrale europea), che è sganciata da qualsiasi controllo pubblico. I prestiti, secondo le ultime stime, sono calcolati in circa ottantacinque (85) miliardi di euro.

Dalla crisi finanziaria del 2008 e dai salvataggi statali, il fallimento del capitalismo ha fatto registrare un altro e deleterio salto di qualità all’intervento pubblico con l’innovazione del “debito sovrano” e dell’annessa sua crisi. Nei due anni che vanno dal 2008 al 2010 – scrive Christian Marazzi – infatti, approfonditasi la crisi, “si è passati dagli interventi statali del salvataggio di banche, assicurazioni, istituti finanziari e interi settori industriali, alla cosiddetta crisi del debito sovrano. Quest’ultima è il risultato della presa a carico da parte degli Stati del salvataggio delle banche, della defiscalizzazione del capitale e degli alti redditi degli ultimi quindici anni, della riduzione delle entrate fiscali tipica dei periodi recessivi, dell’aumento delle spese legate agli ammortizzatori sociali e all’aumento degli interessi sul debito versati ai detentori di buoni del tesoro” (1).

Lasciato il mondo civile e sociale, pur nella sua eterogenea molteplicità, nei gironi infernali della precarietà, della flessibilità, della disoccupazione, delle povertà crescenti e delle altre insicurezze e minacce, le ex istituzioni pubbliche preposte alla difesa dell’interesse generale, intervenendo con il loro “keynesismo finanziario” a favore di altre istituzioni che per il bene generale e ciascuno non hanno particolare affezione, lasciano che il potere delle istituzioni bancarie si trasformi in egemonia assoluta e potere politico indiscutibile sotto la regia diretta e dispotica delle Banche Centrali. Queste, infatti, forti del salvataggio statale, dopo aver chiuso il “mercato delle cartolarizzazioni” – “ i titoli legati ai crediti ipotecari” –, la possibilità che avevano le banche commerciali cioè di trasformare i crediti concessi (anche ai nulla tenenti) in pacchetti da vendere come titoli poi sul mercato, hanno rallentato e strozzato le strategie d’investimento e alterato dannosamente il rapporto tra banca commerciale e banca d’investimento. “In Europa, il fatto che la Banca centrale sia diventata di fatto la principale fonte di finanziamento del sistema bancario, costringe le banche a restringere ulteriormente la loro politica creditizia. Ne consegue che, sebbene i tassi d’interesse definiti dalle banche centrali siano prossimi allo zero e le politiche monetarie siano espansive, il credito all’economia risulta comunque razionato. Si è prigionieri di una ‘trappola della liquidità’ in cui il basso costo del denaro non innesca il rilancio dei consumi e degli investimenti, tanto meno quando ci si ostina ad aspettarsi un improbabile ritorno dell’inflazione con relativi aumenti di tassi d’interesse, una situazione già sperimentata dal Giappone negli anni Novanta”(2).

Ora la cosa grave non è solo il fatto che l’intervento pubblico soccorre il sistema liberistico e lascia alla deriva e allo scoperto il sociale distruggendone la rete di assistenza e prevenzione pubblica, cosa che viene lasciata in balia della privatizzazione dei servizi; grave è soprattutto, nonostante la caduta dell’illusione dell’utopia autoregolamentativa del mercato e dei mercati, che il modello viene lasciato in piedi e che per di più lo si foraggia con interventi provvidenziali statali e a danno ulteriore delle masse sociali già provate da tante spoliazioni e avviate alle mense di carità e alle disperazioni più incontrollate.

E in questo caso non si può non notare il paradosso. Un paradosso non certamente ingenuo ma che sa alquanto di follia coltivata! Si salva cioè lo stesso modello finanziario di economia che, contando sulla politica dell’indebitamento diffuso (statale e sociale), conniventi le autorità pubbliche e preposte alla difesa dell’interesse generale, è stato causa determinante delle crisi e degli inevitabili avvii alla bancarotta di Stati come è il caso della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, o, prossimamente sullo schermo, il caso italiano. Speculazione e corruzione, nell’ordine delle cose, hanno dato dal canto loro man forte all’economia del disastro (Naomi Klein).

Il pericolo però non si elimina costringendo la follia a ripetere se stessa e per di più a guardarsi felice di protezioni speciali, quando il mondo brucia per il suo meccanismo perverso! Infatti non è salvaguardando il modello finanziario di accumulazione capitalistico che si cura il malessere dell’economia e lo sfascio sociale; visto, fra l’altro, che la crisi è proprio il capitalismo a crearla. La versione finanziario-creditizia è quella che poi non fa che riproporne la festa a tempi più corti e a costi molto elevati per gli sfruttati, la popolazione e l’ambiente dell’intero pianeta terra. I vantaggi sono solo per la classe dominante, il cui potere oggi gestisce il sistema delle crisi con il ricatto del denaro e delle armi, lì dove le illusioni della logica neoliberista “win win” del capitale, pur sostenute da tanti sondaggi, intellettuali di varia provenienza e modelli matematici di laboratorio sul “rischio”, i profitti futuri e l’eliminazione della “scarsità”, hanno fatto solo grandi “buchi neri”.

Basta guardare alle manovre di restrizione e costrizione sociale che i governi propongono per rendersi conto che il saldo dei debiti cammina speditamente con la coatta e pericolosa desocializzazione di massa, la guerra tra poveri e il socialismo dei ricchi (socializzazione delle perdite). Impoverimento e disoccupazione crescenti, caramente, sono a carico dei più deboli e delle classi subordinate. Declassati e a rischio – sempre più generalizzato e a cerchi concentrici –, i soggetti della diaspora del turbo capitalismo globale sono ai limiti della sopravvivenza, della stessa esistenza fisica e in preda ai nuovi rigurgiti razziali etnico-culturali. Il nuovo razzismo, camuffato dalle stesse leggi statali che promettono il controllo dei flussi migratori e del terrorismo, in realtà trova origine nella competizione lavorativo-esistenziale tra indigeni e migrati; una lotta tra sfruttati e depauperati che è scatta in seguito alla spoliazione messa a segno dalla colonizzazione finanziaria capitalistica e dalla messa in regola della sudditanza degli investimenti alla legge del profitto privato. Una sudditanza ingiusta che ha messo la stessa sussistenza degli individui e delle collettività sotto la mannaia dell’indebitamento e dello sfruttamento di classe, e con il beneplacito del potere pubblico che ha sposato in pieno la difesa ad oltranza dei pochi ricchi e signori favorendone le richieste di privatizzazione incondizionata e assorbendo persino le stesse perdite del caso.

Il debito privato (diventato nel frattempo debito pubblico e “sovrano”), e la spoliazione autorizzata senza limiti dei diritti e delle garanzie hanno continuato così lo smantellato dello Stato sociale come un impareggiabile affare senza precedenti nella storia delle ristrutturazioni capitalistiche. Nell’affare, in ogni modo, si devono mettere in conto anche i proventi delle varie guerre d’embargo e quarantena, e di quelle scatenate ad hoc con la montagna delle menzogne e delle falsità di stato (a tutti note) che nulla hanno da invidiare alle vecchie “strategie della tensione” e delle “stragi di stato” del secolo scorso.

I costi delle crisi così continuano ad aggravarsi sulla massa dei soggetti, che giornalmente perdono qualsiasi diritto e garanzia di vita e di lavoro, mentre i proventi (calcolabili in termini di spostamenti di ricchezza e poteri notevoli) sono appannaggio degli stessi protagonisti del collasso, di cui, felicemente, sul piano della finanza internazionale profitta sia il capitale legale che quello illegale, se non addirittura in stretta concomitanza d’affari fra i corridoi di una “zona grigia” dove, grazie a una certa franchigia sugli spostamenti della liquidità, scorrono fiumi di denaro sottratti ai dovuti controlli.

Se il motore dell’economia e della globalizzazione è la finanza e il suo volume annuo è “pari ad almeno quindici volte il Prodotto interno lordo mondiale” (3), e i meccanismi di spostamento, agevolati dalla velocità e dalla riservatezza (privacy), ne tutelano in certo qual modo fattibilità e sicurezza, è chiaro che Capitale legale e illegale non si fanno scrupolo di coagire nel torbido di posizioni che rimangono ambigue (il capitale legale che combatte contro l’illegale!).

L’esistenza della “zona grigia”, in una con i paradisi/scudi fiscali e regimi di tassazione particolari…, non favorisce solo la criminalità e le mafie; ne profittano anche i soggetti dell’economia non criminali.

La facilità con cui si spostano i capitali, rispetto ai beni materiali e ai corpi (che hanno invece peso, attrito e bisogno di certi intervalli per muoversi), non ha eguali in rapidità e numero di operazioni fattibili: “I numeri di passaggi, anche giornalieri, che si possono fare sono altissimi – nell’ordine di centinaia al secondo da un solo pc – ed anche relativamente facile ed economico. Da un punto di vista finanziario la criminalità è tendenzialmente molto liquida: ha quindi bisogno di gestire questa liquidità e in seconda battuta di investire i capitali (in altre attività criminali, ma soprattutto in attività ‘pulite’). Una finanza ‘fluida’, senza confini e rapida è dunque il terreno ideale per compiere le operazioni di cui la criminalità ha bisogno” (4).

Anche i soggetti che operano con l’economia e la finanza non illegale, tuttavia, ne approfittano per sfuggire alle pressioni fiscali, falsificare i bilanci o accantonare somme destinate anche alla corruzione e ai “fondi neri”. “La contraddizione in questo campo è forte anche da parte dei governi. Quello italiano tramite il tesoro controlla ad esempio Eni ed Enel che fanno abbondante uso dei paradisi fiscali e di ricerca (lecita) di riduzione della pressione fiscale mediante l’apertura di società collegate, per esempio in Olanda […] Da un punto di vista legislativo, con particolare riferimento all’Italia, la depenalizzazione del falso in bilancio non è certo un aiuto verso il necessario maggior rigore e il controllo della varie ‘scatole cinesi’. Per non parlare infine dello scudo fiscale che, al di là delle intenzioni dichiarate, ha avuto delle maglie normative tali da rendere lecito il sospetto che sia stato utilizzato anche per capitali di provenienza criminale”(5).

E che la crisi sia anche un esercizio di potere, consumato a danno delle persone e del sociale, è attestato dal fatto che ogni mossa o immobilità è stata giocata per salvaguardare la concentrazione del capitale finanziario mondializzato. Infatti le risorse che gli Stati di tutto il mondo hanno impegnato “per salvare la finanza in un solo anno sono state circa 200 volte superiori a quello che gli stessi singoli Stati avrebbero dovuto impiegare per dieci anni per poter raggiungere gli obiettivi del Millennio dell’Onu” (6).

Ma se le manovre non hanno voluto trovare e impiegare le risorse per gli obiettivi del “Millennium”, chiaro è il segno che l’azione dei manovratori e degli investitori dei mercati mondiali non hanno a cuore (qualunque sia il luogo dell’“Impero”) né il benessere dei singoli, né di quello pubblico e né tanto meno del “comune”.

E tuttavia bisogna pur notare che lo stesso capitalismo ne risente sia dove il fenomeno attacca la possibilità della sua crescita (investimenti con incremento di cose, beni, consumi generalizzati, etc.) e della sua stessa accumulazione di plusvalore, sia dove indebolisce la sopravvivenza dell’ordine liberal-democratico che lo sostiene con l’insieme delle forme maturate nei regimi della maggioranza rappresentativa e delle organizzazioni collaterali e di sistema.

L’attivazione di instabilità variamente predatorie orchestrate, e lasciate a lievitare conflittualità e azzardi disgreganti l’economia e una convivenza tollerabile (anche se c’è sempre qualcuno che non gode appieno dei benefici: il Sud del mondo, per esempio), inoltre, paventano via via stagnazione e recessione, bloccando parallelamente l’emancipazione sociale e la stessa partecipazione politica del consenso (con-trattato e tanto battagliata da diverse posizioni di pensiero e di azione collettive inserite nel macchinismo ufficiale).

Tant’è che la borghesia affaristica giura di ricorrere ai ripari prendendo misure contro la corruzione e la speculazione per tenere sotto controllo i processi d’instabilità – minacciosi per la sua stessa vita –, ma le cui cause stanno nello stesso modello che già ha utilizzato e che, purtroppo, ripropone per ripercorre le stesse vie espropriative utili alla minoranza dominante.

E per trovare una via d’uscita e di riequilibrio gli stessi protagonisti dello sfascio oggi scendono dalla soffitta persino la “bibbia” di Karl Marx per consultarla e salvare il capitalismo. Le profetiche analisi di Marx sulla crisi – che individuano i punti deboli o forti del meccanismo – sono utili anche ai suoi avversari e nemici.

Ma, e per inciso, – scrive Alberto Burgio su “Alfabeta2” – ripescare il pensiero di Marx, anche da parte di chi oggi ripropone l’orizzonte dell’“comunismo” per avviare un discorso e una azione di recupero della democrazia liberale e di emancipazione, non è sufficiente l’idea stessa di emancipazione e di liberazione senza uno sguardo distaccato e maturo di riflessioni critiche. Sarebbe come un gioco al ribasso: “Ironico destino, quello toccato all’idea di comunismo. Rinata in epoca moderna in antitesi alla democrazia (istituto venerabile, ma già due secoli fa appannaggio della borghesia trionfante), in questi tempi di crisi essa tende a ridursi alla sua fotoco­pia. Per qualche filosofo maudit il comunismo è una faccenda di emancipazione, di inclusione nella cittadinanza e di democrazia radicale o diretta. In tempi di crisi lo si capisce. La democra­zia è talmente mal messa, che restituirla a una funzione di garanzia dei diritti fondamentali sembra già un obiettivo ambizioso. Ma il comu­nismo è altra cosa e ridurlo al protagonismo delle moltitudini o alla demercificazione dei co­siddetti beni comuni è un compromesso al ribas­so. Se non ci se ne rende conto, è perché si sono interiorizzate le categorie dominanti, come av­viene nelle sconfitte storiche” (7). Infatti tra le questioni del potere, del conflitto, del politico e del lavoro, ogni forma sociale deve fare i conti con le “difficoltà del vivere” – consapevolezza della morte e difficoltà del senso di fronte al caso e all’insicurezza –, e nessun può fare a meno di rapporttarvisi e di coltivare insostenibili fantasie di perfezione assoluta una volta liberati dal dominio e dallo sfruttamento capitalistico.

Così il cammino verso il comunismo è lungo e la lotta contro lo “stato di minorità”, che avversari e nemici coltivano con cura come una nuova “enclusure”, non è finita, e dall’altro lato invece è al rialzo il valore delle truffe legalizzate, la santificazione della criminalità speculativa che in Europa, fino ad oggi, fra i suoi primati conta diciotto (18) milioni di disoccupati e un indice di borsa al rialzo per le rapine legalizzate delle banche. Una sporca storia di estorsioni e racket organizzata con il supporto di chi, pagato con milioni di dollari a stipendio, ha creato, per esempio, i “derivati” della finanza creativa con raffinati modelli di matematica finanziaria, e poi sostenuti dagli avalli giuridico-politici di una classe esecutiva di untori al potere, i quali hanno svenduto il bene pubblico e il “comune” al profitto e alla rendita della privatizzazione.

Le vendite de “Il Capitale” – annota Andrea Fumagalli – intanto sono aumentate. “Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbrueck, hanno dichiarato di averne letto recentemente delle parti per meglio comprendere la crisi economica. Il 22 ottobre 2008, con un ampio articolo di analisi, il Times di Londra, tempio dell’opinione pubblica conservatrice britannica, affronta un sospetto […]: l’attuale crisi finanziaria globale conferma forse le analisi di Karl Marx? Non sarà, si chiede l’analista Philp Collins sul giornale, che l’attuale crisi è una prova della ciclica e anarchica instabilità del capitale globale, come sostenuto da Marx?”(8).

Letture e misure d’austerità però non toccano, se così si può dire, né i signori della finanza né il cuore del capitale. La logica della proprietà privata, del valore di scambio, del profitto, delle crisi ricorrenti e della rivoluzione delle forze produttive e dei rapporti di produzione – per riorganizzare la riaccumulazione capitalistica e il proprio dominio, non è stata cambiata nella sostanza. Il signore, per ricordare la dialettica hegeliana, continua a dominare il servo e il perdente.

I provvedimenti presi per i paesi fortemente in crisi e indebitati così, come Grecia, Irlanda e Portogallo (e quelli in corso nell’Italia del 2011 con le varie manovre e leggi finanziarie), mostrano come a pagare le crisi siano i derubati, gli oppressi di sempre e chi nella corsa (individuo, popolo, Stato) non è riuscito a tagliare il traguardo. I ricchi (speculatori o altro) e i padroni del potere non ne sono minimamente toccati.

A questo punto ci pare opportuno, fonte l’articolo “Saldare il debito” di Damien Milet ed Eric Toussant  (“Le monde diplomatique/il manifesto”, luglio 2011), riportare i dati relativi a Grecia, Irlanda e Portogallo (per l’Italia si riportano invece alcuni dati relativi alla circolazione dei privilegi della “casta” politica al potere).

A partire dal 2010, per far fronte alla crisi finanziaria, la società civile di questi paesi è sottoposta alla ghigliottina così:

 

Grecia

Funzione pubblica: blocco o riduzione (fino al 20%) dei salari; abolizione di tredicesima e quattordicesima; soppressione di 150.000 posti, su un totale di 700.000, entro il 2015.

Pensioni: taglio delle pensioni in media del 7%; innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 67 anni, entro il 2014.

Protezione sociale: soppressione degli assegni di solidarietà per i disoccupati di lunga durata, i salariati a basso reddito, i pensionati, i contadini, ecc.; riduzione di quelli per gli handicappati.

Fiscalità: aumento dell’Iva dal 13% (prima della crisi) al 23%; creazione di un’imposta di solidarietà, variabile dall’1% al 4% in funzione del reddito, e di un’imposta supplementare del 3% per i funzionari.

Privatizzazioni (entro il 2012): messa all’asta di terreni pubblici nelle zone turistiche; vendita del 10% di Ote, la società nazionale di telefonia, al suo azionista principale, Deutsche Telekom; cessione della quota dello stato nella Banca postale (34%), nel porto del Pireo (75%), nel porto di Salonicco (75%); privatizzazione di una parte degli attivi pubblici della Lotteria nazionale, delle società nazionali di gas, elettricità e gestione mineraria, delle autostrade, della Posta, ecc.

Irlanda

Funzione pubblica: riduzione dei salari fino al 15% (in particolare tra gli insegnanti e le forze di polizia); soppressione di 25.000 posti di lavoro (su 250.000); blocco delle assunzioni; tagli di bilancio fino a 10 miliardi di euro, entro il 2014; nel 2010, le entrate dello stato erano valutate 31 miliardi di euro.

Pensioni: riduzione del 4% delle pensioni del settore pubblico superiori a 12.000 euro l’anno; allungamento dell’età pensionabile, da 65 a 66 anni nel 2010, e a 68 anni nel 2018.

Protezione sociale: riduzione del 25% dei budget per sanità e servizi sociali entro il 2014.

Fiscalità: aumento dell’imposta sul reddito; introduzione di una tassa sul carbone e imposte anche su acqua e proprietà; aumento dell’Iva dal 19,6% al 21% nel 2013, poi al 23% nel 2014.

Diritto del lavoro: riduzione dell’11% del salario minimo.

Portogallo

Funzione pubblica: blocco dei salari; sostituzione di un pensionamento su due; riduzione del 5% del salario dei 500.000 funzionari che guadagnano più di 1.550 euro al mese e degli amministratori delle imprese pubbliche; soppressione dell’1% dei posti nell’amministrazione centrale, del 2% nelle amministrazioni locali e regionali; allungamento dell’età legale pensionabile da 62 a 65 anni; riduzione delle pensioni superiori a 1.500 euro al mese (per un totale di 445 milioni di euro).

Protezione sociale: riduzione del reddito minimo d’inserimento; riduzione della durata e dell’importo degli assegni di disoccupazione.

Servizi pubblici: tagli del budget nell’istruzione pubblica e nella sanità.

Fiscalità: aumento dell’imposta sul reddito (1,5%); aumento dell’Iva dal 21% al 23%; aumento dell’imposta sulle società il cui giro d’affari superi í 2 milioni di euro (per un totale scontato di 300 milioni di euro); aumento dell’imposta sui beni immobili (300 milioni di euro); imposizione delle prestazioni sociali (300 milioni di euro); tassazione di sigarette, auto ed elettricità (400 milioni di euro).

Privatizzazioni: vendita di diverse imprese nazionali nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni, delle assicurazioni, per un totale di 5,5 miliardi di euro.

Italia

In Italia, invece, secondo i dati messi in rete, e diffusi dai radicali (“che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata Parlamento WikiLeaks”), i padroni del potere assalgono la crisi aumentando i propri privilegi, mentre dall’altro lato rincarano i sacrifici e le privazioni della popolazione, dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, etc. (per salvare il paese, almeno così strombazzano!). Aggrediscono la crisi con i soliti tagli alla spesa pubblica sociale, le strette monetarie, le privatizzazioni e la crescita della disoccupazione e della miseria. Sono in vendita anche i beni dello Stato. Ma nella tempesta della crisi sono loro i maggiori beneficiati e la ristrutturazione capitalistica. I danni per la stessa democrazia liberale-repubblicana poi non si contano: si calpesta la Costituzione repubblicana italiana, ci si fa gioco delle stesse regole del gioco rappresentativo, si difendono gli interessi personali e di casta e aumentano i privilegi dei cosiddetti rappresentanti del popolo:

«La Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli, ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) e conviventi more uxorio. Nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni e 117 mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche. Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionate dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia. Per visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familiari. Per curare i problemi delle vene varicose (voce “sclerosante”), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all’assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.

Ma non tutti i numeri sull’assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desegretati. “Abbiamo chiesto – dice la  Bernardini –  quanti e quali importi sono stati spesi nell’ultimo triennio per alcune  prestazioni previste dal fondo di solidarietà sanitaria come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio  sportivo ed elettrocultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l’importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare”.

Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili?  Cosa c’è da nascondere?

Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: “Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto del principio generale dell’accesso agli atti in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un’attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste”.
Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario.

“Non ritengo – spiega la deputata Rita Bernardini – che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo già l’assistenza che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, e farsi un’assicurazione privata. Non si capisce perché questa mutua integratività la debba pagare la Camera facendola  gestire direttamente dai Questori”. “Secondo noi – aggiunge – basterebbe semplicemente prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all’anno”.

Mentre a noi tagliano sull’assistenza sanitaria e sociale è deprimente scoprire che alla casta rimborsano anche massaggi e chirurgie plastiche private – è il commento del presidente dell’ADICO, Carlo Garofolini – e sempre nel massimo silenzio di tutti.

E NON FINISCE QUI…

Sull’Espresso di qualche settimana fa c’era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha votato all’UNANIMITÀ e senza astenuti un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa € 1.135,00 al mese. Inoltre la mozione e stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali. STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE; STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese; PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare); RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese; INDENNITÀ DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00) TUTTI ESENTASSE.

Ma c’è anche il “Gratis”:

TELEFONO CELLULARE, TESSERA DEL CINEMA, TESSERA TEATRO, TESSERA AUTOBUS, METROPOLITANA, FRANCOBOLLI, VIAGGI AEREO NAZIONALI, CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE, PISCINE E PALESTRE, FS, AEREO DI STATO, AMBASCIATE, CLINICHE, ASSICURAZIONE INFORTUNI, ASSICURAZIONE MORTE, AUTO BLU CON AUTISTA, RISTORANTE (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00).

Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in Parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego). Circa Euro 103.000,00 li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera.

La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO. La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2.215,00 al MINUTO !!»

(qui la seconda parte del saggio)

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NOTE

(1) Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale,  ombre corte / UniNomade, Verona 2010, p.7.

(2) Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale, cit., p.8.

(3) Ugo Biggeri, Finanza, criminalità, economia civile, L’esperienza della Banca popolare etica, in Alfabeta2, II, n.8, Aprile 2011, p. 8.

(4) Ivi.

(5) Ibidem.

(6) Intra.

(7) Alberto Burgio, Uno sguardo adulto sul mondo, in “Alfabeta2”, II, n. 11, Luglio-Agosto 2011, p. 29.

(8) Andrea Fumagalli, La teoria del valore di Marx al tempo della rendita, in “Carta/Almanacco/Cantieri sociali”, XI, n. 28, 31 Luglio/27 Agosto 2009, p. 22.

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[Leggi tutti gli articoli di Antonino Contiliano pubblicati su Retroguardia 2.0]

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FONTE IMMAGINE: http://zeusnews.com/immagini/014536-nasdaq_100_apple.jpg

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