STORIA CONTEMPORANEA n.98: Almeja che visse due volte. Marino Magliani, “La spiaggia dei cani romantici”

Almeja che visse due volte. Marino Magliani, La spiaggia dei cani romantici, Milano, Instar Libri, 2010

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di Giuseppe Panella*


«Life is as tedious as a twice-told tale, / Vexing the dull ear of a drowsy man»
(William Shakespeare, The Life and Death of King John)

 

La spiaggia dei cani romantici è, in prima istanza, un omaggio alla poesia di Roberto Bolaño (Los perros romanticos è una raccolta di poesie del 2000 dello scrittore cileno ancora inedita in Italia). Ma della scrittura di Bolaño, così volutamente complessa e così piena di echi letterariamente esibiti e voluti (giusta la lezione compositiva di Jorge Luis Borges), il romanzo di Marino Magliani non ha molto. Va detto, però, che la scrittura volutamente serrata e discorsiva dello scrittore di Imperia nasconde una strategia di narrazioni e di intrecci di echi letterari molto più fitta e molto più culturalmente mossa di quanto sia confessabile a una prima lettura. La storia stessa di Almeja, ad esempio, rivela un intreccio di riferimenti che va al di là del puro e semplice aneddoto. La storia di Wakefield, protagonista di uno dei più noti e più bei racconti di Nathaniel Hawthorne ed eroe eponimo del testo contenuto nei Twice-Told Tales del 1837-1842, ricorda molto quello che capiterà al giovane Luis Enrique Dronero detto Almeja (cioè vongola) per la sua mancanza di collo e che lui vorrà coscientemente che gli accada, per delusione circa il suo destino (la donna che lo aveva seguito da Lincoln in Argentina fino a Bastieto in provincia di Imperia lo abbandonerà per andare a vivere con il cugino Ferruccio che li aveva ospitati nella sua casa) e per volontà di disincantamento nei confronti delle proprie possibilità di vivere nel mondo. Come racconta con precisione Borges in Altre inquisizioni (una raccolta di racconti che sia Bolaño che Magliani conoscono assai bene):

«I ventiquattro capitoli che compongono La lettera scarlatta abbondano di passi memorabili, scritti in buona e bella prosa, ma nessuno di essi mi ha commosso quanto la singolare storia di Wakefield che si trova nei Twice-told Tales. Hawthorne aveva letto in un giornale, o finse per fini letterari di aver letto in un giornale, il caso di un signore inglese che, lasciata sua moglie senza alcun motivo, aveva preso alloggio a due passi da casa sua e lì, senza che nessuno lo sospettasse, aveva trascorso nascosto venti anni. Durante questo lungo periodo, passò tutti i giorni davanti alla casa e la guardò dal cantone, e diverse volte scorse sua moglie. Quando ormai lo avevano dato per morto, e da un pezzo sua moglie s’era rassegnata ad essere vedova, l’uomo, un giorno, aprì la porta di casa ed entrò. Semplicemente, come se ne fosse mancato qualche ora. (Fu fino al giorno della sua morte un marito esemplare). Hawthorne lesse con inquietudine il curioso caso e cercò di comprenderlo, d’immaginarlo. Meditò sul tema; il racconto Wakefield è la storia possibile di quell’esiliato. Le interpretazioni dell’enigma possono essere infinite; vediamo quella di Hawthorne»[1].

Ma, a differenza di quello che accade spesso anche nella migliore narrativa di Roberto Bolaño, la scrittura di Magliani non si esaurisce nei suoi riverberi letterari.

Il suo romanzo vive certamente della voluta relazione con le opere di Bolaño ma è confortato da una lucida volontà di analizzare e raccontare storie di esiliati volontari. Come Luis Dronero, esule in Italia, patria natale della sua stirpe, e poi a Lloret de Mar, luogo idealizzato durante gli anni trascorsi a parlarne con gli amici di Lincoln, Argentina, dove è nato. Come i chicos piola, i ragazzi irresistibili, degli anni Settanta a Lloret de Mar dove trascorrevano le estati a procacciare passaggi in discoteca alle ragazze di tutto il mondo occidentale che piovevano in quella città balneare alla ricerca di un’effimera felicità sentimentale e sessuale. Come il tano Gregorio, il chico piola ligure più noto come Gregorio Sanderi, grande e leggendario tombeur de femmes finito a vivere dell’edera strappata alle rocce del suo paese d’origine in Liguria dov’era ritornato, stanco e deluso dalla vita mondana di Lloret de Mar. Come Felipe Gutiérrez, anch’egli grande seduttore di europee del Nord, rimasto a vivere nella città più famosa (sempre dal punto di vista balneare) della Costa Brava dove fa il modello e sopravvive, in realtà, di vincite minime e risicate al Casinò. Come esuli sono anche la giornalista olandese Renata Van Duin e il suo operatore Roland Visser – figure televisive eccellenti e qualificate ma senza vita privata o con una vita personale ridotta ai minimi termini.

Il mondo di questo romanzo di Magliani è fatto quasi interamente di outsider (o di perdenti) che hanno provato a vivere un’esistenza piena e gratificante e non ci sono riusciti (o ci sono riusciti solo in parte). Anche i reduci delle Malvinas (o Isole Falkand) che non vogliono rinunciare alla vendetta sugli inglesi che li hanno sconfitti e che vanno, dopo aver formato un gruppo ben organizzato ma eterodiretto dall’Argentina ad assassinarli nei luoghi di vacanza da loro preferiti (Lllore de Mar, appunto) appartengono a questa dimensione di fallimento, in questo caso, non solo personale ma terribilmente sanguinoso. Gli errori o la malinconia di tante vite sprecate (o perdute) costellano le descrizioni delle esistenze dei personaggi del libro, soprattutto di quelli che sembravano esserne i trionfatori – come i chicos piola, eroi eponimi delle tante e selvagge notti brave sulla Costa Brava (appunto!), ma sfioriti inesorabilmente quando è svanito il loro smalto giovanile:

«”Eravamo bastardi, perros románticos…” disse.  ”Che significa?” “Cani romantici… Me lo diceva un cileno che viveva a Blanes e abitava in una strada dove c’era un ambulatorio. Là dentro praticava una specie di dottore, anche lui sudamericano, un peruviano che curava le malattie veneree. A dire il vero quando ci andavo non lo trovavo mai, parlo del dottore, era sempre al bar dell’angolo. E per portarlo in ambulatorio e fargli vedere com’eravamo messi con lo scolo, bisognava prima pagargli il conto dei cognac… […] “E il cileno, quello del romanticismo?” chiese lei. Il cileno ci guardava, ci studiava proprio come si studiano gli animali, mollava la lettura e si alzava. Aveva qualche anno più di me, ma non molti. Qualche volta abbiamo bevuto assieme. Un giorno che era solo parlammo e bevemmo un caffelatte e ridemmo. Mi disse che assomigliavo davvero a un argentino, gli chiesi cosa scriveva, e mi recitò una poesia che si intitolava Los perros  románticos, i cani romantici, e mi disse che anche noi, i miei amici, i chicos piola, e il Guti, il Pichichi, che lui non conosceva per nome, ma tutti quelli di Lloret de Mar che andavamo con il cazzo a pezzi dal peruviano a farci dare penicillina o le pomate, eravamo dei cani, cani da spiaggia… La playa de los perros románticos, la chiamava lui» (pp. 172-173).

E qui Bolaño diventa addirittura un personaggio del romanzo, anche se marginale, e l’omaggio alla sua memoria si fa struggente e, nello stesso tempo, sottilmente straniato, quasi metafisico.

Magliani ha scritto un’opera che può essere letta, quindi, a diversi livelli di approfondimento e comprensione – il diario di un’estate passata intrisa della dolcezza e della rabbia per il tempo che non tornerà più e per le occasioni perdute nel suo trascorrere vano e imperscrutabile (le diverse vicende dei chicos piola); un romanzo fatto di sangue e di morte e di dolore insensato (l’episodio dei soldati inglesi uccisi dai vendicatori argentine della guerra agli scogli delle Malvinas); una narrazione intessuta di perdite e di crescita, alla fin fine, dove il Bildungsroman della tradizione romantica si vena di nostalgia e di incertezza (la storia del “tano” Gregorio, primo nella graduatoria delle donne avute a Lloret de Mar e finito a preparare l’edera per i fiorai della Liguria); un tentativo di riflessione sulle dimensioni assunte ormai ovunque dalla “società dello spettacolo” e dell’onnipervadente trionfo della televisione (lo spettacolo condotto da Renata Van Duin dove donne sedotte dal passato della loro giovinezza si incontrano in diretta con gli amori imbolsiti ricondotti alla noia del presente e riscattati dal lucore tremebondo di ciò che poteva essere e non è mai stato). Un romanzo, alla fin fine, che tratta (come quasi sempre accade in questi casi) di amore e di morte, di luce e d’ombra – dell’amore che è già stato e non ritorna e della morte che verrà immancabile a chiudere i conti con i sogni e il destino.


NOTE

[1] J. L. BORGES, “Nathaniel Hawthorne”, in Altre inquisizioni, trad. it. di F. Tentori Montalto, Milano, Feltrinelli, 19732, pp. 59-60. La storia del misterioso (quanto, alla fine, banale) comportamento di Wakefield riverbera in quella di Flitcraft raccontata da Sam Spade in una lunga digressione collocata quasi alla fine di Il falcone maltese, un romanzo di Dashiell Hammett pubblicato nel 1930. Un giorno, una donna, anch’essa non ancora rassegnatasi alla vedovanza, era andato a trovare l’investigatore privato per chiedergli di ritrovare il marito misteriosamente scomparsa. Dopo una lunga ricerca, Spade aveva trovato Flitcraft in Canada dove aveva assunto il nome di Pierce e si era risposato. Richiesto del perché di questo strano comportamento, l’uomo aveva raccontato che un giorno, mentre passava sotto le impalcature di un edificio in costruzione, un pezzo di intonaco gli era quasi caduto addosso e lo aveva colpito a una guancia, lasciando un segno significativo del suo passaggio. Questo episodio gli aveva svelato la fragilità della vita umana, la sua inconsistenza fisica e morale, il suo non-senso assoluto. Preso dallo sgomento era fuggito in Canada dove si era rapidamente riadattato alla vita normale, aveva fatto fortuna e si era riammogliato con il suo nuovo nome, e questo perché – sosteneva – era, in fondo, quello che tutti facevano in un modo o nell’altro: adattarsi a dare un senso qualunque a ciò che non ne ha comunque più o non ne ha mai avuto. E’ proprio quello che, tutto sommato, Almeja farà alla fine del romanzo di Magliani.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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