QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.93: Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, “Dresda”

Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, Dresda, con una premessa di Fabio Flego, Viareggio (Lucca), Pezzini Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Sono il vuoto, la solitudine, l’abbandono le Muse che presiedono alle operazioni di scrittura del quinto volumetto di versi del giovane poeta di Pistoia. Anche se la disperazione sembrerebbe avvolgere la sua lirica di una sorta di funereo manto, il sentimento che la salva è, alla fine, un’ironia di grana fine che lo porta a privilegiare i momenti di riflessione amara e desolata ma sostanziale sulla sua vita e sul mondo che lo circonda. La stessa Solitudine presa come punto di partenza esistenziale viene, alla fine, personificata e trasformata in un personaggio in cerca d’autore:

«[…] L’anima si aggriccia e sfrigola / si torce in padella gemendo il sentore / del proprio dolore, per cosa? / Non saremo pietanza. E che, / la Solitudine, proprio, dovrebbe / volerci con sé ? (avara com’è / sdegna mangiarci, del resto, / a parte del rischio / di poi defecarci). Alla fine, / inguaribile esteta provetta / nell’ ars culinaria, niente le preme / fuorché la ricetta» (p. 27).

Sono parole forti, con un lessico inusuale per una prospettiva lirica spesso edulcorata come quella italiana di sempre. Ma la metafora più potente usata da Bargellini è il ricordo dell’apocalisse che si abbatté su Dresda il 13 febbraio 1945 quando squadriglie di aerei da bombardamento inglesi e americani scaricarono sulla città tedesca, fino ad allora rimasta abbastanza indenne nel corso della guerra, migliaia e migliaia di tonnellate di bombe incendiarie.

Dresda rappresenta, per questo, la distruzione totale dell’innocenza, l’assoluta mancanza di senso, la fine di ogni speranza. Eppure anche nell’angoscia che la abita, la poesia di Bargellini, così aspra e intensa, si colloca al termine di “un processo di distanziamento” – come scrive Fabio Flego nella sua Premessa. Si tratta di quella forma di distanza dall’angoscia che permette di tornare a vivere.

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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