PASSAGGIO AL COMUNISMO (2/3). Saggio di Antonino Contiliano

Passaggio al comunismo  (parte II)

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di Antonino Contiliano

Ogni crisi capitalistica, fin dalle origini del sorgere dell’economia di scambio e di mercato, e fuori ogni dubbio, ha messo alla prova, oltre che le classi soggette, la tenuta della sua stessa verità di “capitale” e capacità di valorizzazione astratta: il presunto equivalente “valore” generale che ha trovato corpo nel denaro e nelle sue misure quantitative diseguali. La quantità di denaro cioè che dovrebbe compensare il tempo di lavoro necessario e/o di vita dei lavoratori (investito nella produzione e per la produttività) da un lato, e dall’altro per realizzare ricchezza, rendite e profitti come diritto esclusivo del capitalista. Una ricchezza però che, fra conflitti sociali e contraddizioni non risolte, è prodotta solamente dalla “potenza” della creatività del lavoro vivo del lavoratore e delle lavoratrici. I produttori sottoposti a contratti ingiusti e ineguali, e contratti che impongono agli stessi di frammentare con la quantificazione la loro stessa unità psicofisica, dividere la stessa attività lavorativa in parti e comparti parcellizzati per poi obbligare a una cooperazione secondo un’organizzazione collettiva che sfugge al loro controllo diretto. Per cui la disalienazione, paradossalmente, deve passare attraverso l’alienazione e un’oggettivazione che reifica il loro esser-ci rapporto sociale, mentre umanizza invece le cose.  In questo contesto il lavoro, infatti, pur essendo una attività di relazione unitaria e complessa, viene parcellizzato in mansioni separate, come le cose e le altre individualità, per poi essere socializzato in forma di cooperazione gerarchizzata sfruttata.

Ma, questa, non è la sola “schize”; schizofrenicamente il tempo di lavoro, specie con la meccanizzazione e l’informatizzazione delle mansioni operaie, infatti viene fatto oscillare fra il tempo del “plusvalore assoluto” e il tempo del “plusvalore relativo” e un mescolamento continuo, così come la stessa attività lavorativa degli individui apparentemente viene divisa in materiale e immateriale, manuale e intellettuale, poiesis e praxis, lì dove, invece, di fatto, non c’è attività che ad un tempo non sia manuale e intellettuale e individuale sociale. La differenziazione di livello (il prodotto tecno-manuale non è altro che la realizzazione di un progetto che mette in atto un’idea e un’immagine o ciò che di spirituale o immateriale qualifica l’uomo) non implica minimamente la rottura dell’intreccio se non per un ordine di potere.  L’uomo – scrive Marx (XI Tesi su Feuerbach)  – è “l’insieme dei rapporti sociali”. Una unità psicofisica onnilaterale, sociale e creativa che non può essere sminuita e soggetta al diritto egemonizzante dell’astrazione valorizzante “schizoide” e alla produzione di plusvalore a danno del lavoro altrui (materiale o immateriale sia la “forza” e dei sani nessi con l’ambiente), di cui, come il vampiro dell’horror, si nutre la proprietà capitalistica.

Un diritto che ieri, sul piano economico-sociale, aveva la forma della rendita, poi del profitto e oggi quella della rendita-profitto (si potrebbe coniare – azzardiamo, e per ironia – il neologismo “rendifitto”). Perché, come già detto da altri, anche oggi, prevalentemente (e come tendenza), il capitalista si appropria glocalmente della ricchezza prodotta dal lavoro “creativo” indipendente-dipendente dei singoli connessi rimanendo fuori dal possesso diretto degli strumenti produzione (cosa che non avveniva nella sua fase industriale precedente). Ieri, infatti, la componente “C” (capitale costante) di proprietà diretta – C/v (“v” la parte variabile, il salariato) – era parte ineliminabile del sistema produttivo capitalistico.  Questa componente, in atto, non gioca più una parte di rilievo strutturale.

L’economia capitalista odierna infatti investe essenzialmente sull’interezza psicofisica autonoma del “lavoro vivo”, che di fatto e potenzialmente non ha bisogno essenziale della sua controparte, sfruttandone al massimo la produttività, le sue risorse immaginative autonome e riproducibili senza limiti. Le possibilità dell’autonomia psicofisica individuale, forza unica che è insieme potenza creativa personale (il “proprio” dei soggetti autonomi) quanto il general intellect (sapere sociale e bene comune) di cui dispone ciascuno, godono dell’indipendenza mentale dei loro proprietari, e il capitalismo contemporaneo le utilizza aspettando di investirvi il proprio denaro. Impiegati come capitale umano, e senza riguardo alcuno per l’occupazione, i diritti sociali e personali dei lavoratori e l’ambiente circostante (specie ora che l’investimento avviene senza rischiare più in termini di proprietà e possesso diretti) sono diventati le sue risorse privilegiate.

Si finanzia infatti solo la cognitività creativa personale e sociale di ogni produttore indipendente, e anche nelle forme dell’open source cooperative di rete, perché le idee/oggetti/immagini proposti possano essere tradotti in merce-immagini-sentire-significati-merci vendibili sul mercato (la merce ha sempre un valore d’uso e uno di scambio, naturale o artificialmente sia il bisogno provocato, materiale o immateriale sia la sua natura), il cui ricavo rimane però sotto la mannaia del diritto di proprietà privata e del sistema bancario. Il comandamento della proprietà che, rimasto in piedi, circola però nella forma prevalente della brevettazione e del copyright e con l’assillo dell’innovazione competitiva più sfrenata, sì che saturazione dei mercati e sovrapproduzione diventano devastanti per l’economia reale e sociale. In mano al capitale finanziario ballerino, in cerca sempre di maggiori profitti-rendite, il destino di vita delle persone e delle società è preda così solo di sfruttamenti indiscriminati, e il “valore” che incorpora la stessa vita come sua forza motrice non smette di pompare saggi di profitti astronomici.

I danni, a quanto pare, si fanno ricadere solo sull’ecosistema e le moltitudini. E solo oggi, in cui l’acutezza del disastro rende ogni cosa insopportabile, ci si rende conto della gravità delle minacce incombenti persino sul destino di qualsiasi habitat e sulla stessa sovranità (politica, culturale, alimentare, esistenziale, etc.) di ciascuno (individuo o popolo). Nel tentativo di una scappatoia o di una feritoia nei gironi dell’inferno del mercato mondiale e dei mercati finanziari multinazionali privati, ormai, sembra girare continuamente attorno al centro sferico autoriflettente di una immagine che dilata e contrae solo se stessa: un’onda che si dilata e si duplica sovrapponendosi come la piattaforma circolare di un circo equestre impazzito.

Le oscillazioni tra una crisi e un’altra del mercato mondiale capitalistico – il vero soggetto, diceva Marx, capace di disporre, giocando con le crisi ricorrenti, di ogni cosa e destino – non l’hanno depotenziato. Tutt’altro! Se si vuole uscire dal modello incriminato, come ha scritto nei suoi “Manoscritti economico-filosofici” del 1844 il suo autore, e nel proseguo delle altre opere, nate dall’osservazione dei fatti storico-sociali emblematici del modo di produzione capitalistico, la via praticabile è il “comunismo”. Il comunismo che abolisce sia lo stato di cose presente, sia la proprietà privata che la proprietà in quanto tale. Perché il comunismo volgare della proprietà privata universale, estesa cioè a tutti i membri di un comunità, come osserva Michael Hardt, è un ossimoro”: se la proprietà privata è universale […] non è più privata” (9), e tanto meno “comune”.

Michael Hardt, leggendo il passaggio “Proprietà privata e comunismo” nei “Manoscritti” di Marx, rileva che il “comune” del comunismo, il comunismo, è l’abolizione completa del carattere di privatezza e di proprietà quali specificità del modo di produzione capitalistico, e delle formalità che ne sostengono le relazioni funzionali. Il comunismo volgare, infatti, se mette in crisi il concetto di privato non elimina tuttavia il concetto di proprietà. Per Marx dei “Manoscritti”, invece, “Il comunismo è l’espressione positiva dell’abolizione della proprietà privata” (10). E anche se una completa elaborazione dell’abolizione della proprietà, il filosofo la fa più tardi ne “Il Capitale”, è nei “Manoscritti” che l’“espressione positiva” acquista la valenza comunista della “proprietà in quanto tale” e della proposta del “comune” come suo antagonismo dialettico.

Ma è anche in questo duello che si consumano le crisi della produzione e della riproduzione del sistema come una sua intrinseca forza di rivoluzione e ristrutturazione per conservarsi il potere dominante di “capitale”, il quale sfrutta la potenza d’uso del lavoro e della vita dei soggetti e la finalizza al profitto privato. Nelle sue crisi di crescita dunque il capitalismo trova la sua verità; una verità mercificante e tutt’altro che finalizzata all’umanizzazione, alla libertà e all’eguaglianza degli uomini. Una tenuta di verità di potere e nelle forme storiche determinate, che di volta in volta l’organizzano, e per questo rivoluzionante continuamente le forze produttive e i rapporti di produzione.

Le variazioni sono però anche il segno che il tempo (inizio, durata, crisi, transizione di fase, accumulazione, ciclicità delle crisi…) lo configura inevitabilmente; e che se è nato e sviluppato nella contingenza della storia e della transitorietà delle forme non può durare in eterno.

Senza entrare nella presunzione del crollo automatico e in una data predefinita, è certo che deve morire sia per il risveglio delle lotte che per le sue stesse contraddizioni. Non può essere eterno. La sua non è pertanto una verità naturalistica indipendente, assoluta e autosufficiente che dall’ideale scende nel reale per fecondarlo e giustificarlo nel suo permanere.

Solo un nuovo “San Sancio” (Stirner) potrebbe, farsescamente, riscrivere cose del genere dopo la “tragedia” messa in luce da Marx (Ideologia tedesca). “Una delle grandi tesi dell’Ideologia tedesca, proveniente direttamente dalla società liberale, ma ritorta contro di essa, è che la società ‘borghese’ si costituisce irreversibilmente a partire dal momento in cui le differenze di classe prevalgono su tutte le altre e praticamente le cancellano. Lo Stato stesso, per quanto ipertrofico appaia, ne è solo una funzione. È in questo momento che giunge al culmine la contraddizione tra particolarità e universalità, cultura e abbrutimento, […] circolazione universale dei beni e restrizione del loro accesso, produttività apparentemente illimitata del lavoro e ingabbiamento del lavoratore in una ristretta specializzazione […] Tutta l’argomentazione dell’Ideologia tedesca tende […] a mostrare che questa situazione, in quanto tale, è insostenibile, ma che, per  lo sviluppo della sua propria logica, essa contiene le premesse di un rovesciamento (Umwälzung), che equivarrebbe semplicemente alla sostituzione del comunismo alla società civile-borghese”. (11)

In fondo la sua stessa nascita storica e le transizioni da una forma ad un’altra, che ne hanno caratterizzato il cammino dall’epoca moderna fino all’oggi dell’“eclissi del lavoro”, sono una chiara testimonianza della sua natura artificiale e processuale quanto contingente e transitoria. Non è improbabile che una “aleatorietà”, come un “effetto farfalla”, possa giocare anche quale fattore di correlazione positiva da aggiungere alle lotte degli sfruttati.

I veri produttori e sfruttati, infatti, venuto meno il compromesso (garantito dalle parti sociali, sindacali e politiche del Novecento) tra capitale e mondo del lavoro, sono sempre meno liberi e garantiti dopo il crollo dell’equilibrio tra i profitti e gli interessi dei lavoratori. Quell’equilibrio – rotto a favore dei profitti – che, nell’epoca riformistica e delle varie “solidarietà nazionali”, muovendosi tra le lotte del rifiuto del lavoro e le innovazioni (la terza rivoluzione industriale) a scarsa occupazione di lavoro dipendente, aveva permesso comunque una certa convivenza.

In questa situazione, scrive Carlo Formenti, “partiti e sindacati socialdemocratici vedono svanire sia il proprio potere di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, dei quali controllano sempre meno gli umori e comportamenti, sia la capacità di ottenere sicurezza in cambio di moderazione, a mano a mano che la crisi induce stato e padroni a stringere i cordoni della borsa. Così la crisi […] e l’indebolimento delle classi lavoratrici […] spianano la strada al più radicale e rapido processo di ristrutturazione che il capitalismo abbia messo in atto nel corso della propria storia, accompagnato e sostenuto dalla svolta neoliberista che i governi di tutto il mondo occidentale mettono in atto a partire dagli anni Ottanta […] catalizzatori del cambiamento sono soprattutto due fattori: il processo di deregolamentazione/globalizzazione dei mercati finanziari e la rivoluzione tecnologica innescata dal diffondersi del personal computer e della loro successiva messa in rete attraverso Internet e il Web. Decentramento produttivo, terziarizzazione e finanziarizzazione dell’economia, impresa a rete, frammentazione e individualizzazione del lavoro, smaterializzazione dei prodotti, migrazione della produzione di valore nel settore ICT, centralità della produzione di informazioni e conoscenze […] hanno provocato in tempi brevissimi quella che può essere definita senza esagerazioni una catastrofe del lavoro”. (12)

Ora se la catastrofe del lavoro ha reso felice lo sfruttamento capitalistico ad libitum, quale “aleatorietà” potrebbe aprire una breccia mortale nel modello e nelle sue crisi ricostituenti se non quel “clinamen” dei movimenti di base che deviano la caduta dalla linea retta e si muovono come una “moltitudine” sociale transnazionale diagonale, perseguendo l’orbita acapitalistica dei beni comuni e del “comune” del comunismo di nuova generazione?

Esposta ai processi temporali e politici ad un tempo, che ne fanno venire a galla contraddizioni, antagonismi, aggiustamenti, ipotesi di soluzione e superamento, la storia odierna e la progettualità avvenire ci mette ancora davanti le profetiche analisi di K. Marx. E sono quelle analisi che coniugano politica, scienza e filosofia a partire dalle indagini che sviscerano l’economia e la critica dell’economia politica capitalistica, oggi parassita delle forme del simbolico e delle forme di vita della soggettività (non si producono solo merci-oggetti-immagini-significati, si producono anche i soggetti del consumo). Non è in gioco solo la contraddizione tra forze produttive (nuove, le “creative”) e i rapporti di produzione dislocati, come si dice oggi, sulla rendita. In gioco, infatti, come ha previsto Marx nelle sua opera matura e negli “appunti” dei “Grundisse”, anche se ai suoi tempi non correvano le “crisi dell’indebitamento”, è sempre il “modo di produzione” capitalistico. La macchina di potere e dominio cioè che funziona interamente sullo sfruttamento delle relazioni sociali (ieri sul versante dell’industria hardware, ora su quella software e/o la coesistenza dell’una e dell’altra, a seconda del contesto in cui opera).

Ecco perché le analisi di Karl Marx, come si legge seguendo, per esempio, l’opera di Etienne Balibar o di Paolo Vinci o di Carlo Formenti o di Christian Marazzi (solo per citare alcuni fra gli altri autori del tempo presente, che se ne sono interessati).

Altri lavori consistenti e frutto di una riflessione collettiva e a più voci – Alain Badiou, Judith Balso, Bruno Bosteels, Susan Buck-Morss, Costas Douzinas, Terry Eagleton, Peter Hallward, Michael Hardt, Jean-Luc Nancy, Toni Negri, Jacques Rancière, Alessandro Russo, Gianni Vattimo, Slavoj Žižek – sono invece gli scritti raccolti nel volume “L’idea del comunismo” (2011).

Quello che emerge è che il cuore dell’analisi marxiana – la valorizzazione e lo sfruttamento in funzione del plusvalore e dei profitti – non ha finito di pompare. La sua circolazione regge piuttosto bene nonostante le profonde modifiche e innovazioni dell’assetto del capitale. Sebbene le attuali cicliche crisi economiche e finanziarie del capitalismo immateriale non hanno lo stesso iter temporale di quelle del XIX (individuate da Marx allo scadere di ogni dieci anni: 1837, 1847, 1857, 1866…), tuttavia non hanno cambiato natura. Il lupo perde il pelo, si dice, ma non il vizio.

Ancora oggi (XXI) il costo delle crisi del capitalismo finanziario e delle borse, dell’indebitamento (privato e pubblico) o dello sfascio sociale e ambientale planetario, è legato alla voracità dei saggi di profitto e di reddito e a danno dello spazio-tempo dell’esistenza sociale della maggioranza delle persone. Ma sono le crisi del capitale cognitivo e relazionale libero-scambista che, pur avendo messo a lavoro e valorizzazione persino il general intellect (sapere sociale), sottoponendone la creatività a ritmi accelerati dello sfruttamento anche dei sentimenti e delle immagini (“brand”), sono ancora leggibili alla luce della chiave dell’astrazione e del denaro (la subordinazione alla legge del “valore”) individuata da Marx. Il fatto che, rispetto a quelle precedenti, siano molto più ravvicinate, insidiose e invasive, in quanto sfruttano l’informazione e il maneggio robotizzato dell’informazione e dell’IA (intelligenza artificiale) e dei sistemi integrati, nulla toglie alla potenza esplicativa dell’analisi marxiana.

Il potere del capitale e di chi ne maneggia le leve se, grazie alla nano-scienza e alla tecnica sofisticata, incorpora la gran parte della potenza autonoma dell’attività lavorativa e della produzione di beni e servizi, non ha tuttavia smesso di piegare il lavoro, la vita e le stesse forme di vita alla logica espropriatrice della valorizzazione scambista che lo caratterizza. Anzi ibridano tempo di lavoro e tempo di vita, “plusvalore assoluto” e “plusvalore relativo”, grazie alla pervasiva informatizzazione del lavoro e alla retificazione delle relazioni individuali e sociali, è diventata più estesa e profonda rispetto all’epoca del vecchio fordismo. I suoi tentacoli si sono infatti deterritorializzati, esternalizzati, terziarizzati, fluidificati e fatti potenti fino a più che raddoppiare il feticismo delle relazioni monetizzate, in quanto ha creato anche il parallelo mondo virtuale del cyberspazio con i suoi recenti sviluppi in second life et alia (facebook, twitter, etc.); quel mondo parallelo cioè che, permettendo insieme potenza creativa e sfruttamento del lavoro libero e gratuito, l’economia del “dono”, che gira in rete e viene catturato senza essere neanche pagato, non ha disincentivato le bolle tecno-finanziario e borsistiche della new economy.

Così, per esempio, le crisi del 2000, 2005, 2008 e 2011 (XXI) potrebbero essere il rovescio di quelle del XIX e XX per il fatto che la crisi è determinata dalla finanziarizzazione esponenziale dell’economia e dal credito bancario e borsistico fluido e mobilissimo senza riguardo alcuno ai bisogni reali, lì dove, invece, la finanza dell’economia politica precedente era legata sì alla moneta ma, sebbene in ambienti concentrati e protetti per l’espansione, provvedeva pure alla produzione economica di beni d’uso, utili a tutta la comunità, e di certa durata. Non prevaleva di certo il consumismo delle immagini e dei marchi o degli stili di vita. I luoghi avevano stabilità e riconoscibilità, e una certa condivisione del controllo reciproco (tra capitale e lavoro) permetteva sia la conflittualità lavorativa tollerata, che una soglia distributiva crescente e la garanzia del profitto stesso come espropriazione e appropriazione privata, lì dove invece oggi i poteri della produzione sono organismi non statali (Fm, Bm, Wto, G8/20, etc.) e, deresponsabilizzati come la stessa tecno economia, sfuggono a qualsiasi controllo dei classici poteri rappresentativi e delle organizzazioni sociali, sebbene la ricchezza sia sempre prodotta socialmente e cooperativamente.

(qui la terza parte del saggio)

(qui la prima parte del saggio)

 

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NOTE

(9) Michael Hardt, Tornare a Marx per affermare il comune, in “Carta/Almanacco/Cantieri sociali”, cit.,  p. 18.

(10) Ibidem.

(11) Etienne Balibar, Rovesciamento della storia, in La filosofia di Marx, manifestolibri, Roma 1994, pp. 42, 43.

(12) Carlo Formenti, L’eclisse del lavoro, in Felici e Sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, manifestolibri, Roma 2011, pp. 85, 86.

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FONTE IMMAGINE: http://cdn.blogosfere.it/crisis/images/karl_marx2.jpg

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