Nuova rubrica: “I LIBRI DEGLI ALTRI”. Ragione di una rubrica

I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria…

GIUSEPPE PANELLA

[Giunta alla puntata n.100, ha termine la rubrica STORIA CONTEMPORANEA  (f.s.)]

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STORIA CONTEMPORANEA n.100: L’amore ai tempi della Resistenza. Bert d’Arragon, “La Libellula. Una storia di persone nella Resistenza”

L’amore ai tempi della Resistenza. Bert d’Arragon, La Libellula. Una storia di persone nella Resistenza, Pistoia, Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Pistoia, 2009

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di Giuseppe Panella*


Habent sua fata libelli – l’amore e la vita trionfano anche nel corso delle peggiori lotte fratricide e vanno molto al di là della morte. E’ quello che, in fondo, accade in questo romanzo dolceamaro e teneramente stretto nella morsa sempre esistente e sempre lancinante tra storia e cronaca, tra angoscia del ricordo e speranza nel futuro. E’ possibile mettere al primo posto l’amore quando regna la morte, quando il dolore e la sofferenza regnano incontrastati in un periodo storico in cui dei sentimenti dei molti non importava affatto ai pochi che, imponendo la loro tirannica volontà di potenza, li trasformano in armi di distruzione del sentire umano? Certamente sì – se si deve dare ragione a Bert d’Arragon e il suo romanzo di “persone” situato all’interno della dimensione storica, politica e morale di quel grande processo di trasformazione della società italiana che fu la Resistenza contro i tedeschi e i loro alleati fascisti. L’amore di cui si parla nel lungo romanzo di d’Arragon, tuttavia, è un amore diverso tra “diversi”, una passione omosessuale che non solo risulta condizionato dai pregiudizi e dalle convinzioni virilistiche dell’epoca mussoliana ma risulta difficile da accettare anche dalle coscienze di chi lo vive. Uno dei protagonisti del romanzo, infatti, Pietro Zorzelli, approderà alla fine a una relazione eterosessuale, al matrimonio e a una paternità tanto difficile quanto incompiuta nel suo compimento (del figlio e della sua vita non saprà praticamente nulla e il figlio non conoscerà altrettanto nulla del proprio padre tanto che finirà per odiarlo); l’altro, Giovanni Balzoni, musicista affermatosi poi come pianista a livello internazionale, passerà ad altri amori anche se non rinnegherà il suo primo legame affettivo e rimarrà deluso dagli altri. Il loro amore, tuttavia, durante il fascismo, costituisce di per sé un crimine contro la razza e la nazione:

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Remainders n.8: Giorgio Manganelli, “La penombra mentale”

Giorgio Manganelli, La penombra mentale. Interviste e conversazioni 1965-1990, a cura di Roberto Deidier, Editori Uniti, 2001, pp.237,€ 15,50 (in internet a metà prezzo)

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di Francesco Sasso

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In questa raccolta di interviste e conversazioni di Giorgio Manganelli (nato a Milano nel 1922, morto a Roma nel 1990), l’autore de Hilarotragoedia (1964) si rivela nella sua complessità di uomo e autore, e le interviste si fanno gioco iperbolico, virtuosismo mimetico, estenuante arte combinatoria, così come le sue opere. In alcune conversazioni, Manganelli fa la parodia a se stesso, talvolta conferisce al genere intervista uno statuto irreale, dissacrando la Letteratura con l’ironia e il sarcasmo.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.94: Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, “Canti dell’abbandono”

Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, Canti dell’abbandono, Milano, Mondadori, 2011

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di Giuseppe Panella*

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“Un giorno sarò morto e intanto vivo” – con questa lucida e terribile affermazione si chiude l’esile ma significativo e pregnante mannello di poesie contenuto in Canti dell’abbandono, opera seconda di Carlo Carabba. Il volumetto è strutturalmente costituito da poche poesie che risultano, tuttavia,  tutte dense di prospettive liriche da approfondire, tutte confortate dalla volontà di sondare il mistero della vita e delle sue premesse, tutte fondate su una dimensione pensosa e, nello stesso tempo, coraggiosamente protesa allo sforzo di comprendere e di salvare ciò che resta dopo quello che il poeta definisce il possibile trauma dell’”abbandono”.

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Ippolito Nievo nella magnifica Palermo. Una questione geografica della storia. Paolo Ruffilli, “L’isola e il sogno”

Ippolito Nievo nella magnifica Palermo. Una questione geografica della storia. Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno

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di Giovanni Inzerillo

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Dopo vent’anni dalla prima biografia pubblicata per i tipi della Camunia col sottotitolo Orfeo tra gli Argonauti e in occasione dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, Paolo Ruffilli, sempre più affascinato dalla prosa, torna a scrivere su Ippolito Nievo, la cui controversa figura di eroe della storia e di letterato continua ad affascinare e far discutere. Ruffilli, che già nel 1991 aveva quindi tracciato una breve ma ricca biografia dell’eroe garibaldino morto nemmeno trentenne, corredata inoltre da un’appendice critica dei lavori letterari di Nievo, dai più ai meno noti (a parte le celebri Confessioni, si ricordano pure Antiafrodisiaco per l’amor platonico, Angelo di bontà, Il conte pecoraio – solo per citare alcuni romanzi), torna a insistere su un personaggio e su un periodo storico a lui caro come testimoniano, dello stesso autore, le curatele alle Confessioni e a un’antologia di scrittori garibaldini.

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STORIA CONTEMPORANEA n.99: La Sicilia, il mio sangue. Salvo Toscano, “Sangue del mio sangue”

La Sicilia, il mio sangue. Salvo Toscano, Sangue del mio sangue, Palermo, Dario Flaccovio, 2009

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di Giuseppe Panella*

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Sangue del mio sangue, terzo episodio della saga dei fratelli Corsaro (dopo Ultimo appello del 2005 e L’enigma Barabba del 2006), coniuga polemica e rabbia nei confronti dei guasti commessi dalla casta politica di una Sicilia mafiosa e corrotta con una serie di variazioni sul tema dei rapporti tra fratelli nemici e l’”un contro l’altro armati” (ma che, alla fine, comunque, si riconcilieranno e torneranno felicemente a frequentarsi). I due fratelli Corsaro non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Roberto, avvocato rigoroso e innamorato della moglie che gli darà un secondo figlio nel corso della vicenda ma fortemente ipocondriaco e tendente a ricadere in abitudini noiose e poco stimolanti e Fabrizio, giornalista appassionato e incostante, con un folto carnet di conquiste femminili al suo attivo, sono in rotta e si frequentano il meno possibile (lo zio fa il suo dovere andando a trovare la nipotina Rebecca ma niente di più). In passato, i due fratelli erano stati assai più vicini di come sarebbe accaduto in seguito e avevano condiviso per molti anni la passione per gli stessi eroi e per gli stessi oggetti di culto (sarà, infatti, un film miticamente trash, Lo chiamavano Trinità di Enzo Barboni- E. B. Clucher con la coppia ormai leggendaria Terence Hill – Bud Spencer, a produrre l’effetto del necessario happy end che condurrà alla riconciliazione fraterna). Poi Nicasio Prestipino, capo dell’ufficio tecnico di Castelferro (ridente quanto immaginario paese sulle Madonie) viene assassinato. E qui comincia tutto:

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Vittorio Coletti, “Romanzo mondo: la letteratura nel villaggio globale”

  Vittorio Coletti , Romanzo mondo: la letteratura nel villaggio globale, Il Mulino, Bologna, 2011.

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di Eleonora Ruzza

Sarebbe possibile delocalizzare Montalbano in un altro luogo, e prescindere dalle caratteristiche specifiche del territorio letterario di Vicata, per proiettare il personaggio del commissario in un qualunque altro luogo: una spiaggia californiana o un’isola dell’arcipelago indonesiano? Se usassimo gli occhiali di un romanziere dell’Ottocento, — per il quale in maniera deterministica «ogni spazio si tramuta in un’atmosfera morale e sensibile», «di cui si imbevono […] il carattere, il comportamento, il sentire, l’agire»[1]—, tale operazione altererebbe in modo irreparabile la natura dell’intreccio e del personaggio.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.93: Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, “Dresda”

Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, Dresda, con una premessa di Fabio Flego, Viareggio (Lucca), Pezzini Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Sono il vuoto, la solitudine, l’abbandono le Muse che presiedono alle operazioni di scrittura del quinto volumetto di versi del giovane poeta di Pistoia. Anche se la disperazione sembrerebbe avvolgere la sua lirica di una sorta di funereo manto, il sentimento che la salva è, alla fine, un’ironia di grana fine che lo porta a privilegiare i momenti di riflessione amara e desolata ma sostanziale sulla sua vita e sul mondo che lo circonda. La stessa Solitudine presa come punto di partenza esistenziale viene, alla fine, personificata e trasformata in un personaggio in cerca d’autore:

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