QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.88: Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, “Alle radici del canto”

Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, Alle radici del canto, Poggibonsi (SI), Nencini, 2011

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di Giuseppe Panella*


“Così la poetessa, sospesa tra il Novecento e il Terzo Millennio, scioglie le cantate di una donna che racconta la sua epoca con gli occhi dell’amore” – scrive Dalmazio Masini nella nota introduttiva al libro. Ma l’amore cantato da Tiziana Curti non è soltanto quello magico tra uomo e donna (che pure alimenta spesso la sua ispirazione – si vedano poesie come Non dirò o Come vorrei) o quello per la natura e per la sua bellezza spesso inesplorata e incompresa dagli occhi degli uomini. Il suo desiderio di poesia avvolge la totalità del mondo in empito di accettazione della sua complessità, in una sua forma di immedesimazione con la realtà in continuo e assoluto divenire. Come Tiziana Curti scrive in E non basta il cielo, la lirica che apre il volume: “[…] Spalanco le mie braccia incontro al sole / divento terra verde e rigogliosa / su cui nasce la rosa / fiammeggiante nel vento dell’altura. / Scrivo una nuova rotta avventurosa / sul giornale di bordo // per le navi lanciate all’orizzonte / delle nostre translucide mattine. / Le siepi vespertine / che fecero da limite ai miei canti / non son più l’inviolabile confine / alle vene del cuore”.

Animatrice culturale nella società civile e sul web (sua è la lodevole iniziativa dell’”Accademia Alfieri” che su Facebook ospita pressoché quotidianamente produzioni poetiche altrimenti destinate a transitare nel silenzio), Tiziana Curti si conferma autrice capace di coniugare il silenzio della contemplazione con la voce del canto, l’attenzione alle “storie” della vita con la consapevolezza dell’esistenza di qualcosa che tutte le conferma e le giustifica, la lirica d’amore con la descrizione attenta e spesso minuta di situazioni particolari e sognanti (un esempio: La magnolia giapponese di p. 53).

 

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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