QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.91: Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, “Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010”

Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010, Napoli, Kairos Edizioni 2011

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di Giuseppe Panella*

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Misure del timore è un’antologia che risulta ricavata e ricomposta dal lavoro di tutta una vita operosa e quasi frenetica, tutta intesa ad inseguire e ricomporre le fratture esistenti tra inconscio e vita della consapevolezza (il volume contiene testi redatti dal 1985 al 2010, la cui sezione, quella che dà il titolo al libro, è in realtà composta di poesie finora in gran parte inedite).

Dichiarazione programmatica:

«La libido produce il sapere senza oggetto in disarmonia con il reale. La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia»

così si legge a mo’ di esergo nella prima pagina di questa significativa antologia dell’ormai nutritissima opera poetica di Antonio Spagnuolo.  E’ la cifra tematica del libro ad essere dichiarata che si rovescia così pressoché immediatamente in chiave di poetica e permette di leggere dei versi altrimenti (apparentemente) incomprensibili.

La realizzazione degli effetti poetici non coincide con la descrizione della realtà o di qualsiasi forma di armonia prestabilita con essa. Realtà e poesia collidono e non congruiscono – non c’è nulla di reale nella parola del poeta che esprime, di conseguenza, soltanto l’emergenza del contenuto del proprio inconscio modellandolo come quale forma espressiva.

La poesia è quindi solo in parte produzione consapevole di contenuti ma rappresenta la densità della scrittura emergente e (quasi) come emulsionata dal poeta nel momento in cui si apre al proprio inconscio. L’utilizzazione del quasi in questo tentativo di lettura critica è d’obbligo proprio perché il limite tra consapevolezza materiale della scrittura ed emergenza fluida del poetato inconscio è labile e tendente allo zero ma pur sempre esiste.

Le emozioni ottenute attraverso questo procedimento di apertura non-volontaria al proprio io più profondo si trasformano (quasi) automaticamente in flusso poematico e in realizzazione di lacerti linguistici di lirica espressiva che, se potrebbe apparire a un lettore più tradizionale un po’ troppo pezzata e franta rispetto alla linea poetica italiana, rende, in questo modo proprio il carattere relativo e problematico della ricezione dal basso di ciò che verrà sublimato nel verso.

Una testimonianza di questo progetto di poetica può essere: ad esempio, questo squarcio lirico presente in Dietro il restauro (un libro già uscito nel 1993 presso le Edizioni Ripostes di Salerno):

«Teneri morsi o natiche segrete / quella sera a camelie: / ho mescolato promesse / all’ombra dei fianchi, / l’incanto del bisbiglio / d’una eterna rovina. // Inventavi sentenze a me impaurito, / registravi lo spigolo / a tratteggiare memorie, / o zoccoli di pane calcitranti / per falsare i tremori. // Un abbaglio il tuo grembo / più in là degli aventi, / tagliente / il tuo sguardo al fondale del destino. / Sei a pochi passi, / una strana parola / manda bagliori intorno: / forse un treno» (p. 53).

Letto in maniera lineare il testo di Spagnolo appare perfettamente incomprensibile – eppure in esso c’è una logica che è quella dell’inconscio. La realtà scompare dietro l’emergenza di metafore nascoste eppure assolutamente forti: la poesia come luce che illumina ciò che la circonda, il treno come aspirazione al viaggio dell’esperienza (anche in senso sessuale – non si dimentichino le celebri dichiarazioni di Freud al riguardo), l’arcaismo calcitranti che si connette al cavallo i cui zoccoli sono però di pane (e quindi non impauriscono – come fecero invece con il piccolo Hans di un celebre caso clinico sempre di Freud), le “camelie” come condensazione di una sfida sessuale raccolta e poi sublimata (l’accenno alla “signora delle camelie” mi pare evidente) e così via.

Spagnuolo scrive seguendo le indicazioni libidiche che riesce a raccogliere da ciò che nell’inconscio produttivo non è resoconto integrale delle sue esperienze ma solo ciò che riesce a filtrare attraverso la griglia sovrana del SuperIo presentandosi con le caratteristiche di un’”eterna rovina”. Il testo è un residuo, un frammento, una sorta di avanzo di ciò che è stato sentito e provato nel corso dell’esperienza vissuta: il piacere sgorga dalla possibilità di narrarlo ma solo in “rime sparse”, in “memorie” di cui si conservano solo gli episodi salienti e soggetti ad essere dimenticati.

Per questo motivo, in termini più generali, la poesia di Spagnuolo è poesia del presente che si fa ricordo e sostanza di una memoria non riducibile all’autobiografismo lirico di una tradizione italiana fin troppo consolidata.

Questo si può vedere meglio avanzando nella lettura di questa importante “antologia personale”:

«Le mie tempie si ruppero negli anni / ad incrostare pensieri, / perché rideva il tempo / a dispetto dei soliti messaggi. / Annodi successioni sottocute, / recuperi catene. / Se non posso recidere gli spazi / fra le palpebre e i guazzi / camminerò per l’ultimo singhiozzo. / Il tuo legame a stilemi strappa superfici: / per un motivo o l’altro / aggiungerei mandragore e ginepri / come gatta che traccia fuori tempo. // Questo tu m’offri ancora nell’indugio: / maldestramente l’uscio più socchiuso» (p. 71).

E’ un testo da Attese (Taranto, Edizioni Portofranco, 1994) di poco successivo a quello commentato prima ma molto diverso. L’”attesa” non è fatta di silenzi ma di parole (la Musa di Spagnuolo aborrisce il silenzio e lo riempie di contenuti di riporto pur di non conoscere la dimensione estrema dell’ horror vacui). Inoltre, il Tempo non viene visto come corrucciato e ostile ma mentre ride (l’inconscio vive la propria parabola nella convinzione di essere immortale). La difficoltà di vivere (gli “spazi”) si ottenebra e campisce in una ricerca di sopravvivenza a qualunque costo (l’accenno alla mandragora che grida come se fosse umana quando viene strappata va – forse – in questa direzione). Non ci sono soluzioni: la vita come la morte entrano liberamente nello spazio dell’esistenza – l’uscio è già “socchiuso”. Ma, a parte queste notazioni, l’enigma racchiuso in questi versi è quello rappresentato dalla necessità di vivere in quello stesso tempo che l’inconscio rifiuta di accettare come passaggio – l’unica soluzione per esserci è vivere in ambedue i luoghi del reale e ribaltare il conscio nell’inconscio (gli “stilemi” che emergono alla superficie!). Dando parola all’inconscio anche ciò che è consapevole in qualche misura risulta salvato (e le”catene” vengono recuperate). Questo spostamento in una “vita parallela” si accentua nelle sue opere più recenti. In uno dei più significativi prodotti della sua ricerca lirica, Rapinando alfabeti (Napoli, L’Assedio della poesia, 2001), Spagnuolo mostra un po’ di più le sue carte di poeta enigmatico e copioso di metafore, capace di accumulazioni poetiche che hanno del vertiginoso

«Rapinando alfabeti / decompongo lo spazio di ginocchia, / nella spanna di sillabe e cesure. / Le mille intemperie della mente / hanno intermezzi, / e le memorie, / a recuperare il mio gesto, / hanno sponde di rovescio. / Nello squarcio di alcune liturgie / riproduco tue spezie / solcate a frenesie nella vecchiezza. / Forse scivola il numero al tizzone / o la festa a scomporre / un recente passato, / ed io vorrei tornare agli anni / della luna / per trafugare la riga del tuo nome» (p. 79).

La poesia – per Spagnuolo – consiste nello strappare all’inconscio (utilizzando i suoi strumenti formali necessari, “sillabe e cesure” appunto) gli spazi necessari a vivere le proprie contraddizioni. Tutto questo può avvenire non tanto nella sua misura lineare attraverso il tempo quanto provandosi a sconfiggerlo utilizzandolo “a rovescio”, come una sorta di filtro che porta ciò che è stato a curare le ferite di ciò che è. La scrittura assume quindi il carattere di una liturgia che, ripetendo il proprio rituale ossessivo, colma i vuoti del vissuto e li spinge a ricordare ciò che è trascorso irrimediabilmente. La ricerca poetica, allora, ha questa funzione di recupero e di salvaguardia del presente piuttosto che di canto di nostalgia per il passato, in modo da rendere la “vecchiezza” accettabile in cambio della rinuncia alla gioventù e a quelle che ne erano state le “frenesie” (ma anche l’età presente ha i suoi momenti di accensione che nascono dall’accettazione dei suoi limiti).

Gli “alfabeti” sono gli spazi della vita aperti all’affluenza della libido che li investe; spogliandoli del loro puro valore di senso, la poesia li trasforma in simboli che vanno decrittati a forza di metafore. Queste ultime conducono verso un oltre che scandisce il passaggio tra i due momenti (conscio e inconscio) di cui la soggettività si compone e scompone continuamente, ricomponendosi infinitamente. Per questo motivo, il mondo della poesia è popolato dai fantasmi del poeta che ne è portatore nella terra straniera dei sogni che ne costituiscono il terreno d’elezione:

«Rami di mirto. Nel triste regno dei fantasmi il tuo fantasma / è straniero, quale fantasia che cambia colori, / sorpreso a beffare la vecchiaia, / che intorpidita sospende i suoi segreti. / Qualche rimorso mi sollecita ancora: / ripiombare nel tempo abbandonato. / Come il nero che in verticale / a fatica ingombra il precipizio, / che per caso è ferita di una verità. / Basta il bagliore di un rapido tramonto, / il riflesso che abbandona l’orizzonte, / per ricostruire il lamento delle manchevolezze. / Ormai poche parole inutilmente / percorrono il vermiglio sgranato, / per il sangue che ricuce i frammenti / io ho soltanto del mirto» (p. 166).

Mirto – pianta officinale ma anche serto per il poeta, è qui a rappresentare il valore terapeutico della poesia, il suo potenziale di salvezza. In questo testo (che è del 2010), la poesia viene chiamata in soccorso piuttosto che evocata dalle profondità dell’inconscio. Il Tempo è un baratro dal quale si è usciti a fatica ma nel quale si “ripiomba” tutte le volte che la vita rivela le proprie difficoltà, ciò che poteva essere e poi non è accaduto.

Per questo motivo, la poesia è costituita da “misure” che servono a dare consistenza al “timore”, non a esorcizzarlo soltanto. La paura della morte (“il bagliore” del “tramonto”, il suo sfumare all’orizzonte) può essere soltanto circoscritto, non eliminato. Come l’inconscio che crede di essere immortale, anche la poesia potrebbe esserlo solo che accetta di essere il racconto di un presente che è fuori dal Tempo pur appartenendovi. E’ una scommessa decisiva questa e il progetto poetico di Spagnuolo la contempla correndone il rischio, provando a “ricucire” lo iato tra desiderio e realizzazione, tra ricordo e oblio, tra verità e illusione, tra la “ferita” e ciò che permette di sanarla.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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