QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.87: Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. “Poesie irpine e altri versi”

Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. Poesie irpine e altri versi, a cura di Paolo Saggese, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

«Oscata 1. Anche gli olmi sono secchi, ischeletriti, / mentre primavera d’intorno / finalmente prorompe. E’ un’infanzia che affonda / nell’erba umida di questa primavera tardiva, / forse una vita. // Il progresso è arrivato anche qui / con automobili, case imbiancate, / con blue jeans e provocanti seni, / con cartelloni logori piantati / sui letamai. // Non ero nato per questo. / Predicavo progresso. Ero incapace / di spostare un fuscello; ero incapace / di godere i frutti / della nuova era. // Come se fossimo nati / per segnare destini, per una vita degna / di biografia, non per la cieca marcia / ripetitiva / delle formiche! Meglio di me / lo sanno da sempre i vecchi rannicchiati, / sonnecchianti al sole. // Eppure io qui / vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne, / rifiorire le primavere / dei patriarchi, alzarsi cupole / di eguaglianza e giustizia / in palingenesi millenarie. // Ma ora gli olmi sono secchi…» (p. 21).

Si vede subito, fin dal primo accenno alla secchezza mortale del suolo e della vita presente nonostante il riemergere di Proserpina primaverile, che qui si tratta di un destino racchiuso in pochi versi: la fuga dal Sud, la paura di essere costretto a vivere in un mondo racchiuso in se stesso, “rannicchiato”, “sonnecchiante”, la volontà di vivere come segno di vittoria sulla morte civile, la diffidente ritirata di fronte alla furia di un progresso troppo facile e non mai conquistato con le lotte necessarie a qualificarlo come conquista, non come concessione. Eppure il Sud profondo di Oscata di Bisaccia non è solo il regresso continuo e inarrestabile in una stagnazione del vivere che prelude ad una fine prematura delle speranze e dei sogni di giovinezza; è ancora il luogo aurorale della nascita, il momento della presa di coscienza, il serbatoio incombusto e inafferrabile del mito e della capacità inesausta a forgiarlo, a predisporlo, a sognarlo.

Antonio La Penna non è soltanto il grande studioso di letteratura latina il cui prestigio è ben consolidato a livello universale, non è soltanto il maestro di filologiche avventure a livello testuale e storico, non è soltanto il professore di Filologia Latina della Scuola Normale Superiore di Pisa della mia giovinezza. E’ anche un poeta – un lirico scabro, aspro, anti-classico, mai paludato nella toga della retorica consumata dell’accademia che si diletta di scrivere solo per dimostrare di saperlo fare. I suoi versi già noti in un paio di raccolte rimaste quasi clandestine (Salmi senza musica e varietà usciti a Bari, Edizioni del Centro Librario nel 1963 con il poco velato pseudonimo di Bartolomeo Calamo e La città moribonda. Variazioni su Petronio e altre poesie, con una Prefazione di Gianni Scalia, Firenze, Sansoni, 1985) sono riletture, tragiche e assorte, dei temi della poesia lirica di sempre. Tra di essi la nostalgia, la lontananza, il ricorso emergono con la prepotenza di una necessità di canto. In questo mannello ulteriore di poesie, che pescano nelle raccolte maggiori e riuniscono, per la prima volta, per le cure valorose di Paolo Saggese, altri testi sparsamente pubblicati sulla bella rivista leccese “L’Immaginazione” tra il 1987 e il 1989, si ritrovano i momenti più direttamente riferentisi alla dimensione “meridionalistica” dell’ispirazione di La Penna. Poesie come Oscata 1 e 2, Messaggio agli amici di Bisaccia e soprattutto Mephitis (di cui varrà la pena citare qualche linea) coniugano lo strappo della lontananza con l’asprezza della ripulsa di un mondo che non sembra voler cambiare nonostante il tempo passato e le trasformazioni avvenute e in cui la voracità delle classi dirigenti si accoppia alla fatalistica rassegnazione delle classi subalterne che non sanno scegliere tra il riscatto e l’assuefazione alla schiavitù di sempre:

«[…] Sulle colline grigie / negli spersi casolari / donne di castità forzata, / bambini in blue jeans, vecchi decrepiti / sotto i muri imbiancati / custodiscono gli antichi focolari. / La televisione porta i bagliori / delle città lontane. / I logori paesi / si aggrappano alle cime / nel loro terrore secolare: / Trevico tormentata dai venti, / Bisaccia corrosa dalle frane, / Lacedonia sospesa a una schiera nera di mulo. / La gente fugge / dalle montagne appestate, / dalle valli bruciate / intorno alle bocche dell’inferno. // […] Altra peste ti spopola, / Irpinia desolata, / peste di miseria e di paura, / di rassegnazione e di torpore. / dopo i baroni i galantuomini, / dopo i galantuomini i ras / di una sottile arte politica, / impastata di menzogne e di ricatti, / di segrete manovre e di rapine: / al gorgogliare perpetuo / dei sotterranei gas / niente si muta / negl’immobili millenni. / Solo si leva la speranza / di una schiavitù lontana / nel favoloso nord. // Nel maledetto sud / est locus Italiae…» (pp. 25-26).

Più che al Montale di Satura (cui pure critici acuti come Romano Luperini l’hanno paragonato sia pure con qualche distinguo) mi sembra che l’accento sdegnato e la descrittiva pietosa del tratto disegnato dei luoghi rievocati accomunino La Penna a certe notazioni del primo Pasolini (quello di Le ceneri di Gramsci  e delle poesie dedicata alle “città del silenzio”) e permettano poi il successivo scatto dell’indignazione civile e della maledizione sacralmente riversata sul male di sempre.

Il dolore è quello di sempre, il male-odorante luogo della sorgente sacra alla dea Mephite continua nel suo sempiterno miasma e nella ebollizione dei suoi veleni eterni e così pure i mali politici e sociali che affliggono il Sud come una sorta di maledizione scagliata per l’eternità (e dalla quale sembra che non ci si possa liberare) continuano a esercitare la loro sempiterna malia.

Il Novecento, “secolo breve” per antonomasia (giusta la definizione terribile e icastica di Eric Hobsbawm) è stato anche il secolo della fine delle utopie e delle speranze in una possibile palingenesi del mondo. Breve e orribile nella sua conclusione, costellato di morte e dannazione, il Novecento si era aperto sotto il segno della trasformazione epocale, della rivoluzione finalmente conseguita attraverso l’”assalto al cielo” della politica. Il suo rinchiudersi in un pozzo senza fondo di morte e di rassegnazione sembra aver saldato il conto a quelle aspirazioni aurorali di trasformazione epocale, di sogno di vita e di libertà.

Ma solo per chi è ormai sicuro di poter solo più vivere nella disperazione è data ancora la speranza – soprattutto una delle sue forme più vigili e potenti che ha nome poesia.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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