STORIA CONTEMPORANEA n.92: Risate a denti stretti. Aa.Vv. “Riso nero”, a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich

Risate a denti stretti…Aa.Vv. Riso nero, a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich, Milano, DelosBooks, 2010

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di Giuseppe Panella*


Il sottotitolo dell’antologia di Braschi e Smocovich recita: “Gialli comici, brividi brevi e comici microcefali. Diversi modi per ridere in noir” e, tutto sommato, alla fine della lettura del libro, mantiene la parola. Non farà magari “morire dal ridere” – come ha dichiarato Carlo Lucarelli – ma mette in relazione due aspetti fondamentali dell’esistenza: il riso e la morte in un contesto che non è quello filosofico tradizionale e che ha attraversato tutto il passato Novecento partendo da Bergson per arrivare a Bataille e a René Girard.

I più di cinquanta autori che hanno collaborato a questa antologia si sono cimentati in variazioni più o meno lunghe sul tema (i primi venticinque testi pubblicati vengono definiti lunghi e cioè sono oltre le due pagine; gli altri trentaquattro sono più corti e non superano di molto la pagina mentre ci sono poi numerosissimi micro-racconti di tre o quattro righe di lunghezza pubblicati in riquadri a parte, di solito sotto un racconto più lungo). Si va dalla parodia di genere (soprattutto della narrativa poliziesca egemone oggi nella produzione libraria italiana e cioè quella che vede all’opera un commissario più o meno simile a Montalbano) al racconto nero nel solco delle variazioni grottesche iniziate da Edgar Allan Poe e continuate da Ambrose Bierce quando era in stato di grazia. Si lambisce poi la satira di costume e si finisce nello scherzo puro e semplice anche se con potenza allucinatoria (come nel caso della Seduzione del manichino messa in scena da un attonito Carlo Bordoni). Ma anche Graziano Braschi e Mauro Smocovich non scherzano con le loro storie pseudo-horror (e autenticamente orrorose). E poi c’è Alberto Eva, antesignano del genere fin da quando pubblicò, auspice Oreste del Buono, in un Giallo Mondadori del 1980 (primo premio al Gran Giallo Città di Cattolica del 1978) il suo Ve lo assicuro io, un romanzo ironico e narrativamente scattante che avrebbe meritato maggiore fortuna successiva. Altri racconti colgono il segno e si rendono colpevoli di procurato riso o agghiacciano per il misto di comico e di orrore che presentano e paventano. Mario Spezi, giornalista-investigatore di razza e co-autore con Douglas Preston di un fortunato libro su The Monster of Florence (che gli è costato un breve periodo di detenzione in carcere per aver nascosto le sue fonti) si cimenta nella descrizione di un delitto paradossale nell’esecuzione e nei risultati e ambientato su un treno di pendolari fiorentini. Il compianto Roberto Santini insiste sulla rivalità Pisa-Livorno (un tema apparentemente più caro al “Vernacoliere”) e racconta di un killer per caso (un francese innamorato che però ha sbagliato stazione…) e Marilù Oliva, oltre a cimentarsi in alcune brevissime micro-narrazioni, si affida a una storia di equivoci relativi a presentazioni librarie introdotta da un numero scaramantico (Tredici – come i partecipanti all’Ultima Cena di Gesù).

Ciò che caratterizza comunque molti dei testi qui raccolti è la capacità di raccontare storie più o meno articolate nello spazio di poche pagine e l’unico modo per farlo è pigiare il pedale di una velocità espressiva spinta spesso al parossismo. Come recita l’esergo tratto dai Pensieri di Joseph Joubert che apre la seconda sezione dell’antologia:

 

«La rapidità è come la salsa, stuzzica l’appetito del ridere. Come è noto la brevità, la condensazione, sono le condizioni essenziali del motto di sèpirito; di esso costituiscono la tecnica, cioè quasi tutto» (p. 140).

 

Questa necessità di un narrare rapido e conciso, anche se riduce, ovviamente, lo spazio per l’approfondimento dei personaggi delle storie raccontate, permette di arrivare rapidamente alla battuta esplosiva (che spesso non è metaforica!) del finale e produrre quell’effetto catartico che dalla narrazione ci si poteva attendere. Merito principale di questa antologia è proprio il suo procedere a sbalzi, scoppiettante di fuochi d’artificio verbali che mimano le azioni violente e spesso feroci che dalla realtà della cronaca filtrano sulla pagina e producono quell’effetto di straniamento e di rivolgimento parodico che rende spesso divertente e comico ciò che sarebbe solo orribile o pauroso nella sua dimensione originaria.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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