Lo “Zibaldone” di Marco Palladini

Marco Palladini, Chi disturba i manovratori? Zibaldone incerto di inizio millennio 2000-2010, Editrice Zona, Arezzo 2011.

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di Antonino Contiliano

 

Se i manovratori fanno sapere che sono disturbati, allora vuol dire che c’è qualcuno che si accorge che la guida della macchina che contratta o contrabbanda il consorzio dei rapporti umani e la polis non è a posto. E la macchina è l’ingranaggio degli affari multilaterali del mondo.

Sono i fatti messi in opera dagli uomini di buona volontà e dis-messi dalla concordia-discordia, e naturalizzata da quanti a ciò spinti da interessi di parte: si vuole la pace e scatta la guerra; si predica l’amore e l’odio apre i suoi centri commerciali dappertutto; si vuole ricchi e felici tutti e i pochi spuntano come i soli eletti del destino.

Sono i fili del telaio linguistico-simbolico o culturale che, impiegati per connetterli, giustificarli, giustificarsi, o ergersi a maestri e giudici (giudici che emettono sentenze, sentenze di morte e si sottraggono però al giudizio stesso), non danno con-vincente il valore di scambio delle relazioni asimmetriche tra sé e gli altri nell’ordine politico-sociale.

Per cui la stessa macchina linguistico-simbolica, dove il pensiero e l’azione (riflessi) colgono per prima la consapevolezza interattiva degli equilibri e degli squilibri, manifesta una tenuta e direzione che non vanno bene: il guastatore ammicca, analizza, sbroglia, denuncia e rende pubblico (con dispiacere di chi si vede disturbato il proprio territorio di caccia eletto a riserva personale e privata).

Il segno non è quello giusto! I passeggeri non sono distratti, piuttosto sono attratti dalle vistose disfunzioni e dagli sfilacciamenti surriscaldati e fradici che non amalgamano affatto gli ingredienti del pastone. Piuttosto l’imbroglio li disfa! La tenuta e la direzione non vanno bene. Sono come un colabrodo: fanno acqua da tutte le parti.

Così la macchina dell’omologazione egemone delle cose, della lingua, della cultura e della politica è il lago del mar morto, e del nostro tempo più vicino, che Marco Palladini, autore di Chi disturba i manovratori? Zibaldone incerto di inizio millennio 2000-2010, mette a setaccio e burla. E il falso del regime di verità di questo sfascio del postmoderno – rispetto a cui lo stesso “mentitore” Epimenide avrebbe sicuramente provato invidia (per la mancanza di ambiguità che invece connotava il suo detto: “io dico il falso”) – allora si mette di traverso, ma il pensiero si impegna come “endiadi” o in un bilico particolare tra “Sein und Dasein”, dove l’“esser-ci” gioca una singolare partita tra la certezza e l’incertezza di ESSERE valore e pienezza di senso, e non solo entità spazializzata, rinchiusa in una pura e sterile presenzialità (come nel postmoderno). Una oscillazione cioè che, grazie, ci sembra, alla plurifunzionalità del connettivo “e” (“und”), consente al nostro autore di trovare un’associazione sensibile alla retroazione temporale e, pertanto, rimando/connettivo possibile dell’“Essere ed esserci” di M. Heidegger al/con il tempus della rimembranza poetica leopardiana dedicata al tempo-che-fu di Silvia – “Silvia, rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale, / […]”. E, tanto, per dirci dell’interrogativo inquietante che taglia il nostro esser-ci in questa età segnata profondamente dal declino della postmodernità. Per cui, lasciando che il “siamo” ci si impone con la sua equivocità semantica (quasi una rima equivoca!): “Noi (per ora) ci siamo. Ma… siamo?” (p. 209).

Ma lo scrittore Palladini, come un “Let be” che opera di demistificazione e critica, a volte procede velocemente e paratattico; e con connessioni che, senza peraltro oscurare il senso di quanto messo a fuoco, deborda pure la consueta sintassi. La sua morfosintassi, fra le figure delle sospensioni, raddoppiamenti e gradazioni (non mancano metaforizzazioni e costrutti aforismatici), tuttavia (anzi) fa egualmente affiorare sospetti e verità non più eludibili. Nell’“inizio del millennio”, infatti, nello “zibaldone”, non manca, certa, la risposta “che lascia che sia” (tanto per riprendere il senso della canzone “Let it be” dei Beatles): “… uomini… Uomini… Uomini delle istituzioni e uomini privati, deprivati, che invocano la privacy… […] Uomini e ominicchi… Uommene e quaquaraquà […] Uomini globali e uomini tribali… Uomini pigmei e uomini watussi… Uomini dei tristi tropici e uomini felicemente atlantici […] Uomini in vendita e uomini che non hanno prezzo… Uomini galantuomini e uomini ‘sottouomini’…” (Well – Respected Men, pp. 171, 172).

Si potrebbe dire, quella di questo libro di Palladini, un’altra lingua come “macchina da guerra”. Una lingua altra ma atta a sbugiardare i discorsi ufficiali, quelli presupposti o quelli del silenzio sui dubbi inquietanti e non chiariti che investono dichiarazioni e assetti che riguardano lo scacchiere della geopolitica mondiale dell’“Impero”.

Nessuno d’altra parte ignora il fatto che oggi la manipolazione dell’opinione pubblica e la lotta per il dominio del suo immaginario passa attraverso il monopolio del linguaggio verbale e iconico.

Setacciando e inframmezzando le “testimonianze” con la pubblicistica corrente, la filmografia documentarista, dialoghi teatrali e poesie, etc., lo scrittore e poeta Palladini però denuda i cosiddetti fatti fitti e aiuta a rendere giustizia alle verità deturpate o a lapidare quelle che il potere ha messo in circolazione per le sue guerre di classe, di “civiltà” e di dominio.

A proposito dell’11 settembre, il presunto attentato del terrorismo islamico alle Twin Towers e al World Trade Center dell’America, l’autore difatti fa ricorso al libro Guerra e globalizzazione di Michel Chossudovsky e al “docu-movie” di Michael Moore:

 

«C’è allora da capire, e non è un argomento secondario, che cosa sia realmente avvenuto dietro l’11 settembre […] Chossudovsky ricapitola puntualmente la storia di Al-Qaeda e di Osama Bin Laden come specifiche creazioni della CIA in funzione prima anti-sovietica e poi anti-russa, per il controllo dell’Asia Centrale e del Caucaso […] ancora più interessanti sono le informazioni sul ruolo dell’ISI (il servizio segreto pakistano) come interfaccia tra CIA, Bin Laden e Taliban. Negli interstizi dei doppi e tripli giochi tra strutture di ‘intelligence’ e formazioni terroristiche è probabilmente maturato lo spettacolare ‘colpo’ contro il World Trade Center. (DE BELLO GLOBALICO, p. 12);

[…]

Passa il tempo ed emergono progressivamente tutte le bugie e le fandonie e le manipolazioni del sistema imperiale yanckee-occidentale che, però, alimentano una guerra dopo l’altra, e non importa se i conflitti si rovesciano in disastri bellico-politici, in crisi da impantanamento tattico permanente. […] Inoltre, il tempo (sinusoidale) passa, e le risposte sempre differite alle domande inquietanti e imbarazzanti sul crollo delle Twin Towers, come nel docu-movie di Michael Moore (e in quello prodotto da Jimmy Walter), continuano a non venire, le ‘prove schiaccianti’, autoevidenti – sull’attentato con aereo ‘invisibile’ al Pentagono, sulla distruzione dell’edificio 7 del World Trade Center mai colpito da alcun velivolo, etc. etc. – non ci sono, i filmati che dovrebbero chiarire non chiariscono nulla, il polverone delle inchieste ufficiali aumenta la confusione, e così montano i dubbi e la ridda delle ipotesi ‘alternative’ anche presso gli scettici (LA DIALETTICA NEGATIVA DEL POTERE-FICTION, p. 31)».

 

Non meno efficace è il quadro, dipinto in un “Atto Unico” (scritto dallo stesso Palladini, che è anche attore e scrittore di teatro), della violenza – gratuita e volutamente esercitata con efferatezza dai soldati e dalle soldatesse – dell’esercito americano sui prigionieri islamici (presunti terroristi, cui è stato negato però ogni diritto e difesa). E in questo atto unico – “Lo spirito, la carne e il buio. Abu Ghraib Memorandum, pp. 21-30” – il nostro “jongleur” (come lo chiama Giorgio Patrizi nella sua nota introduttiva: “Esercizi di sopravvivenza: uno zibaldone per il nuovo millennio”) mette in scena l’orripilante crudeltà cui è capace di addestrare l’umanesimo liberal-democratico della civiltà nordamericana-occidentale (i maestri dei campi di concentramento nazi-fascisti non sono passati invano!). Ma quello sguardo “che ruota a 360 gradi sulla molteplicità degli eventi che la storia accumula contro le torri di guardia” – dice Patrizi – “è (corsivo nostro) l’occhio dell’autore […] abituato a scrutare l’orizzonte, a riconoscere le dinamiche e le fisionomie che agitano gli spazi in cui disegna la skyline della post-modernità. Ciò che qui compie l’autore è un gesto di profondo, meditato, significato politico e culturale” (p. 5):

 

«Ci hanno tirato fuori dalle celle […] Urlando ci hanno ordinato di spogliarci nudi […] un sergente grande e grosso ci sputava addosso […] poi sono arrivati quelli con i cani lupo, li hanno aizzati […] un macello […] avevo ferite molto dolorose sulla schiena…un soldato con dei pesanti anfibi bianchi ci camminava sopra e sorrideva soddisfatto…(Voce 0, p. 21)”; “Il fatto è che questi islamici sono delle bestie … […] Bestie ripugnanti sono… indifferenti alla morte… dei mostri naturali… e noi dovremmo usare i guanti bianchi con questa gente? (Voce 1, Ivi); “Voglio precisare che noi eseguiamo degli ordini, nessuno di noi agisce a capocchia o per iniziativa personale […] riassumo tutto quello che il comando ritiene lecito: A) privare i detenuti del sonno; B) tenere le luci della cella accese notte e giorno; C) far passare i prigionieri dal caldo al freddo estremi; D) incappucciare la testa dei detenuti; E) denudare completamente i prigionieri, meglio se alla presenza delle soldatesse; F) obbligare i prigionieri a perquisizioni e controlli corporali da parte delle soldatesse; G) minare il loro equilibrio bio-psicologico, facendogli perdere il senso del tempo e dello spazio; H) tenere i detenuti costantemente in condizione di stress per indebolire la loro resistenza e, per l’appunto, annullare la loro volontà… (Voce 3, p. 22)».

 

Ma della skyline della post-modernità Palladini dà prova d’esercizio critico-culturale lì dove gli “eretici” della letteratura, dello spessore di Emilio Villa, Carmelo Bene, Gianni Toti, o dello stesso caso di P. P. Pasolini, oggi sono relegati nel silenzio, mentre personaggi quali il campano Roberto Saviano (l’autore di Gomorra) e la siciliana Emma Dante, regista e attrice palermitana, “a partire dallo spettacolo Mpalermu” (p. 163), rispettivamente potrebbero ascriversi nel tabellone del marketing editoriale e dei falsi miti.

Per Romano Luperini, ma le perplessità non mancano, Saviano rappresenta come un segnale sicuro “della fine del postmoderno” del ritorno dell’intellettuale (“e la nuova condizione dell’intellettuale”) che si immerge nella realtà e come un “messia” (non certamente quello in cui ha fede W. Benjamin), il Savonarola che sancisce una fine:

 

«la fine del postmoderno e la nuova condizione dell’intellettuale. […] Quella di Gomorra sarebbe così una ‘parola-sentinella’ che fa i conti con la realtà, con i fatti (che, si sa, “hanno la testa dura”), che non si tira indietro di fronte alla denuncia dettagliata del modus operandi della criminalità organizzata […] che scrive attraverso la ‘pelle del corpo’ e si espone fino a diventare l’alfiere, appunto, di un’epica neomoderna. Il postmoderno con tutta la sua ‘metaletteratura, la riflessione sul linguaggio, il citazionismo, l’intertestualità infinita’ è, di colpo, spazzato via, ridotto a reperto storico. Luperini […] individua in Saviano il prototipo di una nuova figura di intellettuale ‘specialista della liminarità’, un uomo di confine che oltrepassa la soglia del ‘potere-sapere’ per ‘contagiarsi’ […], per impestiarsi con la realtà più infame e assassina. […]. Se ancora Pasolini si avvicinava all’“altro” […] con infinita pietas poetica, ma rimanendo se stesso, cioè in fondo un intellettuale borghese […], Saviano sarebbe l’oltre intellettuale di periferia, senza più centralità privilegiate […], “diventa l’altro”, perché l’altro-da-sé col suo atto di scrittura-verità è entrato in lui, sottopelle, è diventato lui medesimo. […] ma è poi veramente così? […] Saviano si sente in qualche modo un messia […] È per questo che non ha esitato a prestarsi al gioco, anche cinico, dei media inteso a trasformarlo in figura-simbolo, in icona quasi di martire annunciato. […] Una parola torna e ritorna sia nel suo libro, sia nei suoi discorsi: ossessione. […] Saviano è palesemente ossessionato dal Male che vede attorno a sé […], pronto al sacrificio pur di non arretrare di fronte alla ‘verità’. Dico tutto questo, anche con simpatia, ma […] tutto ciò come entra, come c’entra con la letteratura?» (pp. 71-72; 73).

 

Per il caso di Emma Dante, invece, sembra domini la ragione del conformismo pilotato, eterodiretto o rispondente a pulsioni collettive inconsce. L’aura di cui è circondata, nonostante l’indubbio talento, sembra sia “esageratamente sovrastimata”:

 

«Negli otto spettacoli (se  non ho contato male) che ha realizzato dopo Mpalermu, non mi sembra che ci sia alcun ‘capolavoro assoluto’, ma soltanto la reiterazione di alcuni stilemi che più che configurarne uno stile ‘inconfondibile’ e di patente travolgente originalità, delineano una pericolosa inclinazione al manierismo di se stessa, alla variazione sul tema di certe precise ricorrenze sia tematiche che di forma scenica. […] Il teatro ‘dantesco’ ruota tutto attorno alla sua visione della Sicilia. […], alla sua visione della sicilianità o ‘sicilitudine’, come ossessione mitopoietica, attitudine tra grottesca e melodrammatica, riverbero di grande madre-vagina-mediterranea […] dove si trasfondono e si confondono passato, presente e futuro» (pp. 163-164).

 

Marco Palladini in questo suo assemblaggio non mette sotto torchio solo personaggi e fatti. Anche la forma linguistica non sfugge e lascia che le smagliature del tessuto lasciano trapelare emergenze di altro senso. La lingua marketing e ideologizzante di chi, volendo usarla per costruire castelli di verità inesistenti, truffaldine e devianti, non cerca la verità né su gli altri, né su stessa quale medium non addomesticabile. È ancora lo sguardo e la capacità di ascolto “dis-tratti” dell’autore che, implacabilmente, lasciando libero corso alle armi del dubbio, dell’interrogativo, dell’esclamativo, della satira e del sarcasmo (con disinibito vaglio), sono all’opera pure con le punte acuminate dell’iperbolico (come nel meglio del comico). È l’ironia sferzante e di livello che, fra torsioni linguistiche e rigenerazione espressivo-comunicativa, non risparmia niente e nessuno. Neanche se stesso:

 

«“La vita solitaria modifica nel profondo la sensibilità. Iperbolizza la tua irritabilità misantropica. Ti impedisce di vivere men che isolato.”                 “Però, davvero, non mi sono mai sentito un eroe o un santo. Semmai, un celibe non celebre (celibre?) navigatore. O meglio, un marinaio che non tiene mai fede alle promesse che fa. Per leggerezza di fuggiasco.”                           “L’intruso: il ‘tema’ della mia autobiografia?”                    “No, non applaudo la mia giovinezza, ma neppure me ne vergogno o la ripudio, secondo il costume di molti coevi. […] Chiunque abbia fatto oltre trent’anni fa la ‘sua’ parte, ha per l’appunto la sua parte di responsabilità.”                   “Quanti sgarri! E invece di emendarla questa animula la rammendiamo. Aggiungiamo toppa a toppa, sino a renderla come la giubba di Arlecchino. Ad ogni nuovo strappo pazientemente ci mettiamo a ricucire e non è ben chiaro il perché. Potremmo lasciarla così, sbrindellata. Tanto alla fine si cancellerà persino il tracciato del rattoppo, si confonderanno i segni degli innumeri riaggiustamenti” » (Solitarietà, pp. 173, 174).

 

Nelle due epistole di addio al padre a fare le spese dell’acidità satiresca e iperbolica (alla Rabelais) sono il piacere orgasmico dei rivoluzionari e la super-egoità coglion-canagliesca dell’homo erectus/sapiens.

 

Epistola prima:

 

«Caro papà, il sogno è cominciato all’alba. Ejaculava la Rivolta. Era come un orgasmo del dilùcolo, non pianificato epperciò meraviglioso. Il grande spirito biocosmico di Mario Nzulu SuMbutu […] aveva sborrato nelle strade sfaccendate di NeoKapital tutte le sotterranee bande estreme di spermatozoi guerriglieri in policromo assetto militante. […] Dopo le razzie nelle stanze del potere e i rituali stupri etnici delle cortigiane rimaste intrappolate, la sera calò indolore […] Mario Nzulu SuMbutu, il divino meticcio di quasi due metri d’altezza, portava in giro la sua massiccia figura con dinoccolata eleganza […], entrò nella sede di Radio LiberaMente, proclamando al microfono l’avvento del tempo nuovo e del tempo giusto. […] Avevi torto, papà. […] Ricordai quando me lo fece conoscere Toni Gong, […] lo ascoltammo parlare tutta la notte della sua religione biocosmica e del Tempo della Promessa. Sarà mantenuta, salmodiava, sarà mantenuta. Io non sapevo se crederci, ma lui aveva una voce cava, dalle risonanze ipnotiche e sexy. Quando Gong andò via, mi sedusse chiedendo che gli facessi una sega. Aveva un pisello grosso quanto l’avambraccio, perforato di anelli istoriati, […] Lo masturbai con ambedue le mani, […] Alla fine mi battezzò, facendomi leccare il suo sperma e baciandomi sulla bocca » (ADDIO AL PADRE. EPISTOLA PRIMA, pp. 131, 132).

 

Epistola seconda:

 

«Caro papà, dici che tutti sperano che tu muoia presto. Ma in qualche lurido modo, mi sembra che non hai alcuna intenzione di dargli soddisfazione. […] La vita è un incubo, anche straccione, da cui cerchiamo chissà perché di non risvegliarci. Per me dipende da quel primo stronzissimo scimmione che qualche milione di anni fa una mattina, nella sua spelonca, s’è alzato e per un atroce scherzo del caso s’è trovato ritto in piedi e da vero coglione s’è immaginato di diventare un essere sapiens, e poi supersupersapiens. La tragedia autentica è stata l’apparizione della razza umana, tutto il resto ne è disceso quasi fatalmente. Prendi la tabe dell’intelligenza astratta, l’odioso cancraccio della sete di conoscenza, il morbo dell’apprendimento emulativo, lo spaventevole veleno dell’autocoscienza, il tutto […] su una base genetica di forte aggressività carognesca e di vigliacchissima vocazione all’inganno, mescola il tutto in un disgraziatissimo shaker biologico ed avrai per risultato quella fetentissima assurda iattura cosmica che è l’uomo. La creatura più inutile ed esiziale che si potesse avere in natura. Perciò papà, quando ti difendi per le tue mattanze, le tue mattane assassine, fai bene a scaricarti d’ogni responsabilità. L’unica tua colpa è quella di discendere […] da quel fottutissimo scimmione dell’origine. È lui il vero CRIMINALE» (ADDIO AL PADRE. EPISTOLA SECONDA, p. 135).

 

Marco Palladini porge questa miscellanea di scritti come una fotocamera che zumma i punti individuati, ritraendoli con frasi-fotogrammi-immagini corpuscolari per poi sottoporli a un montaggio associativo-espositivo e goderne la proiezione come un’onda legenda-visiva tra il fluente e il fluttuante. Nella camera di combustione dello scrittore gradienti e gradi sembrano saltare da un punto ad un altro senza un ordine preciso, e tuttavia capaci di solidificarsi in nodi e coaguli riflessivi e critici piuttosto puntuali e pungenti, e distribuiti in una rete logico-linguistica avvertita.

Perché i nodi di questa rete zibaldonica, di cui Marco Palladini ci dice, sono il suo/nostro tempo e la sua/nostra storia. Un tempo storico che, sebbene delimitato dall’autore tra il 2000 e il 2010 del XXI, non manca di rimandare né ai presupposti dovuti, né al precedentemente accaduto (riferiti o semplicemente allusi), né di richiamare gli intellettuali italiani a responsabilità precise lì dove la macchina del mondo viene alimentata dal carburante inquinato e inquinante della cultura post-moderna, del capitalismo finanziario devastante e della “jouissance” del “depensiero” senza futuro e progetti alternativi.

 

«Ritornano consunti i lamenti amari / accusano il silenzio degli intellettuali / eppure è da gran tempo comune nozione / la loro postmoderna, fatale estinzione / (dopo il genocidio di signora Utopia / e il suicidio esemplare dell’Ideologia) / Vige la spocchia d’impotenti maestrini / le loro teorie son vuoti pensierini / ma il Depensiero Puro ha calato i suoi assi / e domina potente la merce e la prassi // Chi vuole controllare il globo globale / è il Fondo Monetario Internazionale / il pianeta è una bestia da domare e sfruttare / e provvede con usura la Banca Mondiale / … provvede con usura la Banca Mondiale » (FINANCIAL GLOBAL TIMES, p. 37).

 

Il linguaggio dell’autore ci porta sempre una parola vigile, salace e mordace anche quando il motore dei fatti e degli avvenimenti più impersonali e personali-esistenziali viene spinto a cambiare direzione di marcia, frequenze, toni e densità.

La differenza degli argomenti, affrontati da Marco Palladini, in questo suo “Zibaldone”, – come, per esempio, il passaggio dalle guerre globali del “De bello globalico” (Sezione I) e delle torture umanitarie americane di “Abu Ghraib”, alla “Biodiversità letteraria” (Sezione III) di Carmelo Bene, Emilio Villa e Gianni Toti, ai “ Reperti Narramondani” (Sezione IV) con le due epistole di “Addio al padre” e “Finis Italiae”, ai “Pensieri come cani sciolti” e “Derive ultime. Let be” dell’ultima sezione del libro, “Scritti eterovaganti” (Sezione VI), – non impedisce infatti all’acutezza del suo logos culturale e politico di emergere e di darsi quale apostrofo acido e dissolvente le mistificazioni e le credulità d’ogni genere.

Per cui se, in direzione, non manca neanche il sale dell’antitesi ironica e del sarcasmo (sparso anche presso gli scritti dei pensieri “eterovaganti” di Derive ultime. Let be) – “ Siamo portatori sani di precariato sicuro […] Ma potrebbero cercare di inventarsi nuovi mestieri. Per esempio: il cacciatore di teste… di minchia (ce ne sono a milioni)”, p. 201; “Un dubbio: e se fosse, oggi, la letteratura l’ultimo rifugio delle canaglie?”, p. 208) –, è pur vero che alla resa dei conti il nostro autore non si/invita alla resa delle amarezze. E lo fa sempre con un’ironia che non demorde. Alla domanda “Ma lei dove e come si è formato? Dove e come mi sono deformato, vorrà dire….”  risponde infatti invertendo una nota proposizione filosofica del logico e filosofo austriaco L. Wittgenstein. Per cui: “L’anti-Wittgenstein: di ciò di cui non si può tacere, si deve parlare” (Ibidem).

E il suo parlare-scrivere non lascia che la letteratura e la poesia siano il rifugio canagliesco, perché se è vero che la poesia può dire il “falso” (Esiodo dixit) è altrettanto incontrovertibile che di ciò i poeti si servono per dire il vero quando “cade l’horror più osceno” e noi “… mentre scade la pietà /mentiamo dicendoci: / io non c’entro, io non c’ero” ( Il silenzio è il resto, p. 19), o quando il bisogno e l’urgenza della verità (mutilata e offesa) urla come un uragano e tempesta impietosamente con il pulsare/esplodere ininterrotto degli interrogativi rivelatori di “CHI? CHI?  CHI?”:

 

«Dicono, è qualche terrorista /qualche barbaro padrino Arabo / in Afganistan / Non sono stati i nostri terroristi americani / Non sono stati il Ku Klux Klan o le teste rasate / O quelli che fanno esplodere le chiese dei negri // […] // Chi è ingrassato sulle piantagioni / Chi ha realizzato il genocidio degli Indiani / E ha cercato di distruggere la Nazione Nera // Ci vive a Wall Stret / La prima piantagione / Chi spacca a metà le vostre teste / Chi stupra vostra madre / Chi ha linciato vostro padre // […] CHI? CHI?  CHI? // […] CHI? CHI?  CHI? // Chi fa denaro con la guerra / Chi fa quattrini con la paura e le menzogne / Chi vuole che il mondo rimanga come è / […] // Come l’acido vomito del fuoco dell’Inferno / Chi Chi e Chi chi chi / Chiiiii e Chiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii” » (pp. 17, 18).

 

“Chi Chi” se non Chi (Noi) che “non abbiamo potuto essere gentili” (M. Palladini, sì, caro compagno Bert Brecht, in Poesia a comizio, 2008) una volta, ora, di fronte al massacro perpetrato e continuato da chi “vuole che il mondo rimanga come è”, forse, non potrebbe dire che quel “non… gentili” non era privo di ragioni!

E se la ragione non ha quelle ragioni, è poi vero che le “cause perse” (S. Žižek) non hanno ragioni da recuperare? Che, tranne le storture e le torture, avessero solo tutti i torti?

 

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