STORIA CONTEMPORANEA n.97: Michelangelo, Leonardo, Machiavelli e Fracastoro contro il Male. Bruno Vitiello, “I delitti dell’anatomista”

Michelangelo, Leonardo, Machiavelli e Fracastoro contro il Male. Bruno Vitiello, I delitti dell’anatomista, Milano, Edizioni Della Vigna, 2010

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di Giuseppe Panella*

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Che la Firenze rinascimentale del 1504 vedesse all’interno delle mura della sua Repubblica da poco restaurata una concentrazione inusitata di grandi artisti e di personaggi destinati a trasformare in profondità la storia materiale e la cultura intellettuale dell’Occidente modernizzato è ben noto a tutti. Meno conosciuta è la natura dei rapporti reciproci tra di essi e la qualità della loro esistenza di esseri umani al di fuori della produzione sterminata e mirabile delle loro opere artistiche (soprattutto di quelle oggi più famose e presenti alla mente di tutti e non solo dei turisti che gremiscono i luoghi deputati della città medicea). In questo romanzo noir di Bruno Vitiello i quattro protagonisti dell’inchiesta che riguarda gli spaventosi delitti perpetrati da un misterioso assassino che, oltre a uccidere le proprie vittime, le fa a pezzi con abilità consumata ed è in possesso di conoscenze anatomiche precise e raffinate del tutto inusuali, sono quattro esponenti fondamentali della cultura rinascimentale fiorentina: Michelangelo Buonarroti[1], Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli e Girolamo Fracastoro da Verona, medico celebre al tempo suo soprattutto per una poema sulla sifilide, le sue cause e i suoi effetti, il De Morbo gallico, che all’epoca dell’indagine, tuttavia, non è ancora stato pubblicato (fu scritto nel 1521 ma stampato solo nel 1530) e i suoi studi sul contagio da parte di germi portatori di determinate malattie (anche se lui li chiamava “corpiciattoli”).

In una bottega di falegname situata nel cuore del Mercato Vecchio di Firenze, viene ritrovato, disteso su un tavolo, un corpo devastato da attrezzi tipici dei medici notomisti; sulla parete a lato del cadavere spicca un giglio dipinto con il sangue (un segno tracciato con liquido ematico molto vivido e caratterizzato è presente – come è noto – anche nelle pagine iniziali di Uno studio in rosso di Sir Arthur Conan Doyle, il primo romanzo con protagonista Sherlock Holmes…). Questo fa pensare a una vendetta nei confronti dei Medici che da poco sono stati scacciati dalla città. Niccolò Machiavelli, Segretario della Seconda Cancelleria (quella destinata agli affari interni e alla guerra) di Pier Soderini, Gonfaloniere della città e incaricato della sua sicurezza, incarica Michelangelo, Leonardo e Fracastoro, da poco giunto in Firenze, di vigilare e di investigare negli ambienti che frequentano (quello artistico e quello medico) per trovare delle tracce adeguate a scoprire il colpevole di un delitto così efferato. All’epoca, Soderini aveva incaricato sia Leonardo che Michelangelo di affrescare le pareti di Palazzo Vecchio con episodi di vittorie della Repubblica Fiorentina – Leonardo avrebbe dovuto dipingere La Battaglia di Anghiari ma fallì per aver utilizzato male la tecnica dell’encausto che non padroneggiava a sufficienza; Michelangelo si limitò al cartone preparatorio, poi perduto, di La Battaglia di Cascina della quale restano solo dei disegni.

Tra i due non corse mai buon sangue: Leonardo era invidioso della forte produttività del più giovane Michelangelo che stava scolpendo allora il gigantesco David che ancora fa bella mostra di sé nella Galleria dell’Accademia di Firenze mentre il giovane artista di Caprese non aveva ancora dimostrato le sue prodigiose capacità come pittore (per l’artista di Vinci, peraltro, la scultura era un’arte vile e degna solo degli scalpellini e degli spaccapietre e gli preferiva la pittura – nel 1504 stava ritoccando il celeberrimo ritratto della misteriosa dama detta La Gioconda).

Il colmo dell’orrore, però, è raggiunto dal ritrovamento del corpicino straziato del piccolo Petruccio, bambino decenne, fatto a pezzi vivo prima di essere finito e deposto nella cripta della Basilica di San Lorenzo. La necessità di mettere fine alla serie dei “delitti dell’anatomista” spinge il cinico Machiavelli a dare ai due artisti un ultimatum: o scoprono indizi tali da permettere la cattura dell’ efferato assassino o saranno essi stessi indiziati di reato e condotti nel cupo e squallido carcere delle Stinche. Una lettera anonima, però, indica in Baldo Folchi, un pittore di poche pretese e autore soprattutto di disegni pornografici su commissione, il possibile notomista. L’uomo viene arrestato e rischia di essere sottoposto alla peggiore tortura in carcere – il che vorrebbe dire confessione e condanna sicura. La figlia dell’uomo, Agnola, una giovane prostituta già tuttavia ben navigata e che vuole salvare il padre dalla morte, metterà gli investigatori sulle tracce dell’assassino e li condurrà nel luogo in cui esso si nasconde. La sua cattura, effettuata grazie alla mancanza di fiducia di Machiavelli che aveva fatto seguire Michelangelo, Leonardo e Fracastoro nella loro spedizione notturna alla luce della luna piena di una notte disperata, chiuderà il caso che si concluderà con l’efferata condanna del reo confesso all’eviscerazione pubblica (un supplizio raccapricciante ma raramente eseguito). I protagonisti, poi, seguiranno ognuno la propria strada e finiranno tutti per lasciare Firenze: chi a Roma come Michelangelo al servizio di Giulio II, chi in giro per l’Europa come Leonardo, chi alla fine nella sua amata Verona come il Fracastoro e chi, infine, nell’esilio dei modi “gaglioffi” a San Casciano (giusta la famosa lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre del 1513), non lontano dalla sua amata città che gli risultava, tuttavia, in quel caso del tutto irraggiungibile. Il romanzo di Vitiello, tuttavia, vive più che dell’indagine poliziesca (peraltro all’epoca eseguita in maniera totalmente diversa da quelle oggi messe in atto da polizia e magistratura) proprio della vita e dell’operato dei suoi illustri personaggi – dei battibecchi tra Michelangelo e Leonardo, delle ricerche di Fracastoro sulla “generazione equivoca” contrapposta al mito della “generazione spontanea” degli insetti, della gestazione artistica di opere straordinarie come il David o la Gioconda e dell’umanità segreta, nascosta, spesso inconfessabile e imperscrutabile dei due grandi esponenti del Rinascimento.

 

«Che legame poteva esserci tra l’uccisione di un anziano falegname, ex stalliere dei Mastelli, e quella del figlio decenne di una povera lavandaia? Doveva essere per forza casuale, a meno d’ipotizzare bizzarri, occulti collegamenti che sfuggivano al pensiero razionale. Ciò che invece sconvolgeva maggiormente il Vinci, impedendogli di concentrarsi a dovere sui ritocchi alla Gioconda, era il rituale che l’omicida stava mettendo in atto, sempre più complesso a ogni delitto. Non era tanto turbato dalla specificità dei messaggi che l’anatomista lasciava dietro di sé, firmando le sue atrocità in modo quasi inconfondibile, quanto dalle caratteristiche di quei segnali, che stavano ormai assumendo una dimensione coerente, quasi omogenea. L’omicida era esperto di dissezione anatomica, ma anche di medicina e chirurgia, il che poteva identificarlo come medico professionista. Nello stesso tempo, però, la posizione in cui aveva disposto le membra del povero fanciullo rivelava un gusto raffinato, anche se macabro e perverso, per il senso della proporzione tipicamente umanistico. Una sensibilità da artista» (p. 142).

 

Quello che, in sostanza, Leonardo da Vinci teme non è tanto di essere identificato come l’anatomista assassino quanto di identificarsi con lui. L’artista vede nel macabro esecutore delle notomie una sorta di copia, di doppio di se stesso e ne ha paura perché, in effetti, potrebbe verosimilmente essere lui stesso l’uomo in grado di eseguire quelle pratiche così raffinate e, nello stesso tempo, così crudeli. Michelangelo non prova queste sensazioni così complesse e tali simili sensi di colpa ma vorrebbe, invece, provare quegli affetti di donna che, dal tempo dei giochi infantili con Contessina de’ Medici, non aveva più sentito e che forse non gli erano congeniali rispetto alla dedizione assoluta nei confronti della pratica artistica (ma probabilmente l’infatuazione michelangiolesca adombrata nelle pagine del romanzo di Vitiello non è che un’invenzione romantica ottocentesca a fini elegiaci – ammoniscono gli studiosi della biografia dell’artista di Caprese). Girolamo Fracastoro, invece, sembra attratto in maniera forsennata verso la ricerca nel campo della fisiologia e soprattutto dell’eziologia delle malattie infettive che lo porteranno a essere – sostengono i moderni storici della scienza – il padre dell’epidemiologia scientifica. Machiavelli, infine, circondato da satelliti ubriaconi puttanieri e spesso molesti anche se efficienti e, alla fin fine, abili nelle ricerche e nelle indagini (Biagio Buonaccorsi, Agostino Vespucci e Andrea di Romolo) è vinto troppo spesso dalla sua quasi naturale ironia di fiorentino autentico e finisce per essere (o almeno sembrare) più cinico e disincantato di quanto effettivamente fosse. Ma è proprio dalle relazioni intrecciate e inevitabili, gli scontri, gli odii velati oppure palesi, le invidie e le gelosie malcelate o spesso, invece, mostrate con iraconda insofferenza nei reciproci riguardi, che è nata quella civiltà rinascimentale che, nonostante tutto, ancora oggi sopravvive e dal cui humus superbo è scaturito quel lascito culturale che è patrimonio inalienabile della nazione italiana.


NOTE

[1] A Michelangelo e alla realizzazione di un suo possibile clone in grado di salvare il mondo, Vitiello aveva già pubblicato un romanzo d’anticipazione dal titolo di Progetto Michelangelo (Bologna, Elara, 2003).

 

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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