IL TERZO SGUARDO n.38: Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, “L’ombra di Piovene”

Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, L’ombra di Piovene, Firenze, Le Lettere, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Perché Guido Piovene è stato dimenticato dagli editori, dai lettori e anche dai critici e sopravvive stentamente in qualche tesi di laurea? Secondo Franco Cordelli, la prima ragione per cui nessuno oggi legge più le sue opere (romanzesche e diaristiche) è dovuta al fatto che lo scrittore è sempre rimasto il grande giornalista che fu, anche nell’opera di finzione. La seconda è più complessa:

«La seconda ragione per cui Piovene non viene più letto è anch’essa duplice, letteraria e filosofica. In questo senso Pampaloni ha ragione. Piovene fu mostruosamente intelligente. Ma l’intelligenza, l’essere stato uno scrittore per così dire francese (alla Constant, alla Sènancour, tutto analitico, privo di quella divina facoltà, diventare plastico, se non corporeo) è sempre, in Italia, percepito come limite, come colpa. In questo caso, una colpa in più. L’altro aspetto dell’intelligenza di Piovene è lo stesso che condanna Flaiano. Se Flaiano si salva è per i suoi meriti comici, cioè extra-letterari. Ma egli fu uno dei grandi scrittori nichilisti del Novecento italiano. Un altro fu Piovene» (p. 10).

Inoltre, c’è anche un’altra questione da tenere presente: Piovene fu sempre considerato – come Giuseppe Berto, tanto per fare un esempio similare – scrittore di destra, se non filofascista. Questo ha nuociuto alla sua diffusione in ambienti che avrebbero potuto farne un caso letterario. Piovene fascista non era (anche se certe sue frequentazioni, quella con Telesio Interlandi ad esempio, non depongono a favore della sua coscienza civile) e non era particolarmente dotato per la polemica politica e la cosiddetta “battaglia delle idee”. Tant’è. I suoi romanzi e gli altri suoi reportages (splendido è il Viaggio in Italia ma anche Madame la France e De America sono notevoli ancora adesso) furono classificati ed etichettati come libri elitari, poco adatti alla comunicazione letteraria, frutto di una vocazione solitaria di scrittore.

Il solo Le stelle fredde del 1970 ha fatto in parte eccezione a questo schema di giudizio. Vincitore del Premio Strega, è rimasto legato in maniera univoca al nome dell’autore che solo per esso, solitamente, viene ricordato in ambito critico-accademico e/o saggistico:

«Come ne Le Furie, gli incontri sono quattro: il padre, l’antagonista in amore, colui che verrà ucciso da un colpo di fucile (dell’assassino non ci verrà detto nulla, tanto poco importa il suo nome, poiché esso è, in definitiva, quello dell’autore); il poliziotto, sbrigativamente ed elegantemente chiamato Sergio, un nome qualunque, per designare la sua del tutto rilevante qualità umana; e Dostoevskij che, rispetto agli altri, è al vertice opposto della spirituale scala di valori. Occorre notare che sì, viene nominata una donna, Ida, che è stata compagna di due dei cinque protagonisti, ma ella non compare in scena, né vi compare alcuna altra figura femminile, se non in modo funzionale e senza nome. Perché ne Le stelle fredde non vi è alcuna donna? Io credo perché non è un romanzo, bensì un anti-romanzo» (p. 30).

E poi Cordelli cita la possibilità di un rapporto con il nouveau roman alla Robbe-Grillet o alla Sarraute, subito contraddetta però dall’acquisizione del carattere onirico che, ovviamente, non contrasta con il minuzioso realismo della narrazione di Piovene. Il che lo apparenta certamente a Dostoevskij ma soprattutto a Kafka. La scelta dello scrittore russo come nume tutelare del viaggio nel regno dei morti da parte del narratore è, ovviamente, simbolica, intesa a creare una macchina mitologica in cui lo stesso romanzo come genere letterario compaia come forma di giustificazione di se stesso. Dostoevskij, doppio del narratore ma anche doppio di se stesso come scrittore, permette al romanzo di compiere un salto nel fantastico (non a caso Cordelli cita L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy-Casares, straordinaria costruzione fantascientifica in cui il passato è fissato una volta per tutte e cancella con la sua periodica riapparizione il presente) pur rimanendo legato al dettato realistico della scrittura. In questo, Piovene compiva un’operazione difficilmente ripetibile e che non aveva punti di riferimento in Italia (il caso dei racconti di Buzzati, infatti, è molto diverso).

«Con Dostoevskij, il romanzo realistico diventa decisamente un romanzo fantastico, la casa diventa una cosmo-nave, Piovene retrocede fino agli anni Trenta da cui era partito, sebbene non come narratore figlio del suo tempo. E che cosa Dostoevskij dal passato porta con sé ? Che cosa porta dal passato remoto, dal passato che non è neppure passato, dal passato annullato nell’aldilà? Dostoevskij in fondo non porta nulla. Il Male (qui la maiuscola è di rigore) non c’è più. Perfino il male era un’illusione. Nell’aldilà non vi sono né bene né male» (p. 32).

Dostoevskij è l’espressione passata di Piovene presente (non tanto come scrittore ma come attore morale del dramma che sta vivendo). Di conseguenza, il suo ruolo centrale (insieme – come ammonisce Cordelli – all’albero di ciliegio che sorge di fronte alla camera da letto del narratore e che con le sue radici sfonda il muro che cinge l’abitazione di famiglia del protagonista) non è dovuto tanto al fatto di essere il grande testimone che è stato quanto alla sua natura di testimone del Male come espressione della natura umana.

A questa ossessione del male come misura dell’oggettività dei rapporti umani non sfugge nessuno dei romanzi di Piovene. Risulta presente in Lettere di una novizia, romanzo d’esordio dello scrittore vicentino scritto nel 1941, dieci anni dopo i racconti di La vedova allegra, che, proprio per la sua penetrazione psicologica, ricevette gli elogi del vecchio Benedetto Croce (la recensione è del 1942 e Cordelli ne riferisce con puntualità). E’ il nucleo fondante la ricerca morale che presiede a Le Furie del 1963, cronaca degli incontri che avvengono al narratore della vicenda durante un viaggio di ritorno alla città natale. Le Furie è il resoconto di uno sprofondare nell’abisso del male e della morte, è un tentativo di rivivere il passato per riviverlo, è un viaggio in un territorio che fino ad allora risultava inesplorato e che viene trovato soltanto desolato e vuoto; è, quindi, una nekuya:

«In un immaginario discorso rivolto a Cristo, che io vedo come mera figura retorica, o di iconografico equilibrio (poiché qui non d’altro s’è parlato se non di colpa e grazia, di santuari, di suore, poiché qui siamo nel Veneto cattolico), l’autore, cioè Piovene – che sta aspettando Mimy, quel nome già pronunciato in esergo – dice: “Tu hai meno di tutti il diritto di rimproverarmi se mi costringo a farmi un’anima a forza di strappi, di sfratti, e di speranze acerbe. Meno di tutti un Dio potrebbe condannare una ragione che non mente a se stessa”. Di fronte a questa evocata ragione non resta che un dubbio. La nekuya in cui consiste Le Furie, la passeggiata in esso descritta – il contrario esatto della “bella giornata” che è sempre stato per noi italiani il mito vincente – questa nekuya, cioè questo vuoto, coincide con una perfezione super-omistica o con un evento di vera redenzione? Non c’è anima che ci sia regalata, dice Piovene. Vale a dire, non c’è anima che non sia proprio ciò che facciamo, ciò che ciascuno di noi di se stesso fa, la propria opera. La nostra opera è la nostra vita» (p. 23).

La ricostruzione del “vuoto”, la ricerca delle ragioni della sua persistenza e della sua realtà, la necessità di esorcizzarne i “fantasmi” (e cioè le “furie”) che lo popolano sono la sostanza della ricerca di tutto Piovene. Da Lettere di una novizia fino ai romanzi postumi (Romanzo americano e Verità e menzogna), la necessità di colmare quel vuoto è al centro delle passeggiate (Le Furie), dei viaggi nello spazio e nel tempo (Le stelle fredde), della fuga in un altro continente (Romanzo americano in cui il protagonista Michele va in America nel 1935 e viene poi riportato in Italia dalla sua fidanzata Giovanna) che costituiscono le trame mai troppo corpose e “romanzesche” delle narrazioni dello scrittore vicentino. Questi progetti di esilio e di allontanamento dalla vita erano tutti tentativi di “redenzione” (come una volta ha sostenuto Sergio Givone in un incontro su Piovene tenuto insieme a Marino Biondi e allo stesso Cordelli al Gabinetto “Vieusseux” di Firenze) ?

Se redenzione (personale) c’è stata non lo so di certo e forse nessuno potrà mai sapere se lo scrittore si è liberato dal peso e dalla colpa di essere stato troppo legato all’establishment fascista e di essere stato antisemita nel 1938. Forse questo fatto importa poco ormai.

E’ il suo modello di romanzo / antiromanzo che merita di essere analizzato oggi. La breve raccolta di saggi di Cordelli è un passo significativo in questa direzione.

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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