IL PIEDE E L’ORMA (semetrale): “MARGINI” (n.3) – “MARGINIDUE” (n.4)

MARGINIDUE (N.4)  Anno II, n.4, luglio-dicembre 2011.

Marginidue perché le “voci dei margini” hanno inesorabilmente e inevitabilmente smarginato, esondando sulle pagine del nuovo fascicolo.

Troppo vasta la costellazione, una galassia in espansione, per lo più gassosa, difficilmente circoscrivibile nell’insieme e nei corpi che la costituiscono.

Così, il nuovo fascicolo dedicato al tema. E, nel solco di una proiezione che dia il senso del continuum, nella sezione finale di “marginidue” l’anticipazione al numero successivo: da sponda a sponda.

via IL PIEDE E L’ORMA. MARGINIDUE – Il Piede e l’orma.

MARGINI (N.3) Anno II, n.3, gennaio-giugno 2011

Pensare i margini è postulare, intanto, una superficie. Di essa i margini sono le parti estreme. Pensare i margini come le parti estreme di una superficie significa, inoltre, postulare che la superficie sia delimitata e che di essa, per logica inferenza, si dia un centro possibile. I margini sono tali in quanto, postulandosi una superficie delimitata, essi sono alla massima distanza dal centro. Lo spazio urbano è quello che pressoché tutti abitiamo, dove consiste la nostra convivenza, dove esprimiamo la nostra socialità; e la città, comunque pensata e architettata, piccola o grande, ha i suoi confini territoriali ed ha un suo centro, anzi ne ha più d’uno quando eseguita o sviluppatasi a costellazione, quando polinucleata.

I margini della città sono dunque le periferie, i luoghi nei quali la lontananza dal centro è “geografica”, certificabile in quantità di res extensa, ma è misurata troppo spesso, e calcolata in crescita con effetti di squilibrio visibilmente penalizzanti, sul metro dei diritti di cittadinanza assicurati, dei servizi disponibili, della qualità della vita garantita. Le periferie urbane, in una filosofia e in una gestione sociale della città che hanno prevalso e risultano larghissimamente egemoni, sono parti in gioco, sempre perdenti, nella dialettica di inclusione e di esclusione; nel corpo della città, ciò che è incluso è altro, considerevolmente altro (tanto da sovrastarlo, tanto da prenderlo in un trattamento che ha per protocollo il sorvegliare e il punire) da ciò che “vi sta”, ma “escluso”, che usualmente viene relegato, distante dal centro, nei margini delle periferie. E le periferie risultano da un programma esecutivo di zonizzazione a discriminante economica; le periferie sono circondate da recinti non solo virtuali (nei recinti non mancano di inscriversi ulteriori recinti), i cui varchi, chiusi in uscita, si aprono in entrata per chi è meno protetto, per chi è espulso dal ciclo del lavoro, per chi è derubato della sua cultura e della sua identità, per i nuovi poveri, per gli irregolari (per chi è impestato da una irregolarità che conviene alla regola dell’economico).

Le periferie sono terre instabili, revocabili, mutanti come ciò che non dà sicurezza, come ciò su cui non può consistere una umana convivenza: precarie e quindi eterne come s’appura a prima vista dall’inemendabile caos inurbano delle loro architetture, dall’indecoroso loro decoro urbano. Nel recinto più recinto, agli estremi della periferia, è d’uso che siano concentrati gli extracomunitari, trattenuti, in una quarantena che non ha fine, al di qua, lontano dalla comunità che la città promuove e riconosce. Epperò, se consideriamo che la periferia non è soltanto zona mappabile su di un catasto urbano, ma risponde anche ad una politica di piano decisa per l’umana coabitazione, e se la periferia è l’equivalente di un’enclave di esclusione, dovunque essa sia posta, è bene prendere atto che le periferie si allargano, oggi più di ieri, e che i recinti si sviluppano in lunghezza perimetrale e in altezza, oggi più di ieri. Che recinto non è quello che – come in un film messicano recente, La zona – chiude a fortilizio e difende il paradiso di ricchi e potenti arroccati sui loro privilegi, è quello piuttosto che segna, tutt’intorno, la terra desolata di una quotidianità impoverita, slabbrata, crudele, invivibile.

Che la periferia può essere un centro storico diruto e defedato, quasi svuotato a corpo morto, o un’intera città: una megalopoli malfatta, metastatizzata, invasa e coperta, ingoiata, da una bidonville di chilometri e chilometri quadrati di degrado o prossima ad essere scalzata da grattacieli sotterranei di rifiuti, che bucano la superficie a modo di enormi ponfi pustolosi, come in un episodio dei Simpson (come forse accadrà un domani, alle falde del Vesuvio, nella città intercomunale di una Campania già felix), o che si sono rappresi in acrocori e in immani blocchi sedimentari dalla forma di montagne rocciose, come in Underworld di DeLillo; o una città – neppure avveniristica, neppure fantascientifica – eterodiretta, televisivizzata, in un occhiuto mondo vigilato alla Orwell o in un mondo-tenda-set con cupola in tensostruttura alla The Truman show.

via IL PIEDE E L’ORMA. MARGINI – Il Piede e l’orma.

 

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RECENSIONI DI FRANCESCO SASSO AI NUMERI PRECEDENTI DI “IL PIEDE E L’ORMA”:

IL PIEDE E L’ORMA (n.1). Rivista diretta da Alfonso Cardamone.

 

IL PIEDE E L’ORMA: dalle parti di Camus (n.2, luglio-dicembre 2010). Rivista diretta da Alfonso Cardamone.

 

Nelle prossime settimane daremo un resoconto dettagliato del n.3 e n.4 de “Il piede e l’orma”

f.s.

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